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Gerusalemme, Atene, Silicon Valley: dove possono incontrarsi le tre città del mondo moderno? 

MANO UMANO TOCCA MANO ROBOT COME NELLA CREAZIONE DEL GIUDIZIO UNIVERSALE

Blue Planet Studio I Shutterstock

Emiliano Fumaneri - pubblicato il 12/12/22

C’è modo di far intersecare in maniera fruttuosa la vita della ragione e quella di fede col mondo delle nuove tecnologie?

Fede, ragione e le nuove tecnologie sono mondi inconciliabili o possono trovare un punto di incontro? Se lo chiede lo scrittore – e tante altre cose – Luke Burgis in un denso articolo sulle “tre città” che convivono nel mondo contemporaneo, le une a fianco delle altre: incontrandosi, scontrandosi, quasi sempre ignorandosi.

«Che c’è dunque di comune fra Atene e Gerusalemme? E cosa di comune all’Accademia e alla Chiesa?». Da questa domanda formulata da Tertulliano agli albori del III secolo parte la riflessione di Burgis. Alla quale però – giusto per complicare le cose – aggiunge un ulteriore interrogativo: «E cos’hanno entrambe in comune con la Silicon Valley?».

Tertulliano voleva chiedersi cosa mai avessero in comune la ragione dei filosofi con la fede dei credenti. A preoccuparlo era la sua convinzione che gli argomenti ragionati resi famosi da Platone, Aristotele e dalla loro progenie filosofica fossero una forza corruttrice per la fede. Temeva che ellenizzandosi il cristianesimo potesse guastarsi. Per Tertulliano, Atene (il mondo della ragione) e Gerusalemme (il mondo della fede) erano poli contraddittori, che si escludevano a vicenda.

Fede o ragione? Meglio fede e ragione

A ragione il vescovo Robert Barron, commentando l’articolo di Burgis, ha ricordato che questa posizione (aut-aut tra fede e ragione) non è mai stata accolta dalla Chiesa Cattolica (semmai da Lutero, per il quale la ragione era una diabolica prostituta). In questo senso la sola fides luterana – osserva lo stesso Burgis – è una ripresa dell’aut-aut di Tertulliano. 

La Chiesa Cattolica è arrivata a una sintesi tra Gerusalemme e Atene, le due città che simboleggiano una la fede, l’altra la ragione. Una sintesi che Giovanni Paolo II ha reso con un’altra metafora: quella posta in apertura dell’enciclica intitolata, non a caso, Fides et ratio, che descrive fede e ragione come  «le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Et-et quindi, non aut-aut.

A questo proposito il filosofo Vittorio Possenti ha parlato di una «alleanza socratico-mosaica» dove l’homo sapiens – colui che si affranca dal mito per cominciare a fare uso del logos, ossia della ragione – stringe un implicito patto con l’homo religiosus, l’uomo in ascolto della rivelazione biblica. 

Il terzo polo tra fede e ragione

Per Burgis oggi a questa polarità tra Gerusalemme e Atene, che ha attraversato i secoli, si è aggiunto un terzo polo: da bipolare la tensione è diventata perciò tripolare. Questo terzo polo è rappresentato dalla terza città: la Silicon Valley, un mondo non governato primariamente dalla ragione (quasi mai i grandi imprenditori sono “ragionevoli”) e tanto meno dalla fede (il credo dominante della Silicon Valley è ispirato piuttosto dal materialismo). Questa terza città, una sorta di Tecnopoli, è governata piuttosto dalla produzione del valore. E una grande componente del valore, sottolinea Burgis, è legata all’utilità: qualcosa è utile se serve a qualcosa.

La Silcon Valley in questo caso non si riferisce a un luogo fisico. Anzi, nessuno più di questa città rappresenta al meglio il modello di placeless society, la moderna «società senza luogo» dove le attività umane (lavoro, famiglia, ecc.) si fanno sempre più astratte e slegate da qualsiasi legame fisico. No, la Silicon Valley rappresenta l’innovazione tecnologica, il capitalismo, lo storytelling. Non c’è mai stata, ricorda Burgis, una start-up di successo che non sapesse come raccontare una buona storia.

Burgis, una figura di confine tra le tre città moderne

Chi può di lui può dirlo, del resto? Luke Burgis è un autore sui generis: studioso di René Girard, è anche l’imprenditore capace di fondare tre start-up proprio nella Silicon Valley tanto da essere inserito nella lista dei miglior imprenditori under 25 nel 2006. Successivamente entrerà in seminario a Las Vegas e andrà a Roma presso il pontificio collegio americano del Nord. Nella Città eterna si laurea in teologia alla Pontificia Università della Santa Croce prima di ritornare a fare l’imprenditore. Adesso è tra i collaboratori di Word on Fire, America, Wall Strett Journal, Forbes, oltre che fondatore del centro vocazionale Inscape.

