Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

«Perché scomunicare don Minutella se nessuno dice niente a padre… ?»

DON ALESSANDRO MINUTELLA
Condividi

Non solo per uno psichiatra, ma anche per un sociologo della religione sarebbero di vivo interesse i fatti e le dichiarazioni rilasciate attorno al (momentaneo) epilogo della vicenda del prete palermitano scomunicato per eresia e scisma. Si segnala un clima ecclesiale altamente inquinato da svariati disordini, tra i quali l'ignoranza di cosa sia (e di cosa non sia) l'eresia non è il principale.

Quem Iuppiter vult perdere
dementat prius.

Sono almeno tre i profili psicologici dell’eretico conclamato, cioè di quello cui sia stata comminata una competente pena canonica o che ne sia realmente in odore:

  1. l’innocente;
  2. il mistificatore;
  3. il delirante mistico;

Una simile classificazione prescinde dal risvolto oggettivo dell’accusa, la quale va esaminata a parte e sul piano eminentemente teologico: questo significa che il primo tipo psicologico – che abbiamo chiamato “l’innocente” – può essere oggettivamente caduto in eresia oppure no, essendo l’eresia «l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa» (CIC can. 751). L’innocente, insomma, può essere in buona fede, e può darsi perfino il caso che il tribunale ecclesiastico si sbagli sul suo conto: penso ad esempio a Ernesto Buonaiuti, che fu scomunicato vitandus (!) ma che mons. Giovanni Battista Montini raccomandava di frequentare ai giovani della FUCI. Oggi uno come lui lo farebbero cardinale (e non, come qualche chiacchierone potrà dire, giacché tutta la Chiesa sarebbe già modernista come lui si suppone sia stato, bensì perché nulla di eretico si ravvisa nelle sue pagine quando uno le legga fuori dalla psicosi antimodernista del primo Novecento).

Coscienza, obbedienza e libertà

L’innocente vive con responsabilità e dignità il conflitto che lo contrappone alla Chiesa, la sua coscienza è forse sostanzialmente erronea ma formalmente retta; sempre esiste in lui, benché contraddetto fino all’incomprensibile, lo slancio filiale del figlio verso la Madre. “L’innocente” è un figlio che non riesce a obbedire perché malgrado tutte le contestazioni che riceve la sua coscienza non è intimamente persuasa (e magari ha pure ragione, come dicevamo). Vale per lui ciò che (della materia dolorosamente esperto) scriveva Henri De Lubac:

Egli fa dunque tutto quanto è in suo potere, se la cosa è necessaria, per rischiarare l’autorità. Ne ha non solo il diritto: ne ha il dovere, e la pratica di codesto dovere l’obbliga talvolta all’eroismo. Ma l’ultima parola non gli appartiene. La Chiesa che egli abita è una “casa di obbedienza” (Origene). Se alla fine comunque si trova impedito nel realizzare ciò che gli pareva essere il bene, allora egli si ricorda che – pur supponendo che la sua iniziativa sia stata giusta – non è la sua azione che importa; che l’opera della Redenzione, alla quale Dio lo chiama a collaborare, non è sottomessa alle medesime leggi delle imprese umane; che in definitiva non gli resta altro da fare che inserirsi nel piano di Dio, che lo conduce mediante i suoi rappresentanti, e che così egli partecipa dunque in maniera infallibile «all’infallibile sicurezza della Provvidenza» (François Chamot), e che infine mai si tradisce causa alcuna, mai si è infedeli ad altri, a sé stessi o a Dio quando, semplicemente, si obbedisce. Nessun sofisma, nessuna apparenza di bene né persuasione di giusto diritto può offuscare ai suoi occhi lo splendore delle due parole di san Paolo che propongono alla nostra imitazione il Cristo factus obœdiens.

Henri De Lubac, Méditation sur l’Église 227

L’interesse comportato dal caso di Minutella

Penso di poter escludere con massima certezza morale che don Alessandro Minutella sia conforme a questo tipo psicologico di eretico. Ho visionato attentamente i quasi cinquanta minuti della sua dichiarazione immediatamente successiva all’atto di notifica della scomunica, apprendendone fra l’altro alcuni dettagli non deducibili dallo scarno comunicato della Curia palermitana, ad esempio:

  1. ci sono due distinti ma concordi provvedimenti, che irrogano la pena canonica: uno è provvisto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’altro dalla Congregazione per il Clero;
  2. i documenti della Curia Romana erano stati firmati il 15 agosto 2018 e nella settimana scorsa Minutella aveva ricevuto degli emissari delle suddette Congregazioni, incaricati di notificargli privatamente gli atti e di dargli qualche giorno per valutare l’opportunità di ritrattare tutto onde evitare la notifica delle pene e il conseguente scandalo pubblico;
  3. contestualmente, gli sarebbe stato promesso un incontro personale con Benedetto XVI, nel quale il Papa emerito lo avrebbe convinto di essere in torto.

