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“Ne vuoi ancora?”. Quel cibo condiviso che dalla bocca passa all’anima

VASSOIO, MANI, DOLCI

Shutterstock

Pane e Focolare - pubblicato il 05/09/18


Gesù stesso ha fatto le cose più importanti a tavola: ha cominciato con un pranzo di nozze e non ha finito con l’Ultima Cena, perché anche dopo risorto ha mangiato con i suoi discepoli, ha voluto che si sedessero intorno al fuoco che aveva preparato e mangiassero il pesce arrostito che aveva cucinato; li ha invitati ad una ritualità, una gestualità, una condivisione.
ULTIMA CENA
wikipedia

La tavola è un momento incredibilmente meraviglioso, è uno dei luoghi dove si può condividere di più, dove riconosciamo che abbiamo innanzitutto dei bisogni materiali, ma anche spirituali. La tavola struttura i rapporti: è un momento dove si impara a conoscersi.

Lo sperimentiamo anche tra amici: stando a tavola insieme, ci si conosce meglio.

Si parte da quel bisogno comune e ci si sente più liberi di condividere anche le proprie fatiche. Il nostro è un convento di formazione per gli studenti dei primi anni di teologia e uno dei luoghi in cui riusciamo a conoscere di più gli studenti, anche per un discernimento sulla loro vita, è proprio la tavola, che è esemplificativa di tante cose. Vediamo come mangiano, come sono attenti (o non attenti …) ai bisogni degli altri. Sulla nostra mensa ad esempio il cibo è messo al centro della tavola e ciascuno si serve da solo.




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Ma se ci sono tre bistecche e ancora dieci frati devono servirsi? Il cuoco ha sbagliato i conti? O qualcuno ha preso di più di quello che doveva? Bisogna dividere quello che c’è, ma ci vuole l’attenzione all’altro. Anche nella tavola della famiglia e degli amici, se c’è un vassoio da condividere con altre persone, prima di servirsi bisognerebbe controllare che gli altri abbiano già preso la loro parte, si chiede “Ne vuoi ancora?”. La tavola diventa così una scuola di attenzione reciproca, un aiuto alla crescita nei rapporti interpersonali, nella carità, nell’attenzione all’altro e a sé stessi.
C’è anche modo e modo nel chiedere. Concludo con un aneddoto, un fatto che mi ha molto colpito, appena entrato in noviziato. A mensa chiedo il sale al frate che avevo seduto accanto. Lui me lo passa e io gli dico grazie. Lui mi dice che in convento non si dice grazie. Io allora gli chiedo cosa si dice e lui mi insegna che quando qualcuno ti fa un piacere si dice “Sia per amor di Dio”: e l’altro non dice prego ma “Per la vostra santa carità”. Chi riceve il piacere fa la carità all’altro di ricordargli che quel gesto deve essere per amor di Dio. Quante cose si imparano a tavola!

Grazie a Padre Marco, per avermi dedicato qualche minuto del suo tempo prezioso. Davvero le sue parole sono di grande profondità e possono essere uno spunto per vivere la tavola come un momento straordinario di carità, condivisione e costruzione della comunità, sia essa la nostra famiglia, i nostri amici e tutti coloro che la Provvidenza porta alla condivisione del nostro pane.

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cibofamigliafrancescani
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