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La "pedagogia del ceffone"? E' primitiva

© Karen H. Ilagan/SHUTTERSTOCK

Chiara Santomiero - Aleteia Team - pubblicato il 22/10/13

Gentile: "l'autorevolezza di un genitore non può mai poggiare sulla violenza"

Reato di abuso dei mezzi di correzione: lo ha sentenziato il Tribunale di Arezzo nei confronti di un uomo che aveva dato uno schiaffo al figlio di sei anni e a cui è stata inflitta la condanna di un mese con pena sospesa. L'uomo di 50 anni deve anche risarcire la madre del bambino dalla quale si è separato da due anni. L'episodio è avvenuto nel 2009 in un centro commerciale della Valdichiana nel quale l'uomo avrebbe dato uno schiaffo al piccolo perchè, a suo dire, questi non si esercitava nella lettura.

Ma c'è ancora chi confida nel XXI secolo nella "pedagogia del ceffone"? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Simonetta Gentile, responsabile di psicologia dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

L'esercizio della correzione fisica nei confronti dei figli è ancora accettabile ai giorni nostri?

Gentile: La "pedagogia del ceffone" dovrebbe appartenere a un'epoca primitiva ormai tramontata. Nei Paesi più avanzati la vista di un genitore aggressivo e di un minore in difficoltà radunerebbe immediatamente una folla di persone che tengono d'occhio il genitore mentre aspettano l'intervento della polizia… L'autorevolezza di un genitore non può assolutamente poggiare sulla violenza nei confronti del figlio. Infatti deriva da tutt'altro: i bambini conoscono i nostri valori perchè ci osservano e ci imitano. Siamo i loro modelli e abbiamo il compito di insegnare in modo semplice come comportarsi nel mondo. I cosiddetti bambini maleducati sono quelli a cui nessuno ha insegnato come comportarsi, che non hanno avuto modelli. Spesso alcuni problemi sono anche transgenerazionali: chi non ha avuto modelli, non riesce a sua volta ad essere un modello. Così come spesso, non sempre, chi è stato abusato o maltrattato diventa a sua volta un adulto che abusa o maltratta. Gli adulti che usano la violenza fisica si comportano come i bambini piccoli che non hanno la capacità di mentalizzare le situazioni e quindi agiscono. In questo caso si tratterebbe, da quel che appare, un agito del tutto fuori contesto: di fronte a un bambino che presenta disturbi di apprendimento occorre capire quale sia la causa che può essere molteplice, da uno stato depressivo a un contesto didattico non adeguato a lui. E' il bambino la vittima del suo problema: un genitore è chiamato a comprendere, non a dare schiaffi.

Perchè in Italia persiste l'idea – non di picchiare i bambini – ma che, in fondo, uno schiaffo in alcune occasioni può insegnare più di tante spiegazioni o, addirittura, "forma il carattere"?

Gentile: Se si interrogano le persone che presentano un buon equilibrio e sicurezza di sé, diranno che non hanno mai ricevuto "insegnamenti" del genere. Il genitore deve essere un alleato dei figli i quali devono compiere le cose con piacere e non sotto minaccia. In Italia persiste quest'idea perchè la nostra società si fonda più su un'etica della punizione che su un'etica della virtù, cioè del mettere in atto dei comportamenti per il piacere di far bene e per il bene di tutta la società. Ne abbiamo avuto tanti esempi da parte di politici e amministratori che hanno pensato unicamente al proprio profitto. Perchè in alcuni Paesi del nord Europa lo spazio pubblico è pulitissimo e nessuno si sognerebbe di gettare a terra una cartaccia a differenza di quanto avviene da noi in molti spazi di verde pubblico? Non è la punizione che impedisce di farlo, ma l'etica collettiva. E questo si ripercuote anche sugli atteggiamenti individuali.

Che cosa rivela di sé un genitore che si lascia andare a un gesto violento?

Gentile: Un gesto violento – quando non si è di fronte a degli eccessi di personalità violente – esprime immaturità, l'incapacità di controllare gli impulsi, anche frustrazione per il fallimento educativo. A volte significa ripetere quanto si è vissuto. Può capitare di alzare la voce con i figli ma un conto è l'assertività, definire una regola con il tono della voce ma senza aggressività distruttiva. I bambini capiscono la differenza tra le due cose, tra il richiamare a una regola perchè si è superato il limite oppure esprimere unicamente la rabbia personale. Nel primo caso metteranno in atto la regola perchè comprendono. Nel secondo non metteranno in atto la regola e probabilmente ripeteranno a loro volta l'atteggiamento violento.

Come si educano i genitori ad educare?

Gentile: Nella pratica clinica constatiamo spesso che i genitori fanno fatica a porre delle regole: o c'è un eccesso di tolleranza per cui lasciano liberi i bambini di fare e dire qualsiasi cosa oppure c'è un'eccessiva rigidità che a volte poi sfocia in atteggiamenti simili a quelli del genitore condannato dal Tribunale di Arezzo. Occorre un giusto mezzo. Mettere delle regole come sull'uso della tv aiuta il bambino ad essere più resiliente nei confronti della vita. La cosa più importante, tuttavia, è porsi come modello: se si predica delle ore sul rispetto della legalità e poi si sale sull'autobus senza pagare il biglietto, è questo il messaggio che passa. Inoltre non bisogna aver paura di chiedere aiuto quando serve: la psicologia non interviene solo quando c'è un problema, ma serve anche per la promozione della salute.

Tags:
educazionepsicologiaviolenza
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