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Cosa pensano i dannati all'inferno?

Giovanni da Modena | Wikipedia

Giovanni Marcotullio | Aleteia Italia | Mon Jan 15 2018

Le volontà dei dannati nell’ultimo Tommaso

Ora, però, qualcuno potrà storcere il naso di fronte a Dante, affermando che in nulla la Commedia possa additarsi come luogo teologico. È vero, il Poeta non è un dottore della Chiesa (a mio avviso questo titolo omesso va a disdoro della Chiesa, più che di Dante, ma passiamo oltre…), Tommaso d’Aquino, però, sì. Quanto alla dottrina sul Purgatorio, Tommaso vede impreziosirsi il proprio consueto genio per via di due circostanze accidentali:

La prima è che il Doctor Angelicus, appena cinquantenne, morì mentre si recava al Lionese II ma non potè prendervi parte; dunque la sua dottrina (a differenza di quella di Dante) non è influenzata dal Concilio, bensì la influenza.

La seconda è che le quæstiones di Tommaso relative ai novissima sono raccolte nel cosiddetto “supplementum” della Summa Theologiæ, ovvero sono quei materiali a cui l’Angelico non riuscì a dare forma compiuta prima di morire, e che sono pervenuti a noi nella forma attuale mediante la collazione del segretario Reginaldo.

Tale seconda circostanza, in particolare, è suggestiva e utile nella nostra materia perché ci permette di prendere con le pinze anche le vertiginose sintesi di Tommaso – anzi, ci obbliga! –: nessun teologo può pretendere di dire molte parole definitive (a parte le poche che sono fondamentali) sull’Inferno e sul Paradiso – figuriamoci poi sul Purgatorio, che a differenza degli altri due neppure fa parte, in senso stretto, dei “novissimi”!

Scrive dunque “Tommaso”, all’inizio della novantottesima quæstio del supplementum, quella dedicata a “la volontà e l’intelletto dei dannati”. Bisogna discutere nove cose:

  1. se la volontà dei dannati sia cattiva;
  2. se di tanto in tanto i dannati si pentano del male che hanno fatto;
  3. se non preferirebbero smettere di esistere del tutto;
  4. se i dannati desiderino che altri non si dannino;
  5. se gli empi abbiano in odio Dio;
  6. se gli stessi possano meritare altre pene;
  7. se possano usufruire delle nozioni apprese prima della morte;
  8. se di tanto in tanto pensino a Dio;
  9. se vedano la gloria dei beati.

Così procede il metodo tomistico: di ogni questione individua anzitutto, dialetticamente e in base alle categorie aristoteliche, un elenco di “articoli”, preparandosi poi a passarli singolarmente in rassegna, evidenziando i pro e i contro di ciascuna tesi e armonizzando il tutto alla luce dei principîd’identità, di non contraddizione e del terzo escluso (una lezione inesausta per chiunque voglia imparare a pensare). Come si capisce, non potremo riportare qui l’intero contenuto della quæstio: bisognerà che ci accontentiamo di una spizzicata.

Quanto al primo articolo, quindi, un rapido spoiler: sì, la volontà dei dannati è malvagia, sempre e in tutto (chi voglia sapere di più vada a leggere la Summa). Meno immediato è l’articolo secondo, a cui “Tommaso” risponde così:

Ci sono due modi di pentirsi di qualcosa: il primo è per sé, l’altro è in modo accidentale. Ci si pente del peccato in sé e per sé quando si ripudia il peccato per il fatto che è peccato. Ci si pente in modo accidentale per il fatto che si giunge ad odiarlo in ragione di aspetti collaterali, come ad esempio le conseguenze dolorose o cose simili. I malvagi, quindi, non si pentiranno dei peccati in sé e per sé, perché la volontà delle cose cattive permane in loro. Si pentiranno però in modo accidentale, cioè in quanto vengono afflitti da pene che derivano loro dal peccato.

Una risposta simile viene data anche all’articolo terzo, sul quale pure non indugiamo, nel quale però si legge che i dannati potranno desiderare (invano) di essere annichiliti, e non perché la ragione possa desiderare il proprio annientamento, quanto per l’enormità delle sofferenze eterne che dovranno sostenere.

E poi: i dannati possono desiderare per gli altri la salvezza?