Una personalità dagli interessi e dalla formazione poliedrici dunque, il che rende ancor più interessante la sua incursione in una terra in gran parte ancora inesplorata. Lo spirito della Silcon Valley, il mondo delle nuove tecnologie, per Burgis è espresso alla perfezione da questo pensiero di Shane Parrish, ex agente dell’intelligence canadese diventato una specie di guru ascoltatissimo a Wall Street e, appunto, nella Silicon Valley: «Il vero banco di prova di un’idea non è se è vera, ma se è utile»

In altre parole, l’utilità trionfa sulla verità o sulla ragione. In questo senso la Silicon Valley è il vertice di quella che Robert Spaemann ha definito la «civiltà ipotetica», nella quale l’unica domanda da farsi è: «a che serve? come funziona?». Le cose, secondo la prassi funzionalizzata e efficientistica della civiltà ipotetica, appaiono solo dal lato della loro funzione in vista di determinati scopi. Si idolatrano i mezzi. O come ha detto qualcuno, il fine sta nel perfezionamento dei mezzi. Tutto il resto è un sapere valido “fino a prova contraria”: un sapere ipotetico, appunto, valido soltanto se si rivela “utile”. 

La forza della Silicon Valley

Inutile dire che il XXI secolo è segnato dallo straripante dominio tecnologico della terza città: la Silicon Valley, capace di cambiare il mondo attraverso i suoi prodotti e i suoi servizi: dai risultati istantanei dei motori di ricerca, al next-day delivery di milioni prodotti, fino alla connessione di migliaia di “amici”. La Silicon Valley ha plasmato l’immaginario collettivo alimentando nuove aspettative e desideri. Scatenando forze capaci di condizionare l’umanità più di quanto un qualsiasi Tertulliano avrebbe mai potuto immaginare.

E soprattutto questa terza città – dal potere sempre crescente – ha introdotto nel mondo una varietà incredibile di cose che si contendono la nostra attenzione e i nostri desideri. Il progresso tecnologico della Silicon Valley, sta inglobando le antiche questioni su ciò che è vero (per la ragione) e su ciò che è bene (per l’anima) che si trovavano al cuore delle altre due città.

Le tre città tra confusione e separazione

Il prodotto è inevitabilmente una colossale confusione sotto il cielo. Le tre città, che ne siano consapevoli o meno, già si intersecano. L’umanità si trova così a un crocevia per cercare di riconciliare vari bisogni dell’animo umano – razionalità, adorazione, produttività – e le tensioni che ne derivano. Perché le tre città stanno già interagendo, sottolinea Burgis. Gerusalemme è in rete da un bel pezzo, Atene si adatta ai dibattiti da 280 caratteri di Twitter.

Eppure queste tre città sembrano non parlare una lingua comune, come ai tempi di Babele. Per questo sembra tornare attuale la domanda di Tertulliano, in versione 3.0 naturalmente: «Che c’è dunque di comune fra Atene e Gerusalemme? E cos’hanno entrambe in comune con la Silicon Valley?». Burgis immagina una scena come questa: «Se il campione dell’Illuminismo Steven Pinker (cittadino di Atene) entrasse in un bar con un monaco trappista (Gerusalemme) e con Elon Musk (Silicon Vally) allo scopo di risolvere un problema, sarebbero in grado di giungere a un consenso?».

In altre parole, il rischio è quello del reciproco isolamento, dove ogni città si trasforma in un ghetto che vive – o si illude di farlo – di vita propria.

Tre città, tre tentazioni

Così Atene rischia di assolutizzare la ragione (razionalismo), cadendo in un intellettualismo nei limiti della sola ragione, con gli accademici impegnati a fare, appunto, mera “accademia”. Una vita della ragione senza collegamento col mondo reale. Il pericolo è quello di cadere nella sragione che, come diceva Chesterton, caratterizza non chi ha perduto la ragione, ma chi ha perduto tutto tranne che la ragione (ovvero il collegamento con la realtà).

Dal canto suo Gerusalemme corre il pericolo di cadere nel fideismo (spiritualismo). Burgis vede questo rischio in scelte come quella dell’«Opzione Benedetto», che se estremizzata rischia di portare a un isolazionismo dei credenti, una sorta di Aventino o di nuova fuga saeculi. Ma il cristiano non vive di sola contemplazione: è chiamato anche a evangelizzare il mondo e a testimoniare la fede con opera di carità, anche materiale (il servizio ai poveri).

