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Basta polemiche sulla “Domenica della Parola”!

© Antoine Mekary / ALETEIA

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 13/09/17

L’uomo ammutolì; non so se abbia capito che stava cercando di fare proprio quanto gli esemplificavo nella similitudine. Io me ne andai, ma sapevo di avere un po’ bluffato, purtroppo: se fosse vero che la Parola di Dio la teniamo “in bella vista” nella stanza della nostra pietà e della nostra riflessione teologica, mai certe sette avrebbero potuto proliferare a danno del popolo di Dio. Invece finisce che tanti cristiani “ricomprino” (purtroppo pagandolo a caro prezzo, in tutti i sensi) il quadro che avevano in casa proprio perché non lo avevano mai visto. Così anche nella turpe deformità della cornice in cui il venditore lo ricetta, l’ignaro cristiano abbocca: s’è finalmente sentito parte di una comunità, e ha sbagliato nel riversare in una setta il suo anelito ecclesiale, ma certo non nel percepire quell’anelito.

E non è un’iniziativa opportuna, la Domenica della Parola? Nessuno pretende che sia la soluzione, ma le obiezioni di quanti vi ravvisano una deriva protestante sono risibili, e penosamente, quanto il vescovo dell’apologo di Melantone. Gratta gratta, poi, si scopre che il più delle volte a lamentarsi sono persone convinte che il grande disastro sia cominciato con la riforma liturgica in sé e per sé, e in particolare con il Messale del beato Paolo VI. Se fossero persone con una qualche cognizione di cosa era il lezionario del vetus ordo, e di quanto sia stato arricchito nel novus ordo, certamente non parlerebbero così. E quindi trova ancora ragione di piovere al suolo il rimprovero della Follia erasmiana, la quale vedeva legioni di sedicenti teologi che non avevano mai consumato un’ora a conoscere Cristo nelle Scritture.

Né servirebbero tante letture, tanti studi, tante specializzazioni, per capire cose così semplici – giacché nel cristianesimo sono le cose semplici a essere raffinate negli studi, e non viceversa –: basterebbe infatti vivere docilmente il culto pubblico della Chiesa (anche nella forma straordinaria, se la si preferisce), e si vedrebbe nitidamente il libro delle Scritture, in cui la Chiesa riconosce esprimersi la Parola di Dio, onorato con inchini e baci, incensato, osteso e utilizzato per benedire il popolo. Si compiono mai questi gesti, nella liturgia cristiana, se non per una particolare presenza di Cristo espressa, significata e accolta in quel dato oggetto? Sopra quel libro e sopra ciò che vi è contenuto, il diacono, dopo la proclamazione del Vangelo, da secoli mormora la secretaper evangelica dicta deleantur nostra delicta”, e ora gli amanti del latino saltano sulla sedia perché sentono il ministro propiziare in ottativo che “la Parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”? Quale prova migliore del fatto che spesso neanche lo capiscono, l’amato latino?

Ma la Rivelazione avviene proprio in quanto Dio è Logos, discorso e ragione, intelletto e volontà, e agire a-logicamente è contrario alla natura divina – come ci ricordò Benedetto XVI nella lectio magistralis di Ratisbona.

Dunque non si perda tempo in chiacchiere vane: ci si prepari piuttosto a dare il proprio contributo perché la Domenica della Parola sia pensata e realizzata nel migliore dei modi; e si cerchi di approfittare a piene mani di questo ulteriore mezzo che mediante il ministero ecclesiastico la Provvidenza dispone per salvarci. Perché (in definitiva sarebbe bene non perderlo troppo di vista) questo è il fine della Chiesa.




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