Ricevi Aleteia tutti i giorni
Comincia la tua giornata nel modo migliore: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!
Aleteia

E se Peter Pan non fosse l’eterno adolescente ma l’angelo della morte?

Condividi

Perché sbirciando dietro le metafore del libro, l’Isolachenonc’è ci appare come il sogno di un bambino malato

Quando Peter non è presente tutto l’ingranaggio si ferma, anche indiani e pirati smettono di guerreggiare: l’Isolachenonc’è è il sogno di un bambino malato. Il romanzo gronda sangue. È un sogno, certo, un gioco, però è il sogno cruento di un bambino malato che sposta il sangue che imbratta le siringhe che usano per lui sulle spade dei Bimbi perduti. Quando i pirati aggrediscono gli indiani è una carneficina. Un gioco, certo, ma le parole sangue e morte vengono ripetute ossessivamente. Peter è un bimbo piccolo. Non ha ancora cominciato a perdere i denti. Ha i denti da latte e li ha tutti. Una fila di perle. Più di una volta questa fila di perle viene nominata e l’idea di questi denti caduchi che non cadranno mai accentua l’impressione di qualcosa di profondamente tragico.

Il mondo di Alice, come l’Isolachenonc’è, è un condensato di sogni, giochi e fantasticherie infantili, quello di Peter più strutturato e logico, quello di Alice più ermetico e onirico. Sotto un’allegria di facciata celano l’orrore dei regni dei morti di epoca precristiana. Sono rappresentazioni multicolori dell’Ade. In realtà la tragedia di fondo di questi mondi senza futuro è che, in cambio di una manciata di giocattoli, di indiani amichevoli e pirati pasticcioni destinati alla sconfitta permanente, è stato tolto il crescere. I bimbi perduti raccolti da Peter Pan nell’Isolachenonc’è si riuniscono attorno a Wendi perché racconti una storia, in uno slancio di nostalgia atroce per la madre che «li ha persi».

Ho perso mio figlio: il mio bambino è morto. Tutti i bambini crescono, ma non il mio. Come Peter Pan, il mio bambino è confinato in un limbo che somiglia a un ciclopico parco giochi, altrettanto insulso e triste. Ossessivo, nelle due narrazioni, è il tempo. Il cipollone del Bianconiglio, sempre in ritardo e la sveglia nello stomaco del coccodrillo scandiscono un tempo senza futuro.

Il ticchettio dell’orologio è una della grandi scoperte dell’umanità. Non è solo lo strumento indispensabile alla totalità della tecnologia recente, ma è stato lo strumento necessario per misurare e pagare il tempo del lavoratore. In luoghi non abituati all’orologio, come le vecchie comunità agricole il tempo del lavoro non viene calcolato come valore.

Il ticchettio dell’orologio è quello che ci permette di prendere il treno. È quello che permette l’esistenza del treno. Se però il tempo di mio figlio è contato, se questo tempo non è destinato ad avere un domani, se qualcuno mi ha detto: ancora un mese, signora, forse tre, allora il ticchettio dell’orologio diventa altro.

Dipende da quanto risponde alla digitale.
Dipende da quanto gli farà bene il sanatorio.
Ancora un mese, forse due, forse cinque, dipende da quanto risponderà alla chemioterapia.
Allora il ticchettio dell’orologio diventa un’ossessione. Un incubo.

Ne Il Piccolo Principe ci perdiamo anche le metafore. Il Piccolo Principe non cade nella tana del Bianconiglio, non parte per l’Isolachenonc’è. Il Piccolo Principe, semplicemente, muore. Il Piccolo principe muore perché non sopportiamo la morte del figlio e da qualche parte dovevamo metterla. Nella narrazione fantastica.

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni