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La Croce - Quotidiano - pubblicato il 18/12/17

Di questo amore così prossimo all’amore materno parla Paola. Con la sua nuda esistenza, la vita più inerme comunica una verità invisa al Narciso che alberga in ogni uomo. Implicitamente essa ci dice che l’unico insuccesso della vita consiste nel non lasciarsi amare. Si può essere falliti di successo. È il destino che attende l’uomo incapace di lasciarsi amare. Si trovasse pure ai vertici della scala sociale, egli avrà fallito nella sola competizione che davvero conti, estremo paradosso per cui il massimo successo di fronte al mondo corrisponde al massimo fallimento davanti a Dio. È sicuramente in questo senso che va interpretata la celebre frase di Léon Bloy: «Esiste una sola tristezza, quella di non essere santi».

“Ci sono cose che ci stanno strette”si sofferma sui guasti derivati da una visione del corpo ridotto a cosa di cui disporre oppure a merce da esibire. Al rifiuto del corpo come dono corrisponde una astratta corporeità vissuta come strumento da potenziare (il corpo come “vestito senziente”). Al contrario, avverte Paola, «dobbiamo di corsa ricordarci che siamo umani e che il corpo non è una prigione né una macchina sportiva. Una res più o meno extensa della quale crederci ostaggi né uno status symbol da esibire per entrare nella lista».

“Davvero il mestiere più difficile del mondo”contrasta, come già aveva fatto Chesterton, la professionalizzazione della madre, sempre più coinvolta in un ingiusto corpo a corpo con le innumerevoli figure di “esperte in maternità”, chiamata a competere per aggiudicarsi il primo posto nella fornitura di “servizi familiari” di maggiore qualità.

“L’anima è intera” è invece un pezzo venato di lirismo. Nel mezzo di una meditazione sulla eccezionale forza d’animo di Bebe Vio, la giovanissima campionessa paralimpica di fioretto mutilata di gambe e braccia, Paola si slancia in un inno a quell’impasto di carne e spirito che è l’essere umano. Vale la pena di leggerne un estratto: «Quanta forza c’è nelle persone. Quanta magnifica bellezza c’è in noi, così carnali, corporei, sublimi. Quanta meraviglia. E il dolore, la malattia, la mutilazione sono come un accento di fuoco proprio sulla nostra povera carne; che allora grida forte e fa rizzare in piedi spiriti gagliardi. Oppure resta muta e nel suo ostensorio silenzioso lo stesso fa intuire che lì, nella carne di un bambino ammalato, nei pezzi di arti che non ci sono più brilla, brilla la nostra vera effigie, che è anche la Sua effigie».

“Attenzione ai prodotti editoriali pensati per (corrompere) le giovanissime” è una messa in guardia contro i guasti della maligna alleanza tra un certo femminismo e una certa “educazione all’affettività” che con la scusa di trincerarsi dietro i tecnicismi di un linguaggio solo apparentemente neutro finisce per veicolare una concezione degradante della persona umana.

“Ma per parlare di moda ci tocca ripartire da Adamo ed Eva? Meglio di sì” contiene un invito a non considerare l’abbigliamento attraverso due lenti egualmente distorte. La prima lente deformante si esprime nella vetrinizzazione del corpo – in particolare di quello femminile – propagata dalla pubblicità; la seconda lente alterata può essere rintracciata in quella soffocante precettistica che pretende di commisurare la modestia del vestiario ai centimetri di pelle coperta. Cosa scegliere tra la fiera delle vanità e la moda modesta? tra la frivolezza e la moralina? Entrambe, per un verso o per l’altro, avviliscono la bellezza della persona umana. Paola perciò propone una terza via invitando a riscoprire la magistrale lezione data da Karol Wojtyla in “Amore e responsabilità”. Bisogna ripartire da una visione integrata della persona umana, dove corporale e spirituale risultano fusi in una misteriosa unità. E soprattutto indica un approccio che esalta il pudore come «segnalatore di qualcosa di prezioso che vuole restare nascosto per via del suo valore e della sua bellezza».

Un libro, in buona sostanza, dove la dignità della persona umana è difesa in tutte le sue forme. Paola stimola, fa pensare. La sua penna invita a meditare, in forma discreta e garbata, ma in maniera perentoria. Come sempre succede quando le domande non girano intorno alle questioni ma vanno dirette all’essenziale con cuore, intelligenza e coraggio.

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donnefemminilitàrecensioni di libri
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