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L’immaginifico linguaggio dei Padri del monachesimo: la custodia del cuore (2/6)

WOMAN MEDITATION

Stockfour I Shutterstock

Mathilde De Robien - pubblicato il 06/04/18

I pensieri non sono intrinsecamente cattivi, ma alcuni lo diventano se tendono all’ossessione o alla passione. Come controllarli? Ecco una tecnica elaborata dai Padri del deserto: la custodia del cuore, che si avvicina per certi aspetti alla meditazione (tanto in voga oggi)

I Padri del deserto, cristiani rifugiati nei deserti di Mesopotamia, d’Egitto, di Siria e di Palestina tra il III e il VII secolo, vivevano da eremiti in capanne, grotte, su colonne o alberi. Cercavano una vita di solitudine, di lavoro manuale, di contemplazione e di silenzio, con lo scopo di crescere spiritualmente. Convinti dell’unione intima tra il corpo, l’anima e lo spirito, i Padri del deserto, che potremmo definire “i primi psicoterapeuti”, hanno elaborato raccomandazioni per curare le «malattie dell’anima». Tra queste raccomandazioni spicca il controllo dei pensieri, e questo grazie a un metodo: la custodia del cuore. Jean-Guilhelm Xerri, psicanalista e biologo medico, sviluppa questa pratica nel suo Petit traité d’écologie intérieure : Prenez soin de votre âme [Piccolo trattato di ecologia interiore: Prendetevi cura della vostra anima] (Le Cerf).

Perché controllare i pensieri?

Secondo i Padri del deserto, i pensieri incontrollati sono all’origine di alcune malattie dell’anima. Hanno identificato otto malattie noopsichiche, di origine spirituale, classificate da Evagrio Pontico: le avidità di ogni sorta, il rapporto patologico col sesso, il rapporto patologico col denaro, la tristezza, l’aggressività, l’accidia (male dell’anima che si esprime nella noia, nella pigrizia), la vanità e l’orgoglio. Queste otto malattie generiche hanno una patologia fontale: il narcisismo, che i Padri chiamano “filautia”, eccessivo amor proprio.




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Una delle cause dei pensieri considerati perturbanti: l’immaginazione. L’immaginazione incontrollata fa nascere visioni che talvolta occupano i nostri spiriti al punto da invaderci. Sorgono allora scenari catastrofici, immagini pornografiche, onori immeritati… «L’immaginazione conduce a farsi dei film interiori non sempre giusti né pacificanti», riassume Jean-Guilhelm Xerri. Ora, il controllarli sta a noi:

Che i pensieri vengano a turbarci o no fa parte delle cose che non dipendono da noi. Ma che restino i noi o no, che suscitino passiono o no, questo invece è in nostro potere e dipende da noi.

Così ha scritto uno dei Padri – Giovanni Damasceno – nel suo Discorso utile all’anima. Saremo sempre teatro di sensazioni e di pensieri: la questione è “cosa ne faccio?”. «Davanti a un pensiero – ricorda Jean-Guilhelm Xerri – l’uomo ha diverse possibilità: acconsentirvi o no, alimentarlo o resistergli».

Per gli antichi, l’obiettivo del controllo dei pensieri è di raggiungere l’hesychía, stato caratterizzato da una pace, una calma, un riposo, un silenzio e una profonda solitudine interiore, tutte cose necessarie alla contemplazione spirituale degli esseri e delle cose e alla conoscenza di Dio. I Padri del deserto prescrivono parecchi modi per arrivarci: la custodia del cuore, la sobrietà, l’ospitalità e le pratiche meditative.




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Che cos’è la custodia del cuore?

La custodia del cuore – in greco népsis (vigilanza) – è l’attenzione portata a tutto quello che accade nel nostro cuore. È un metodo spirituale che punta a liberare l’uomo dai pensieri cattivi o passionali. Essa invita a osservare i pensieri che permeano la nostra anima, a discernere i buoni dai cattivi. Evagrio diceva:

Sii attento a te stesso, sii il portinaio del tuo cuore e non lasciar entrare alcun pensiero senza interrogarlo.

Perché – precisa Jean-Guilhelm Xerri – «gli antichi constatano che i pensieri sani conducono a uno stato di benessere, gli altri a uno di turbamento».

© PlusONE / Shutterstock

I mezzi indispensabili alla custodia del cuore sono l’osservazione attenta dei pensieri e il discernimento tra quelli che sono buoni e riparatori e quelli che sono fonte di distrazione o di ossessione. Lo scopo è quello di crescere in libertà, di puntare all’impassibilità, la capacità di non essere dominati dai pensieri.

La custodia del cuore, antenata della meditazione?

Oggi le scienze cognitive tornano sulle diagnosi stabilite dai Padri del deserto, per quanto concerne le malattie dell’anima, che conoscono ai nostri giorni una rapida epidemia, e allo stesso modo tornano anche sulle terapie che quelli prescrivevano già più di millecinquecento anni fa. È cosa pacifica che tutti, al giorno d’oggi, soffriamo di iperstimolazione, e che questa condizione perturba la nostra interiorità. Tale iperstimolazione, specialmente sul versante digitale, incide su diversi aspetti (elencati da Jean-Guilhelm Xerri): alimentazione, prodotti materiali, sesso, tempo libero, immagine di sé, superficialità, ironia

Sollecitati da ogni parte, schiacciati dalla dittatura della reperibilità immediata, abbiamo in media tre o quattro decisioni al secondo da prendere, secondo l’autore. Di conseguenza, è illusorio pretendere di controllare volontariamente e in piena coscienza le nostre decisioni – è semplicemente impossibile. «Siamo vittime di un vero hold up delle nostre capacità di attenzione. Eppure – si rammarica Jean-Guilhelm Xerri – l’attenzione determina il nostro rapporto col mondo».

La tradizione patristica e le neuroscienze sono d’accordo su un punto: riprendere il controllo della nostra attenzione è una sfida fondamentale per la nostra salute psichica. I Padri del deserto raccomandavano la custodia del cuore, la moda del momento è la “meditazione in piena coscienza”. Queste terapie hanno in comune l’osservazione di ciò che c’è. La meditazione, in senso contemporaneo e a-religioso, è l’apertura all’esperienza presente, l’attenzione prestata a ciò che ci attraversa. A somiglianza della custodia del cuore, essa ci invita a modificare la nostra maniera di stare al mondo, e a prendere l’abitudine di fare attenzione ai pensieri che s’infiltrano nella nostra anima.

Prenez soin de votre âme, Petit traité d’écologie intérieure, Jean-Guilhem Xerri, Éditions du Cerf, febbraio 2018, 400 pagine, 20 euro.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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