Come era pure deducibile dai fatti di pubblico dominio, Minutella ha escluso ogni possibilità di ritrattazione (dopo aver usato parte del tempo preso per riflettere) e così la procedura è andata avanti.

Ho sempre pensato che Minutella fosse (almeno nella sua fase “pubblica”, cioè negli ultimi due anni) un truffatore in malafede, ma devo ammettere che gli ultimi sei minuti di questo video (da 42’ 40”) mi hanno molto impressionato: quell’uso incontrollato di analogie sperticate, quell’attingere all’immaginario apocalittico, quel continuo rivendicarsi investito di una missione celeste e il riferirsi a sé come al capo di una resistenza (parola urlata per tre volte) oscillano insistentemente tra la retorica del sobillatore e il delirio mistico. Effettivamente non saprei decidermi se Minutella rientri più nel secondo o nel terzo dei tipi psicologici elencati in apertura: di sicuro penso che uno psichiatra e un sociologo della religione troverebbero di grande interesse le sue manifestazioni (come pure quelle dei suoi fanatici accoliti).

Minutella dice, fra le altre cose, di essere guardato con sospetto anche dalle frange “tradizionaliste”, e questo può stupire solo per un istante: la prospettiva del sacerdote palermitano in effetti non è assimilabile tout court a quella di un lefebvriano, assommando in sé la velleità fondamentale dello scisma vetero-cattolico (l’Unione di Utrecht, per capirci), ossia il ritorno allo stato primitivo della Chiesa cattolica, quello (in realtà ignoto a noi nella massima parte) delle comunità apostoliche e subapostoliche. Vero, lo scisma veterocattolico si scontrò soprattutto con le pretese infallibiliste del Papato, ma all’origine ci fu una contestazione giuridico-amministrativa: così la narrazione minutelliana parte dalla contestazione della validità dell’elezione di Papa Francesco e approda alla dichiarazione di eresia del Romano Pontefice. Cose anche contraddittorie tra di loro, come appare evidente: se Francesco non è il Papa è impossibile dire che Papa Francesco sia eretico…

Alcune contraddizioni

Le aberrazioni teologiche di Minutella, quando le si voglia andare a cercare, esulano dalla sola contestazione della validità canonica dell’elezione del Santo Padre: in uno dei punti più sconclusionati della sua lunga dichiarazione il prete scismatico afferma in sintesi che la messa celebrata una cum Papa Francesco (il quale a suo dire altri non è se non “il cardinal Bergoglio”) non è valida. Come se la validità sacramentale dell’Eucaristia derivasse dal Romano Pontefice e non invece dalla successione apostolica implicata nell’ordine sacro validamente ricevuto! La mancanza di comunione con la Sede Apostolica, invece, rende la messa illecita ma non invalida. Banalità da primo corso di Diritto Canonico, eppure…

Ma venendo al punto della questione, Minutella oscilla tra una posa di rassegnata consapevolezza e una contestazione ancora più radicale, che poi è la nota dominante della sua reazione: «Le due scomuniche non sono valide perché il potere che le sostiene è quello di un impostore che non è davvero il Papa». In un passaggio del video (11’ 26”) Minutella riferisce (alla lettera, sembra) il contenuto della sua risposta al cancelliere arcivescovile di Palermo:

Carissimo,
l’incontro di ieri si è svolto in un clima di cordiale amicizia. Ho già pregato tutta la notte e consultato la mia coscienza e il mio confessore. Pertanto si proceda pure già da subito senza attendere venerdì: non accetto alcun compromesso con gli eretici e con il falso papa. Egli è scomunicato secondo la Costituzione Apostolica di Giovanni Paolo II Universi dominici gregis, del 1996. Le scomuniche di uno che è già scomunicato, per giunta eretico e apostata, restano invalide e inutili: già da subito puoi rendere tutto noto. Dio saprà fare luce – prima o poi, come sempre succede – sulla verità dei fatti. […].