Così come tra i beati nella patria celeste ci sarà carità perfettissima, così tra i dannati regnerà perfettissimo odio. E così, come i santi godranno di tutti quanti sono buoni, così i malvagi si dorranno dei buoni. Ragion per cui anche la considerazione della felicità dei santi li affliggerà moltissimo. […] E quindi desidereranno che tutti i beati siano dannati.

Ma com’è possibile che delle creature possano giungere a fissarsi nell’odio di Dio, che è bene supremo e destino di ogni persona? Risponde così “Tommaso”:

Dio può essere conosciuto in due modi: per sé o per altro. In sé e per sé lo conoscono i beati: i dannati e noi lo conosciamo per altro. In sé stesso Dio, che è bontà essenziale, non può dispiacere ad alcuna volontà: così chiunque lo veda nella sua essenza non può odiarlo. Alcuni degli effetti però possono ripugnare alla volontà, perché magari contrastano qualche voglia. E per questo, dunque non in sé e per sé ma in ragione degli effetti, uno può giungere a odiare Dio. E quindi i dannati, che percepiscono Dio in quell’effetto della sua giustizia che è la pena infernale, odiano Dio così come odiano le pene cui sono destinati.

Una sorpresa si ha, leggendo il Supplementum, allo scoprire che i dannati non possono accumulare demeriti – non più di quanto i santi possano accumulare meriti: ogni virtù, in Paradiso, è premio e non merito; ogni vizio, all’inferno, è pena e non demerito. Anche in questo bisogna notare una radicale differenza tra il paradiso, dove si viene trasfigurati «di gloria in gloria» (perché il premio, che è Dio, è infinito) e l’inferno, che è destinato a un’eternità statica per il suo essersi fissato su una creazione disabitata da Dio (cisarà quindi un dolore eterno, ma che dopo il giorno del giudizio non crescerà più neanche in intensità, sarà sempre uguale a sé stesso).

Ma veniamo agli ultimi tre articoli, che più da vicino interessano la nostra domanda iniziale:

Così come nella beatitudine dei santi – spiega “Tommaso” – non c’è nulla in loro che non diventi materia di gioia, così fra i dannati nulla sussiste senza che sia funzionale alla loro tristezza, come materia e come causa. E niente mancherà loro che possa essere ordinato ad accrescere e portare al parossismo la loro tristezza. Dunque la considerazione di alcune cose note può portare alla gioia per alcune cose […] e può pure essere motivo di tristezza […] . E dunque nei dannati ci sarà il pensiero fisso delle cose che sono causa di tristezza e non di quelle che dànno gioia. Penseranno quindi i mali che hanno fatto e per cui sono dannati e i beni che hanno amato e perduto irrimediabilmente – da entrambe le cose saranno tormentati. Allo stesso modo, saranno tormentati pure dal sapere che la loro nozione delle cose teoretiche è imperfetta e che mai quel desiderio innato sarà colmato.

Va bene, ma i dannati penseranno a Dio?

A questa domanda “Tommaso” aveva già risposto, sostanzialmente, quando aveva precisato che ai dannati è impossibile qualunque altra conoscenza di Dio che non sia quella mediata dalle pene che per la sua eterna giustizia subiscono, e in tal senso lo stesso pensiero di Dio diventa per costoro fonte di tristezza. Quanto al resto, invece, cioè in sé e per sé, Dio non sarà mai oggetto di pensiero da parte di un dannato – e si spiega come mai è impossibile che da parte sua sia concepito un pensiero giusto su Dio.

E in ultimo cosa dice “Tommaso”? I dannati vedono la gloria dei beati? Leggiamo:

Prima del giorno del giudizio i dannati vedranno i beati nella gloria, non nel senso che possano conoscere la natura di quella gloria: sanno solo che sono in una gloria inestimabile. Per questa conoscenza saranno molto scossi: un po’ per invidia, dolendosi della loro felicità; un po’ per il fatto di aver perso quella tale gloria. Per questo nel libro della Sapienza (5) sta scritto: «Vedendo saranno turbati di orribile timore». Ma dopo il giorno del giudizio i dannati saranno privati per sempre della visione dei beati, e non per questo (tuttavia) la loro pena diminuirà, bensì sarà accresciuta, perché avranno la memoria della gloria dei beati, che nel giorno del giudizio (e anche prima) avranno visto: e questo li tormenterà. Ma soffriranno ancora di più per il vedersi stimati indegni anche solo di vedere la gloria che i santi avranno meritato di avere.

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