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Per gioire ed esultare davvero l’unica via è donarsi totalmente, in ogni condizione di vita

BLESSED MARIA GABRIELLA
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L’appello di Papa Francesco nell’ultima esortazione apostolica passa anche attraverso gli occhi d’agnello di Maria Gabriella Sagheddu: una giovane sarda trappista di inizio Novecento che chiede il permesso alla madre superiora di offrire la propria vita per l’unità dei cristiani. Non solo slancio eroico ma totale obbedienza e un tratto inconfondibile, un indizio che diventa prova schiacciante: la gioia

La santità auspicata per l’intero popolo di Dio, invece, è la santità di chi, sentendosi piccolo e impotente di fronte allo sconfinato amore cui si vorrebbe corrispondere, non pensa di poter fare questo o quello; di chi pensa, bensì, di non poter fare assolutamente niente. Per questo offre tutto. Tutto quel poco che ha: come la vedova che getta il suo obolo nel tesoro del tempio e che commosse tanto Gesù, che vi vide una prefigurazione della propria donazione: “Ricordiamo come Gesù invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari. Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa. Il piccolo particolare che mancava una pecora. Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine” (GE 144). E, continuando a scrutare nei particolari, potremmo aggiungere che il testo greco del Vangelo (Mc 12,44) riporta che la vedova gettò non “tutto quanto aveva per vivere”, come leggiamo in traduzione, ma precisamente “holon ton bion – tutta la sua vita” …

Maria Gabriella, come la vedova, a scanso di possibili ribassi ci indica sin dall’inizio dell’esortazione apostolica quale sia la misura del donarsi di chi aspira alla santità: niente di meno che tutto. In questo precisamente è consistito l’atto di offerta della sua vita, che il Signore si è degnato – come già per Teresina – di prendere alla lettera: poco tempo dopo che il loro atto di offerta fu riferito alle rispettive priore, comparvero i primi sintomi della tubercolosi che avrebbe portato in cielo ambedue, a 24 e 25 anni[7].

Teresina non si era fatta scrupoli di proporre la sua piccola via – di cui il suo atto di Offerta di me stessa come Vittima d’Olocausto all’Amore Misericordioso è il compendio dottrinale e pratico – a tutte le anime cristiane. Papa Francesco, con la stessa audacia e agli antipodi di un’interpretazione minimalista della sua esortazione, propone come chiave di lettura di tutto il suo documento, come una chiave musicale all’inizio di uno spartito, il caso di Maria Gabriella: caso di “imitazione esemplare di Cristo”, “degno dell’ammirazione dei fedeli” (GE 5). Non è di secondaria importanza, inoltre, che a un caso come questo venga data tanta rilevanza da essere esplicitamente accostato (cf. GE, nota 2) alle fattispecie contemplate del recente motu proprio dello stesso Papa Francesco Maiorem hac dilectionem: documento con cui, a partire dalle parole evangeliche “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri fratelli” (Gv 15,13), è stata ufficialmente aperta una nuova via alla canonizzazione dei fedeli, quella appunto del fedele che ha offerto la propria vita propter caritatem[8].

Maria Gabriella ovvero “Il caso serio”

È, il caso di Maria Gabriella, precisamente quello che Von Balthasar chiamerebbe “il caso serio”: come il titolo di un suo aureo libricino del 1966, poco conosciuto e pubblicato, ma recentemente ristampato[9] come se la Provvidenza avesse voluto predisporre un consono retroterra teologico per cogliere il nuovo appello alla santità di Papa Francesco. Ne riportiamo alcuni stralci, traendo spunto proprio dalle parole di Gv 15,13 appena citate:

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» sono fondamentalmente parole di umanità universale, comprensibili a tutti; diventano supreme ed un mistero sia perché egli le rivendica per sé, Figlio di Dio, sia perché permette a noi, suoi fedeli e seguaci, di farne la chiave della nostra concezione cristiana. Esistenza di fede significa dunque esistenza nella morte per amore. Non una qualsiasi dedizione, temperata dal giudizio del momento e manipolata dall’uomo, ma un’anticipazione dell’offerta della vita in ogni singola situazione di un’esistenza cristiana (pp. 40-41).

Solo se per principio tutto è offerto e sacrificato, se Dio è libero di scegliere ciò che vuole nel credente, senza riserve da parte sua, può aver luogo una missione cristiana. Solo da questo punto dell’incontro con il Dio che muore, può infatti maturare un frutto cristiano da un’esistenza di fede. Questo è sempre un frutto dell’amore, ma fondato sull’offerta che l’uomo fa di se stesso (pp. 44-45).

Tutto ciò è cristianesimo comune. Possibili differenze dipendenti dalla missione vengono soltanto in seguito. Tutto ciò rientra nel tentativo di imitazione di colui che come Cristo per amore del mondo vuole dare la sua vita per tutti, in obbedienza a quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito. Vista dall’interno questa è la forma più alta, cioè introdotta da Dio, di affermazione del mondo (p. 46).

MARIA GABRIELLA SAGHEDDU
Monastero Trappiste Vitorchiano

Von Balthasar, con queste appassionate parole, si stava ribellando contro una concezione del cristianesimo che vedeva profilarsi all’orizzonte e che – questa sì – rischiava di sdilinquire l’universale chiamata alla santità e la radicalità dell’essere cristiano; di isterilire il valore della testimonianza – che o è martiriale nella sua sostanza o non è tale – in nome di un “cristianesimo anonimo” presente in ogni buona coscienza umana e di cui l’evento della croce – del “chi vuole venire dietro me rinneghi se stesso e prenda la sua croce” (Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23), del “chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25) – sarebbe soltanto una “radicalizzazione” facoltativa “da caso ideale”, da intendere “in modo analogico”[10]. Con tutta la sensibilità profetica di cui era capace, questo grande teologo – che S. Giovanni Paolo II nominò cardinale poco prima della sua morte – ci ha messi drammaticamente in guardia su quanto reale sia il rischio, senza “casi seri” di donazione quali quello di Cordula o Maria Gabriella, che della croce rimanga soltanto un simbolo geometrico.

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