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Riscoprire Humanæ Vitæ, non riscriverla

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Riflessioni a margine della conferenza in Gregoriana di un membro della Pontificia Accademia per la Vita: l’enciclica di Paolo VI deve essere riletta perché abbiamo bisogno del suo Magistero, non perché dobbiamo spalmarlo sul nostro nichilismo relativistico.

Invece i casi di gravidanze non programmate che avvengono con i metodi naturali usati normalmente si aggirano intorno all’1%. Ovviamente se una coppia si trova nelle condizioni di non poter accogliere proprio per nessun motivo al mondo una nuova vita, potrà seguire i metodi naturali con più prudenza, mantenendo l’intimità con pressoché zero rischi di avere altri figli, ammesso che una nuova vita possa mai essere un fattore di rischio: chi crede in Dio sa bene che è molto meglio fidarsi dei suoi piani invece che dei propri.

Insomma, non so quali tecniche abbia in mente di promuovere don Chiodi, ma mi permetto di ricordargli che la pillola danneggia il corpo della donna: squilibri di tutte le funzioni, effetti collaterali e complicanze, fino anche alla morte in casi rari ma non inesistenti. Il pesticida umano comunque non necessita di alcuna promozione, visto che dalle analisi chimiche delle metropoli occidentali risulta che le acque dei fiumi sono appestate degli ormoni rovesciati dalle fogne, mi dispiace usare questa immagine ma pare che l’argomento ecologico sia molto più in voga dei richiami alla Humanæ Vitæ, di questi tempi, e allora ricordiamo anche questo. En passant, direi anche che il preservativo invece non rispetta la sessualità maschile, togliendo all’uomo parte – non so se grande o piccola – del piacere, anche se nell’era Weinstein questa non pare la priorità.

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Infine, la più grave, insormontabile obiezione alla pillola (e alla spirale): per entrambi i metodi non si può mai escludere un tasso di abortività. Cioè può succedere che non impediscano il concepimento di un embrione, ma solo il suo annidamento. Un embrione viene ucciso. È una vita e non vorremmo essere noi laici a ricordarlo un membro dell’Accademia per la Vita. Quando mai potrebbe esserci l’obbligo di fare sesso (non lo vorremo mica chiamare amore, quello?) anche a rischio di uccidere?

Certo non sono in grado di discettare del nodo teorico del rapporto tra oggettivo e soggettivo o di antropologia rahneriana con un professore di morale, ma da moglie, madre e testimone di ormai migliaia di vite di famiglie conosciute in anni di incontri tutta Italia io posso raccontare le vite felici nate dall’obbedienza alla Humanæ Vitæ, che al contrario di quanto lui sostiene, non è “sempre più una questione simbolica” ma una concretissima mappa esistenziale per alcune famiglie davvero cristiane.

Se vuole, don Chiodi, le presento circa due milioni di persone che solo in Italia sono felici grazie a quella preziosissima enciclica: molti di loro erano in piazza al Family day. E ce ne sono un gran numero nel mondo. Uomini e donne ci si sono giocati la vita, non si sono messi al posto di Dio e ne hanno ricevuto il centuplo. Famiglie grandi o piccole, felici, feconde, famiglie coraggiose che con creatività hanno accolto vite che ogni volta hanno allegramente sconvolto tutti i piani portando in dote nuova felicità.

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Se pensiamo di essere in grado di decidere noi quando e se dare la vita, è molto probabile che vinca la paura, o almeno la prudenza. Che non si butti il cuore oltre l’ostacolo. Certo, chi decide di avere l’ultima parola sulla propria capacità generativa, decide di fare da solo, di contare sulle proprie forze (e chi mai oserebbe mettere al mondo un figlio pensando di dovergli assicurare il futuro da solo?). Chi invece decide di consegnarsi a Dio, anche in quello che è il compimento più alto della propria vocazione matrimoniale, cioè la relazione anche fisica con lo sposo o la sposa, dice a Dio “la vita della nostra famiglia è nelle tue mani”. E Dio non delude mai. È questa l’enorme bellezza della proposta di HV, è questa la grandezza a cui le famiglie sono chiamate.

Non so quale sia il senso di queste continue spallate alla Humanæ Vitæ. Voglio essere positiva, avere il cuore aperto nei confronti di un pastore nominato alla Pontificia Accademia per la Vita. Magari il senso era quello di comunicare ai fedeli che la Chiesa non è sessuofobica, non considera il sesso una cosa brutta, e dà un grande valore all’intimità tra coniugi, fino a considerarlo un dovere (e infatti lo è, nei tempi e nei modi possibili). Ma io credo che di questo forse si potesse sentire il bisogno parecchi decenni fa, non adesso. Non in un tempo in cui anche i cosiddetti cattolici fanno ampio, libero uso della contraccezione senza sentirsi in colpa, anche perché i preti non osano neppure parlarne.

È la solita Chiesa che si vergogna di Cristo, come diceva don Giussani, e non ha coraggio di proporre una misura alta di vita, forse illudendosi così di avvicinare i cuori e le anime. Ma per portarli dove? Questo nostro Occidente depresso, stanco, infecondo, satollo e avido di senso, ha bisogno solo di Dio, a sbagliare è bravissimo già da solo.

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