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I 5 giorni (pieni) di vita di Martamaria

©Imma Cardarano

Imma Cardarano e la figlia Martamaria

Silvia Lucchetti - Aleteia Italia - pubblicato il 21/06/17

La testimonianza di Imma e Giacinto che rifiutano l’aborto terapeutico e accolgono la loro bambina affetta da una patologia incompatibile con la vita

Oggi ho l’onore e il privilegio di raccontarvi la storia di Imma e Giacinto, una coppia di sposi che ringrazio per aver condiviso con me la loro testimonianza, che porta il nome di Martamaria, la loro bambina vissuta “solo” cinque giorni dopo il parto. Ma tutto il senso è in quel “solo” che in realtà è stato inaspettato, abbondante, una grazia, rispetto ai pronostici infausti dei medici. Ma procediamo con ordine.

Ho “conosciuto” la vicenda di Imma attraverso Titti (una sua cara amica), la giovane mamma che ha rifiutato l’aborto terapeutico per mettere al mondo Benedetta affetta da una patologia incompatibile con la vita, vissuta solo poche ore, e che ha dato l’input affinché “nascesse” la Comfort Care all’ospedale Villa Betania di Napoli. Vi avevo raccontato la sua bellissima storia di “gioia piena”, come ama definirla lei stessa. È così che sono arrivata ad Imma a cui sono grata per aver accettato con molto calore ed entusiasmo questa intervista che in realtà non è corretto definire tale. Perché è una testimonianza, acqua che sgorga cristallina e bagna e nutre il terreno arido e secco che è spesso il nostro cuore. Le parole che Imma mi ha consegnato sono corse sul filo della commozione da un capo all’altro del telefono come tra due nuove amiche più che tra due estranee.




Leggi anche:
La “gioia piena” di Titti che partorisce sua figlia, destinata a morire dopo poche ore

Cara Imma, grazie della tua disponibilità. Mi racconti come hai scoperto che la bambina che portavi in grembo soffrisse di una patologia incompatibile con la vita?

Nel 2013, un anno dopo la nascita del mio primo figlio, arrivato in seguito a diversi aborti spontanei, sono rimasta di nuovo incinta. Ero felicissima e vivevo i primi tempi della gravidanza con uno stato d’animo molto più sereno rispetto alla prima. Alla dodicesima settimana però, il 24 luglio, il dottore durante l’effettuazione della translucenza nucale si accorse che c’era qualcosa che non andava: la bambina era affetta da acrania, una patologia incompatibile con la vita in quanto non permette il completo sviluppo della calotta cranica. C’erano molte probabilità che la gravidanza si interrompesse prima del termine, e poi il ginecologo aggiunse che in questi casi si praticava l’aborto terapeutico. Lo disse con un’espressione moscia e triste, perché conosceva le sofferenze della nostra storia e non era facile nemmeno per lui. Quando tornai a casa parlai con mio marito, gli spiegai tutto e poi dissi: «Giacinto ero incinta prima, lo sono ancora adesso».

Tu e Giacinto cosa decidete? Prendete in considerazione la possibilità dell’aborto terapeutico?

Noi non abbiamo mai considerato l’aborto, mai. Avevamo chiesto il dono di un figlio al Signore e poi basta. Lui sa quando donarcelo e quando riprenderselo. Io ero la mamma e per me era inconcepibile uccidere il mio bambino. Il cuore di mia figlia batteva. Quindi dopo due giorni tornammo insieme dal dottore per comunicargli la decisione di portare avanti la gravidanza. Mio marito si preoccupava molto per la mia salute, perché io soffro di artrite reumatoide e spondilite, ma il ginecologo lo rassicurò. Io e Giacinto abbiamo avuto sempre la grazia di trovarci d’accordo, di essere uniti.

©Imma Cardarano
Imma in dolce attesa di Martamaria, Giacinto e Giuseppe

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Tags:
aborto terapeuticogravidanzatestimonianze di vita e di fede
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