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Nel buio della vita non sei solo: Gesù è con te

TRANSFIGURATION

Renata Sedmakova | Shutterstock

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 17/02/23

È la Sua Presenza la cosa che più ci illumina quando intorno a noi è notte fonda e ci sentiamo perduti.

Vangelo di sabato 18 febbraio

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tal candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.
Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti.
Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell’uomo che egli deve patire molte cose ed esser disprezzato? Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto». (Marco 9,2-13)

L’esperienza della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor è una di quelle esperienze così difficili da capire in astratto ma che diventano immediatamente chiare quando le paragoniamo a qualcosa della nostra esperienza.

Infatti il racconto di oggi si riferisce a quei momenti della vita, forse anche solo a pochi attimi, in cui la luce di alcune situazioni è talmente entrata in noi da lasciare un segno indelebile.

Ad esempio un periodo della nostra infanzia particolarmente felice, oppure l’abbraccio con una persona significativa per noi, o il cielo stellato in una notte d’estate quando tutto in quel momento sembrava perfetto.

Questi istanti di luce sono l’esperienza del Tabor. Dio ci dona questi momenti perché la loro memoria ci aiuti ad attraversare il buio. È così che fa con Pietro, Giacomo e Giovanni: li immerge nella luce di questa visione perché così potranno sopportare poi il buio nell’orto degli ulivi.

C’è però una cosa che dobbiamo accettare: non possiamo trattenere la luce all’infinito.

Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo». E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo.

Quando si spegne la luce non è vero che c’è solo il buio. Noi sappiamo che c’è Gesù con noi in quel buio (“guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo”). È la Sua Presenza la cosa che più ci illumina quando intorno a noi è notte fonda e ci sentiamo perduti.

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