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Dio non manda nessuno all’inferno

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Aleteia Team - pubblicato il 12/01/18

E tuttavia Gesù e la dottrina cristiana affermano che l'inferno esiste. Come “funziona”?

Molte persone, anche tra quelle che si ritengono cristiane, affermano di non credere all’esistenza dell’inferno. La grande maggioranza di loro non ci crede perché non ha mai ricevuto una spiegazione adeguata di cosa sia l’inferno.

La stessa mancanza di spiegazione adeguata genera fraintendimenti anche tra coloro che credono alla sua esistenza. Tra questi, uno degli errori più frequenti è pensare che sia Dio a mandare le persone al fuoco eterno.

Non è così.

La rivista cattolica Pergunte e Responderemos (Domandate e risponderemo) ha trattato la questione nella sua edizione numero 3, del luglio 1957, alle pagine 10-12. Riproduciamo un passo della spiegazione:

L’inferno viene concepito spesso come un castigo che Dio infligge in modo più o meno arbitrario, come se desiderasse imporsi in modo vendicativo come Signore sovrano; il reprobo sarebbe tormentato malvagiamente tra le fiamme da demoni dalle corna tremende. Non stupisce che molti ritengano queste idee inventate solo per incutere paura; non sarebbero compatibili con la nozione di un Dio buono.

In realtà, l’inferno non è altro che la conseguenza logica di un atto che l’uomo realizza in modo consapevole e deliberato qui sulla Terra. È l’individuo a collocarsi all’inferno.

L’inferno è in primo luogo uno stato dell’anima; sarebbe inutile preoccuparsi della sua “topografia”. Non è Dio che per effetto di un decreto arbitrario manda lì la creatura.

Ammettiamo che un uomo in questa vita abbia odio nei confronti di Dio (o del Bene che ritiene essere il Fine ultimo, Dio), e Lo offenda in materia grave, impegnando in questo tutta la sua personalità (con piena cognizione di causa e libero arbitrio); questa creatura si pone in uno stato di avversione nei confronti del Signore. Nel caso in cui muoia in queste condizioni, senza ritrattare l’odio per il Sommo Bene, neanche nel suo intimo, che sorte avrà?

La morte confermerà definitivamente in quell’anima l’odio di Dio, perché la separerà dal corpo, che è lo strumento mediante il quale essa, secondo la sua natura, concepisce o modifica le sue disposizioni.

Dopo la morte, questa creatura non potrà in alcun modo desiderare di restare alla presenza di Dio; anzi, vorrà spontaneamente allontanarsi da Lui. Non sarà necessario che per questo il Giudice supremo pronunci una sentenza. Il Signore riconoscerà solo la scelta della creatura. L’ha creata libera e rispetterà questa dignità, senza forzare o mutilare in alcun modo il suo libero arbitrio.

Volersi allontanare da Dio e rimanere di fatto lontana è però per l’anima umana il più tremendo dei tormenti. Ogni creatura è essenzialmente legata al Creatore, del quale riflette un’immagine o una somiglianza, e quindi tende per propria essenza a conformarsi al suo Modello (è la natura che lo chiede, prima di qualsiasi opzione di libera volontà). Quando l’uomo segue questa propensione, raggiunge la sua perfezione e la sua felicità.

Nel caso in cui rifiuti, per servire se stesso, non può non sperimentare le proteste spontanee e veementissime della natura violentata. L’esistenza umana diventa allora lacerata: il peccatore sente nelle più recondite profondità del suo essere il grido che anela a Dio, ma lo ha soffocato e lo soffoca per aderire a un fine inadeguato, che non vuole abbandonare nonostante il terribile tormento che gli provoca il suo atteggiamento. Nella vita presente, il dolore che comporta l’odio per il Sommo Bene può essere temperato dalla conversione a beni apparenti ma precari, dall’autoillusione. Nella vita futura non ci sarà più possibilità di inganno!

È in questo che consiste fondamentalmente l’inferno. Si tratta di una pena inflitta dall’ordine stesso delle cose, non di una punizione scelta in modo speciale, tra le tante altre, da un Dio che si vuole “vendicare” della creatura.

In ultima analisi, all’inferno ci sono solo individui che vogliono restarvi. A questo tormento spirituale si aggiunge all’inferno una pena fisica, in genere designata con il nome di fuoco; una sofferenza che le altre creature provano molto naturalmente nei confronti del reprobo. Sì; chi si rende incompatibile al Creatore non può non rendersi incompabile alle creature, anche se anche loro si sono allontanate da Dio (il peccatore è essenzialmente egocentrico), di modo che gli altri esseri creati posti alla presenza del reprobo rappresentano per questi un’autentica tortura (non si potrebbe tuttavia precisare in cosa consista questo tormento).

Si capisce, poi, che l’inferno non abbia fine; dev’essere duraturo quanto l’anima umana, che per sua natura è immortale. Dio non le toglie l’esistenza che le ha dato e che, considerata in sé, è una grande perfezione. Pur se infelice, il reprobo non “stona” nel contesto della creazione, perché per il suo stesso dolore proclama che Dio è la Somma Perfezione, dalla quale si è allontanato (bisogna ricordare che il centro del mondo è Dio, non l’uomo).

Non si pensi a una nuova “chance” o alla reincarnazione in questo mondo, che in qualche modo presupporrebbe che Dio non prenda sul serio le decisioni che prende l’uomo, impegnando tutta la sua personalità; il Signore non tratta l’uomo come un bambino che non merita rispetto. Del resto, la reincarnazione è esplicitamente esclusa da una serie di testi della Sacra Scrittura.

Ecco la nozione autentica dell’inferno, che a volte viene coperta da descrizioni troppo infantili e fantasiose.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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