Quanto alla terza città, la Silicon Valley corre il pericolo del sensismo: uno sterile attivismo che mira a controllare il mondo esterno e a procurarsi piacere attraverso la tecnologia. Per il sociologo Pitirim A. Sorokin il sensismo è l’ideologia che cova da secoli nel mondo occidentale, fondata su un radicale rifiuto della trascendenza e del sovrasensibile. Il contrassegno del sensismo è la frenetica ricerca di una concretezza immediata e materiale, dell’hic et nunc che può essere percepito dai sensi e goduto (il fruibile, l’utile).

Tre tentazioni per tre idolatrie. Basta solo pensare agli eccessi della Silicon Valley: Burgis menziona la defunta compagnia Theranos, il culto cresciuto attorno all’imprenditore Adam Neumann, la bolla tecnologica degli anni Novanta. Per non parlare del transumanesimo e del progetto di creare un homo deus (come suggerisce l’ideologo transumanista Yuval Noah Harari: l’uomo che fa l’upgrade per diventare una specie di divinità) per mezzo della tecnologia. «Il problema col movimento transumanista – scrive Burgis – non è che voglia fare troppo, ma che voglia fare troppo poco. Gli esseri umani sono spesso trattati come semplici computer potenziabili (upgradable) che hanno bisogno di qualche aggiustamento di hardware e software per diventare meno difettosi, non come creature fatte per adorare (o, per dirla con le parole di Bob Dylan, creature che «devono servire qualcuno»)».

Secondo la famosa canzone di Dylan – che sembra uscita dalla penna del sant’Ignazio di Loyola dei «due stendardi» o da quella del Sant’Agostino delle «due città» – non c’è scampo: siamo esseri fatti per servire qualcuno. «Che sia il Diavolo o il Signore, devi servire qualcuno» (Well, it may be the devil or it may be the Lord. But you’re gonna have to serve somebody).

Un errore da non ripetere

Il problema è che ognuna di queste tre città si fonda su una antropologia differente, spesso concorrente, difficilmente conciliabile con quelle delle altre. Ogni città ha un’idea diversa dell’uomo. Per Burgis va evitata la replica della “soluzione” adottata per uscire dalle tremende guerre di religione che insanguinarono l’Europa tra XVI e XVII secolo e che portò nel 1648 alla pace di Vestfalia che pose fine alla terribile guerra dei trent’anni: il cuius regioeius religio, l’idea per cui ognuno è “sovrano a casa propria”. Ma la ricerca di una zona antropologicamente “neutra”, senza alcun confronto sulla natura umana (su cosa sia l’uomo appunto), rischia di non risolvere nulla. 

Era l’idea di John Locke, per il quale la natura umana era solo una incognita, una «inconoscibile x» (la sua filosofia ha influenzato più di ogni altri i padri fondatori americani). Ma, obietta Burgis, «se continuiamo a far finta che la natura umana sia una inconoscibile x, allora continueremo a costruire tecnologia per una inconoscibile creatura e a essere sorpresi di trovare miseria in mezzo a noi. Costruiremo cose come l’industria del porno da 12 miliardi di dollari – adesso alimentata quasi interamente dalla tecnologia – senza interrogarci sulla più fondamentale domanda su quello che questa industria sta facendo a noi e alle nostre relazioni con gli altri». 

Uomini di polso? Meglio uomini col petto

Per uscire da questo vicolo cieco Burgis suggerisce la via tracciata – ben prima della nascita della Silicon Valley, va da sé – dall’aureo libretto di C. S. Lewis, L’abolizione dell’uomo (1943), che usava l’immagine del «petto» per indicare il punto d’incontro, nella persona umana, tra le sue varie polarità (o dimensioni): spirituale, intellettuale, viscerale. Una sezione mediana in grado di integrare i tre poli incancellabili dell’essere umano, una creatura al tempo stesso razionale, religiosa e fattiva (cioè produttrice di valore). 

Lewis descrive bene il futuro che ci aspetta (un futuro «distopico», avverte Burgis) senza un cuore o un centro unificante capace di intersecare in maniera feconda questi tre poli. «Produciamo uomini senza petto e ci aspettiamo da loro virtù e intraprendenza. Ridiamo dell’onore e ci stupiamo di trovare dei traditori in mezzo a noi. Castriamo, e pretendiamo che l’animale sia fecondo».

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