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L’amicizia, metodo della missione

Henk Kosters / Flickr / CC
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«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»

Il più grande missionario in Cina, Matteo Ricci, scrisse nel 1596 il suo primo trattato in mandarino e lo intitolò Dell’amicizia. Un caso? No. Perché per Ricci l’amicizia era al tempo stesso il contenuto del suo annuncio e il metodo.

Ciò che, infatti, desidero comunicare andando in missione è che Dio è mio amico. Di più. Che Dio è in sé amicizia. Questo è il modo più semplice e concreto di intendere il significato della Trinità: amicizia, ovvero un amore assolutamente gratuito tra persone. Un amore che si rivela nella persona di Gesù, che muore e risorge per me e in questo modo mi salva e mi rivela che anch’io mi realizzo nell’esperienza di un amore simile. Mi rivela che anch’io sono fatto per amare ed essere amato così.

Questo è ciò che ci ha insegnato anche don Giussani: l’amicizia è la stoffa dell’essere, è ciò di cui è fatta la realtà. L’amicizia è, in questo modo, strappata all’ambito dei comportamenti e ricondotta al livello profondo dell’essere della persona. Noi siamo amici non per una ragione morale, ma perché amicizia è ciò che ci lega a Dio, è ciò che ci rende uguali a Lui. E amicizia è ciò che ci rende familiari i colori di un tramonto, il rumore di una cascata, la carezza gentile della brezza di primavera. La realtà ci è amica, ci corrisponde perché ha la nostra medesima origine. La missione è annunciare questa positività ultima della realtà, che ci rende amico chiunque incontriamo a qualsiasi latitudine si trovi perché immediatamente riconosciamo che ha la mia stessa origine e il mio stesso destino.

Ma allora l’amicizia indica anche il metodo della missione. Non serve «sublimità di parola o di sapienza» (1 Cor 2, 1), ma la condivisione gratuita della vita dell’altro fino a essere disposti a dare la vita per lui. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Il vertice dell’amore, dice Gesù, è l’amicizia intesa come dono gratuito e totale di sé. Nei posti in cui siamo mandati il bisogno più grande che troviamo nelle persone che incontriamo è che qualcuno condivida la loro vita, a cominciare da ciò che è importante per ciascuno di loro.

Come suonano vere e terribili le parole che scriveva Cesare Pavese nel suo diario, il giorno di Natale del 1937: «Che cosa importa di vivere con gli altri, quando di tutte le cose veramente importanti per ciascuno ciascun altro s’infischia?». La missione è innanzitutto affermare che tutto dell’altro mi interessa, che tutto di lui vale la pena di essere abbracciato e conosciuto perché tutto di noi è stato accolto e amato da colui che ci è più intimamente Amico. La missione è ridestare l’altro a cercare la sua verità, quella corrispondenza con la realtà che lo costituisce nel profondo. «Questo – dice Giussani – è il gesto supremo di amicizia». E questa è per noi la missione.

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