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Malati e disabili: degni di vivere?

© Public Domain

Anna Pelleri - Aleteia - pubblicato il 09/09/14

Si parla di aborto quando c’è un problema nel nascituro, di eutanasia a fronte di malattia. Sembra che la ricerca debba trovare i modi “migliori” per eliminare il “problema”. Che ruolo ha invece la ricerca?

Melazzini: La ricerca prima di tutto è lo strumento in cui la parola speranza lega come un fil rouge il ricercatore alla persona destinataria del risultato della sua attività. La ricerca deve essere tesa a trovare soluzioni per una patologia, a rallentarne il decorso  o a migliorare la qualità della vita del malato. Non deve invece nascere solo con lo spirito di eliminare ciò che viene definito come un “problema”. Nel caso specifico dell’aborto o dell’eutanasia, è la negazione di un diritto e un bene inviolabile che è la vita. La vita di default deve essere vissuta dal concepimento fino alla morte naturale anche con la malattia. Non siamo nessuno  e non dobbiamo far nulla per anticipare tale momento. Per far questo serve abbattere quell’atteggiamento della nostra società che considera il malato o il disabile come un problema e la sofferenza non solo fisica non tollerabile e non coniugabile con una vita cosiddetta “degna di essere vissuta”. Se una persona anche con una gravissima malattia viene messa nelle condizioni di sentirsi presi in carico, lui e la sua famiglia, non assisteremo a decisioni rinunciatarie, ma invece alla continuazione di un percorso di vita anche con la malattia in quanto supportato nel modo giusto. Un altro tema è l’accanimento terapeutico che, come medico, mi sento di dire che non deve neanche esser ipotizzato. Deve invece crescere l’accompagnamento, che non vuol dire appunto accanirsi, ma mettersi a disposizione e mettere a disposizione gli strumenti della medicina per rendere migliore la qualità di vita della persona malata e abbattere i pregiudizi culturali presenti nella nostra società.

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disabilitàmalattiasalute
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