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Litigare sulla data di Pasqua: uno sport antico e molto istruttivo

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 16/03/18

Ora, non possiamo soffermarci su molti altri aspetti (che puntualmente l’articolo di Cattaneo traccia), però dobbiamo senz’altro rispondere a una domanda che i lettori – almeno gli arditi che sono arrivati fino a questo punto – si saranno fatti: ma che c’entra tutta questa astronomia con la vita cristiana? Eh, forse c’entra poco con noi, che a colazione abbiamo sostituito le frappe con la colomba e per cui “Pasqua” significa due o tre giorni rossi sul calendario invece di uno… ma per un cristiano del IV secolo (e anche per un cristiano dei nostri giorni, mi verrebbe da dire) la quaresima era (ed è) un periodo socialmente caratterizzato dal digiuno e dall’elemosina, oltre che da preghiera e penitenza. Tra gli ortodossi la quaresima ha ancora un senso ascetico così spiccato (così “monastico”, direi) che tra le persone comuni e devote essa viene ridotta a una settimana o dieci giorni, perché sono davvero pochi quelli che riescono a reggere un simile regime per quaranta giorni veri. Ecco, allora immaginatevi che mentre voi state sforzandovi di tenere un regime alimentare praticamente vegano (anzi, peggio: neanche gli olii vegetali sono ammessi!) il vostro vicino di casa stia festeggiando con un lauto banchetto, e che anzi magari si sia messo a suonare l’organetto da quanto è alticcio… Come si vede, tutta quest’attenzione matematica ai corsi del sole e della luna è per rispondere a un problema eminentemente pastorale.




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Forse così si capirà meglio perché della questione volle occuparsi anche il Concilio di Nicea del 325… anzi, come lo stesso Costantino si preoccupi di emanare per proprio conto, oltre a quella dei Vescovi, una circolare imperiale per dare notizia dell’accordo sul computo per la data di Pasqua. Lo trovate esagerato? Si vede che non sapete quanto possano diventare pericolosi gli uomini affamati… magari siamo tutti troppo sazi, chissà.

Cattaneo riporta poi un caso emblematico in cui, ancora dopo Nicea, si mostra come le disposizioni canoniche potevano procurare inquietudini sociopolitiche:

L’anno 387 fu segnato da un riaccendersi della discussione sulla data della Pasqua. In effetti, in quell’anno la luna piena cadeva venerdì 19 marzo, e quindi domenica 21 marzo, inizio dell’equinozio di primavera, avrebbe potuto essere celebrata la Pasqua. Poiché tuttavia quella luna piena era anteriore all’equinozio, la Pasqua andava spostata alla luna piena del mese successivo. Così essa sarebbe dovuta cadere il 18 aprile, che era domenica, e poiché non si potevano iniziare le celebrazioni pasquali di domenica, ecco che la Pasqua venne spostata alla domenica successiva, cioè il 25 aprile. Tale fu il calendario della Chiesa alessandrina.

Per alcuni tuttavia questa data parve troppo tarda, al di fuori del primo mese in cui solo era consentita la Pasqua. Si mosse pure l’imperatore Teodosio, che chiese delucidazioni a Teofilo, vescovo di Alessandria. Anche i vescovi dell’Emilia domandarono spiegazioni ad Ambrogio, il quale rispose con una lunga lettera, nella quale si rifaceva alla decisione di Nicea e difendeva la data alessandrina. Così in quell’anno la Pasqua fu celebrata a Milano il 25 aprile, e in quella veglia pasquale Ambrogio ebbe un neofita d’eccezione, colui che poi sarà sant’Agostino.

E. Cattaneo, La data della Pasqua nella Chiesa antica, 537-538

Tornate con la mente alla questione del digiunatore solitario nel condominio in festa: con la data al 25 aprile la differenza tra quelli che festeggiavano Pasqua il 14 Nisan o poco dopo diventava davvero enorme. Mentre a Milano Ambrogio battezzava Agostino in Oriente un altro gigante si trovava a fronteggiare le sommosse dei “tradizionalisti”: era Giovanni Crisostomo (che all’epoca non era ancora Vescovo di Costantinopoli, ma stava ad Antiochia da semplice presbitero). Il dibattito andò più o meno così:

– Bisogna adeguarsi alla decisione che la Chiesa ha preso nella sua grande maggioranza– Ah, quindi adesso è la maggioranza a stabilire la verità!?– No, è che dobbiamo evitare ogni elemento di discordia e di divisione.– Fino ad oggi abbiamo sempre fatto in un altro modo! Forse che i nostri padri sbagliavano?– Non è peccato cambiare, se si cambia in meglio, e il meglio è seguire i trecento padri del Concilio di Nicea, che hanno dato una data comune proprio per amore di tutti i cristiani.– Allora, se non dobbiamo fare come i nostri padri, almeno facciamo come fece Gesù: torniamo tutti al 14 Nisan e non se ne parla più!– Cristo ha portato a compimento la Pasqua antica, e così facendo non solo non ci ha ordinato di osservare una data, ma ci ha anche liberati dalla necessità di osservarne una.

E in particolare Cattaneo riporta questo bel passaggio:

Ascolta ciò che dice Paolo – e dicendo “Paolo” io dico “Cristo”, perché era lui a muovere l’anima di Paolo. Che cosa dice, dunque? «Voi osservate scrupolosamente giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi di essermi affaticato invano a vostro riguardo» (Gal 4, 10). E ancora: «Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore» (1Cor 11, 26). Dicendo “ogni volta”, egli ha reso ciascuno libero di accostarsi e lo ha liberato da ogni osservanza dei giorni. […] Infatti la Pasqua e la quaresima non sono la stessa cosa. […] Infatti la quaresima capita una sola volta all’anno, ma la Pasqua tre volte alla settimana [si celebrava prevalentemente di domenica, di mercoledì e di venerdì, N.d.R.], a volte quattro, o piuttosto tutte le volte che lo vogliamo. La Pasqua infatti non è il digiuno, ma l’offerta e il sacrificio che si fa in ogni sinassi.

Ma quelli niente, riprendevano:

– Io è tanti anni che digiuno così. Mi ci trovo tanto bene. Perché dovrei cambiare?Niente vale più della pace e della concordia. Perciò quando il Vescovo entra in chiesa non sale a questa sede se prima non ha invocato la pace per tutti voi […]. Senza questa pace non si può fare nulla. Anche se la Chiesa si sbagliasse, il vantaggio che venisse dall’osservanza esatta dei tempi non compenserebbe l’accusa di divisione e di scisma. […] Digiunare in questo o in quel tempo non è un crimine; ma dividere la Chiesa, mettersi a fare contese, provocare discordie, astenersi continuamente dal partecipare all’assemblea, questo sì che è peccato da accusare, meritevole di un grande castigo.

E così le parole del Crisostomo tornano ancora utilissime a tutti noi. Non solo e non tanto per la datazione della Pasqua (siamo riusciti a dividerci di nuovo anche dopo l’imposizione delle norme nicene, quando alcune Chiese rifiutarono la riforma gregoriana del calendario), quanto per il complesso delle dinamiche ecclesiali: ogni giorno c’è qualcuno che vuole brandire una presunta tradizione contro la vita della Chiesa… e così facendo la tradisce, la Tradizione.

Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

1Cor 11, 23-26

Questo è l’eucaristia, questa è “la vera Pasqua”: «Idem facere quod fecit Dominus» [«Fare la stessa cosa che fece il Signore»] (T.C. Cipriano, Lettera 63, 18).

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