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È il periodo dell’anno per spaventarsi… ma non per quello che pensate

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Nicholas Senz - pubblicato il 29/10/18

Ciò che sembra spaventoso è già stato vinto. Dovremmo “temere” qualcos'altro...

Siamo in un periodo dell’anno adatto alla paura. La struttura attuale dei festeggiamenti per Halloween ha una caratteristica che fa drizzare i capelli: film horror pieni di sangue, case infestate dagli spiriti e altri elementi che mirano a spaventare, costumi terrificanti e cose del genere. L’esperienza del terrore è qualcosa che ricerchiamo.

La paura che cerchiamo noi, però, è una paura “sicura”, la paura della casa infestata – potremmo essere spaventati o disturbati da un rumore improvviso o da una scena terrificante, ma sappiamo che non siamo davvero in pericolo. È il senso più profondo di Halloween, o la vigilia della Festa di All Hallows – Tutti i Santi. Non dobbiamo temere demoni, morte o peccato, perché Cristo ha già vinto tutto questo. I suoi santi sono quelli che hanno messo in pratica quella vita di fede e fiducia. Non dobbiamo temere nulla per via di Cristo.




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Nonostante i suoi poteri angelici, non dovremmo aver paura del principe di questo modo, perché Gesù ci dice che Egli ha vinto il mondo.

Secondo la Scrittura, chi dovremmo temere? Dio.

Ecco cosa dicono al riguardo l’Antico e il Nuovo Testamento:

“È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!” (Ebrei 10, 31)

“Fondamento della sapienza è il timore di Dio” (Proverbi 9, 10)




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Frasi di questo tipo ci confondono. Dio non è il nostro Padre amorevole, che ci chiama alla beatitudine eterna con Lui? Perché allora dovremmo temerlo?

Come accade spesso, è utile ricordare che le Scritture non sono state scritte in italiano, e che il loro significato più profondo si può rinvenire nelle lingue originali usate scrivendole.




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Il Vangelo di Luca ci offre un indizio interessante. Vediamo che si parla sia della paura che del timore del Signore usando la stessa parola, phobos. Quando Zaccaria vide l’arcangelo Gabriele “fu preso da timore” (phobos epepsen ep auton), e l’angelo gli disse: “Non temere” (Me phobou). Una parola simile è usata nel Magnificat da Maria, quando dice che Dio ha misericordia “su quelli che lo temono” (phoboumenois).

Lo stesso termine è usato nella traduzione greca del libro dei Proverbi: la paura del Signore è phobos Kyriou. Ovviamente, però, l’Antico Testamento non è stato scritto originariamente in greco, ma in ebraico. La parola ebraica è yirat, che nell’Antico Testamento viene quasi sempre usata per riferirsi alla paura “del Signore”, ed è spesso tradotta come “reverenza”. Allo stesso modo, il termine greco phobos significa sia “terrore” o “panico” che “reverenza” o “rispetto”. Ma qual è il collegamento tra le due idee? Perché usiamo la stessa parola per riferirci sia al terrore che alla reverenza?


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Pensate al rapporto con i vostri genitori. Crescendo, in un certo senso li temete – quando rompete una lampada mentre giocate a pallone nel salotto, temete la punizione che seguirà –, ma avete anche una paura più profonda: la paura di ferire le persone che vi amano e che voi amate, la paura di danneggiare il vostro rapporto con loro. È questa la differenza tra quella che la tradizione chiama paura servile e la paura filiale. La prima è più simile al terrore, la seconda alla reverenza.

L’effetto è amplificato quando consideriamo il nostro rapporto con Dio. Essere consapevoli del fatto che non siamo i creatori di noi stessi, che riceviamo tutto da Dio, che abbiamo meno controllo sulla nostra vita di quanto pensiamo, che esistiamo solo perché Dio ci tiene in vita in ogni momento, è una cosa che fa paura. È come aprire gli occhi e rendersi conto che si è sospesi su un canyon o appesi a una corda da bungee jumping. La corda è sicura, ci tiene, siamo al sicuro, ma siamo totalmente alla sua mercè.




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Solo quando si comprende la verità di questo fatto si può vivere come si dovrebbe. Lungi dall’illusione di avere il controllo di tutto si è più saggi, e in quel momento si può scegliere di confidare in Dio o di cercare di fuggire. Immaginate, però, che successo avreste se cercaste di fuggire mentre siete sospesi in aria.

Rendersi conto delle circostanze in cui viviamo ci fa avere paura o può farci provare reverenza nei confronti del Dio che ci ha creati e redenti solo per Sua bontà – non per qualche necessità, ma soltanto per amore.

Quando abbiamo questo tipo di reverenza nei confronti di Dio possiamo incamminarci sulla via della comunione d’amore con Lui, perché la paura è solo l’inizio della saggezza, non la fine. Come ci ricorda la prima Lettera di San Giovanni, “l’amore perfetto scaccia il timore” (1 Gv 4, 18). Dio ci chiama all’amore, ma prima dobbiamo passare attraverso la paura. Quell’amore ci guida nei periodi peggiori della vita – e nel più spaventoso degli Halloween.


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