La cosa interessante è che Universi dominici gregis – la Costituzione Apostolica con cui Giovanni Paolo II disponeva le norme per il conclave che avrebbe eletto il proprio successore – non si occupa minimamente di apostasia, dunque sulle prime non si capisce a che titolo Minutella l’abbia tirata in ballo (per iscritto, inoltre, e in una lettera che per sua natura sarebbe stata archiviata nel suo faldone curiale). Più avanti nel video (25’ 35”) Minutella torna sull’argomento. Francesco non sarebbe vero Papa in quanto

  1. le dimissioni di Benedetto XVI sarebbero state “forzate”;
  2. ad attestare questo sarebbe stato il cardinale Godfried Danneels (il quale ebbe effettivamente la sconsiderata impudenza di chiamare “mafia” la cordata cardinalizia radicale di cui fa parte), che però afferma unicamente di essersi opposto a Benedetto XVI e di aver favorito la candidatura del card. Bergoglio;
  3. subirebbe i rigori del numero 80 (finalmente si capisce a quale passaggio allude Minutella) della Universi dominici gregis.

Basterà dunque leggere il passaggio per avere finalmente contezza del suo essere stato citato a sproposito da Minutella:

Allo stesso modo, voglio ribadire ciò che fu sancito dai miei Predecessori, allo scopo di escludere ogni intervento esterno nell’elezione del Sommo Pontefice. Perciò nuovamente, in virtù di santa obbedienza e sotto pena di scomunica latæ sententiæ, proibisco a tutti e singoli i Cardinali elettori, presenti e futuri, come pure al Segretario del Collegio dei Cardinali ed a tutti gli altri aventi parte alla preparazione ed alla attuazione di quanto è necessario per l’elezione, di ricevere, sotto qualunque pretesto, da qualsivoglia autorità civile l’incarico di proporre il veto, o la cosiddetta esclusiva, anche sotto forma di semplice desiderio, oppure di palesarlo sia all’intero Collegio degli elettori riunito insieme, sia ai singoli elettori, per iscritto o a voce, sia direttamente e immediatamente sia indirettamente o a mezzo di altri, sia prima dell’inizio dell’elezione che durante il suo svolgimento. Tale proibizione intendo sia estesa a tutte le possibili interferenze, opposizioni, desideri, con cui autorità secolari di qualsiasi ordine e grado, o qualsiasi gruppo umano o singole persone volessero ingerirsi nell’elezione del Pontefice.

Come si vede, infatti, Giovanni Paolo II stava parlando dei veti e delle esclusive, che in passato (anzi fino al 1903) furono fattori da tenere in conto durante i conclavi: il tale re o il tale imperatore poteva esercitare, anche direttamente, il privilegio di porre un veto su un candidato a lui sgradito o di indicarne uno gradito; venuto meno il diritto di fare tutto ciò direttamente – fu proprio Pio X, memore delle tristi vicende del conclave che lo elesse, ad abolire immediatamente gli antichi privilegi di veto –, permaneva tuttavia la possibilità di farlo indirettamente (ossia di raccogliere i desiderata di «qualsiasi gruppo umano o singole persone», con o senza contropartita, e di introdurli nel conclave). Ecco, Giovanni Paolo II mira appunto a colpire questa eventualità: ma come si vede la sua disposizione minaccia esplicitamente ed esclusivamente a tutto quanto attiene all’elettorato attivo del Conclave, insomma i cardinali, non l’eletto. Insomma, se anche Minutella avesse ragione – e non è questo il caso – sarebbe il card. Danneels ad essere incorso nella scomunica, non Papa Francesco: ma (stando a ciò che di quanto il porporato ha dichiarato è reperibile in rete) neanche lui sembra poter essere colpito dai rigori della Universi dominici gregis, a meno che la sua preferenza (sua e del suo gruppo) non sia stata orientata da qualche entità esterna al Conclave. Chi dunque? Minutella dirà “la massoneria”, “Soros” e chissà chi altri… Indimostrabile, ma se anche fosse la scomunica non cadrebbe sul Papa. Quanto a Benedetto XVI, già il Papa emerito è intervenuto personalmente a qualificare di «semplicemente assurdo» che si questioni sulla libertà della propria rinuncia all’ufficio petrino.

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni