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Un rabbino sulla convergenza tra la Pasqua ebraica e quella cristiana

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Nel nostro comune impegno a condurre una vita incentrata su Dio, dobbiamo tutti porci quotidianamente una domanda.

Siamo rimasti così colpiti dall’intervista al Rabbino Daniel Cohen, autore del libro “What Will They Say About You When You’re Gone?“, che gli abbiamo chiesto di condividere con noi alcuni pensieri su questo Tempo Santo, in cui si celebra sia la Pasqua ebraica che quella cristiana.


In quanto rabbino ortodosso, sono profondamente devoto alla ritualità e alla teologia del giudaismo. Eppure, più cresco e imparo, più mi rendo conto dei vantaggi nel promuovere collaborazioni per discutere dei temi religiosi che ci uniscono. Forse ero destinato a questo “viaggio” fin da quando ero piccolo.

Sono cresciuto ad Atlanta, figlio di un rabbino ortodosso. Mi sono formato nelle scuole ebraiche, e la casa della mia infanzia irradiava il ritmo vibrante della vita e della cultura ebraica. Ironia della sorte, lungo la nostra stessa strada, la High Haven Court, si trovava una chiesa. Vivevamo quindi vicini al pastore, e di tanto in tanto giocavo con suo figlio. Ma ho davvero preso coscienza dei valori condivisi tra le nostre fedi soltanto alcuni decenni dopo.

Il mio ruolo di rabbino della Congregazione Agudath Sholom a Stamford, nel Connecticut, mi ha portato a sviluppare amicizie con dei chierici cristiani. Conduco inoltre un programma radiofonico con un pastore presbiteriano. Ho imparato che le nostre comuni radici giudaico-cristiane sono la chiave per il rinnovamento personale, per plasmare il nostro carattere, e per riparare il mondo. Ovviamente ogni fede ha tradizioni uniche, una teologia ben specifica e un approccio alla vita che la contraddistingue. E dovremmo celebrare la diversità questi aspetti.

Eppure, rispettare le nostre differenze favorisce la fiducia reciproca e la motivazione per costruire sulle nostre aspirazioni e idee condivise. Il mondo ha bisogno di fede. Il mondo ha bisogno di speranza e di amore. Ebraismo e cristianesimo cercano entrambi di elevare ed ispirare ogni essere umano verso la vita soprannaturale.

Sulla scia della convergenza tra la Pasqua ebraica e quella cristiana, avendo a mente il messaggio sull’incondizionata vita di Dio, preghiamo affinché i nostri principi condivisi possano ispirare la nostra vita.

La festa della Pasqua cristiana segue un periodo di 40 giorni e lo Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, segue un periodo di 40 giorni, ognuno dei quali rappresenta un’opportunità di trasformazione personale. Le dinamiche per ottenere il perdono sono radicalmente diverse, ma entrambe parlano alla scintilla divina nell’umanità e alla nostra capacità di raddrizzare le nostre vie e di rinnovare la nostra vita spirituale. Ogni mattina, affermiamo che Dio ci ama e che crede nella nostra capacità di diventare santi e realizzare il nostro potenziale divino. Non gettare mai la spugna con te stesso. Siamo tutti programmati per la grandezza.

Nel nostro comune impegno a condurre una vita incentrata su Dio, tutti noi dobbiamo porci quotidianamente una domanda: viviamo per la nostra stessa gloria, o per la Gloria di Dio? Per usare le parole del Pastore Greg Doll, il mio co-conduttore in radio, c’è Una Persona che ogni giorno assiste alle nostre azioni. L’inizio della stessa legge ebraica afferma, in modo chiaro e con forza, questo principio. Ricordiamoci che Dio è sempre davanti a noi, nel privato e nel pubblico.

Infine, noi persone di fede dedichiamo tutto ciò che siamo a riparare il mondo, così a pezzi. La nostra missione è costruire una società basata sull’amore di Dio, sull’amore del prossimo e sull’amore per lo straniero. Non c’è causa più nobile e santa che lottare per i diritti umani, per la dignità, per il rispetto e per l’uguaglianza.

Dobbiamo costruire comunità consapevoli. Ognuno di noi deve far sentire la propria voce e lottare affinché tutte le fedi vivano senza paura. Dobbiamo lavorare insieme a tutte le comunità religiose per unire le nostre voci contro ogni forma di razzismo, e prendere posizione di fronte al male che minaccia il nostro mondo.

Citando il Rabbino Jonathan Sacks: “La grande sfida delle religioni in questa era globale è riuscire a farsi spazio a vicenda, riconoscendo l’immagine di Dio in qualcuno che non è a propria immagine”. In quanto portatrici di questa missione, le nostre comunità di fede sono chiamate non solo a combattere l’oscurità, ma anche a portare la luce. Ognuno di noi è un agente morale, e in questo risiede la nostra dignità unica di esseri umani; siamo obbligati a portare il cielo sulla terra.

Dio ci promette che, se abbracciamo la nostra missione, uniti attorno a valori condivisi, saremo rafforzati nel nostro compito ogni giorno. Come afferma il profeta Isaia: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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