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Sposarsi è come tatuarsi

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"Se la mia generazione è alla ricerca di qualcosa di veramente forte ed estremo dovrebbe scegliere il matrimonio, e non la convivenza, tatuaggio rimovibile"

Condividiamo queste “riflessioni per assurdo di una sposa (quasi) trentenne” che ci ha mandato la nostra amica Chiara Ianniccari!

Data l’inflazione di negozi e laboratori di tatuaggi nelle nostre città e province (il mio paese ne conta almeno sei in poche centinaia di metri), una riflessione mi è sorta spontanea sulle abitudini e mode della mia generazione.

Oggi farsi un tatuaggio è una cosa del tutto normale, anzi, è anormale girare con la pelle ancora intonsa come mamma te l’ha regalata. Ci si tatua di tutto, ricordi, mantra moderni, frasi emblema, testi di canzoni. Anche facce di cartoni animati, per sentirsi unici, o unicamente legati ad un ricordo. Tatuaggi piccoli piccoli e nascosti, tatuaggi grandi ed evidenti. Si accetta con una tranquillità assoluta l’idea che si sta facendo una scelta definitiva che ci accompagnerà per tutta la vita, e che rimarrà (salvo cicatrici da laser del chirurgo) sotto la nostra pelle per sempre. Immortalare un istante con l’inchiostro sotto la superficie della pelle, magari dopo una serata “memorabile”, una di quelle che non ricapitano spesso. ( da notare bene che questi negozi rimangono aperti anche oltre la mezzanotte, non si sa mai qualche pinta di birra ispiri a farsi fare il tatuaggio della storia, e poi l’alcol attutisce anche il dolore).

“Per sempre”. Questo è il concetto alla base del tatuaggio: “io penso quella cosa”, “sono”, “condivido”, “amo” quella persona o quel modo di essere, per sempre. La mia generazione cerca estremamente un per sempre da fissarsi sulla pelle, come se tutto scivolasse via con troppa fretta e indifferenza: le abitudinarie sere di divertimento, la noia, gli eventi della vita vissuti indifferentemente, tutto in modo passivo come fossimo davanti ad un pc, alla televisione, comodamente appollaiati con il telecomando in mano.

Farsi un tatuaggio è come bere un bicchier d’acqua per i miei coetanei. Non per me che anche quando ho fatto lo smalto semipermanente per il matrimonio ho chiesto se poi le mie unghie sarebbero tornate come prima. È un gesto in sé che mi colpisce perché ha un che di estremo e folle. Ma comunque coraggioso. Per assurdo e per contrasto lo paragono a ciò che per me è stato folle ed estremo, la scelta della mia vita. Trasgressione punk come dicono i Mienmiuaif: una vita da vivere insieme, una casa da coabitare, un amore da coltivare, dei figli da crescere.

Sì, è vero, forse il matrimonio non va di moda come il tatuaggio, non è di tendenza, fa “vecchio”, e per alcuni addirittura è collegato ad un fatto economico della serie “non mi sposo per non spendere tutti quei soldi” (come se tutti dovessero comparire in tv per il matrimonio del secolo, carrozza inclusa, come i principi d’Inghilterra). Poi, adducono i miei coetanei, se le cose non vanno c’è pure bisogno di recarsi da un avvocato e sistemare la faccenda (altri soldi). Però direi che anche andare dal chirurgo e farsi fare il trattamento laser per rimuovere un tatuaggio sia altrettanto doloroso e dispendioso. (Tanto vale tenerselo?)

Motivazioni forse per non accettare che sposarsi è come tatuarsi sul cuore l’altra persona, per sempre. Scelta non modificabile come imbucare una lettera d’amore, diceva il grande Chesterton. Decisione irreversibile e immodificabile, fino alla morte. L’anello che si porta al dito credo sia più coraggioso e folle, ed estremo di qualsiasi tatuaggio, fosse anche il più colorato e invasivo. Irreversibilmente legati ad un’altra vita, con cui condividere tutto. Gioie, speranze, emozioni ma anche dolore, povertà, noia e sconfitte. Se lo si vede così può sembrare brutale. O anche banale, perché oggi purtroppo pochi vivono il matrimonio cristianamente, anche se tutti vogliono la cerimonia in chiesa.

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