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Se n’è andato il sociologo Rodney Stark, difensore (da luterano) del cattolicesimo

RODNEY STARK

photo Courtesy of Massimo Introvigne

Rodney Stark (sx) e Massimo Introvigne (dx)

Lucandrea Massaro - pubblicato il 16/08/22

A dare notizia del decesso dell'insigne studioso, un altro sociologo di grande caratura e suo amico, Massimo Introvigne, a cui abbiamo chiesto un commento su di lui

Per molti il più importante sociologo delle religioni vivente, nell’ambito accademico Rodney Stark l’88enne professore della Baylor University, era comunque considerato una autorità, un autore prolifico e un grande conoscitore del fatto religioso del quale aveva un rispetto e una cura enorme, guidato dalla vasta erudizione e da una grande onestà intellettuale. Stark è morto lo scorso 21 luglio, ma la notizia è trapelata solo in queste ore.

Ne abbiamo parlato con Massimo Introvigne, uno dei massimi sociologi della religione italiani e direttore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), che con Stark ha collaborato per un volume edito da Piemme nel 2003 dal titolo “Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente“.

Abbiamo raggiunto il professor Introvigne telefonicamente mentre rientrava dalla Corea del Sud.

Professor Introvigne che cosa possiamo dire della storia intellettuale del professor Stark? Quali sono state le sue più importanti intuizioni, cosa ci lascia?

Stark ha inventato un modo nuovo di guardare al pluralismo delle religioni che ha chiamato teoria dell’economia religiosa. Detto in termini semplici la teoria postula l’esistenza di un mercato religioso dove le diverse religioni sono in competizione tra loro per conquistare consumatori religiosi interessati al loro “prodotto”. Attenzione però. Stark era un uomo gentile ma perdeva le staffe quando la sua teoria veniva interpretata a cavolo, magari pretendendo di capirla leggendo Wikipedia anziché i suoi libri. La teoria non postula affatto che le religioni cerchino fedeli per ragioni economiche – la teoria economica è solo un metodo usato dall’esterno dagli studiosi per studiare il pluralismo religioso – né incita i sociologi a non considerare la teologia delle religioni che studiano. Stark amava dire che studiare una religione senza prendere in esame la sua teologia è come studiare un automobile senza considerare il motore. Proprio la metafora – attenzione, metafora – del mercato obbliga a studiare la teologia perché la teologia è parte essenziale del “prodotto” che le religioni offrono così come il motore è parte essenziale dell’automobile e nessuno compra un automobile senza informarsi sul suo motore. Chi accusa Stark di riduzionismo dimostra semplicemente di non averlo mai letto.

Molti conoscono di Stark solo le sue opere divulgative a grande tiratura che sono scritte in uno stile godibilissimo e fruibile anche dai non sociologi. Tuttavia non si valuta l’opera di Stark nel suo complesso se non si considera che scriveva anche testi di sociologia molto tecnica per gli addetti ai lavori – tra cui un famoso manuale adottato per moltissimi corsi universitari in tutto il mondo – che dimostrano come sia stato uno dei sociologi tecnicamente più preparati e raffinati dell’ultimo secolo.

Nel vostro lavoro insieme, “Dio è tornato“, avete affrontato la razionalità della scelta religiosa, può spiegarci brevemente questa teoria?

La rational choice è una teoria che preesiste a Stark ma il suo merito è averla applicata alla religione. Nel senso che i “consumatori” religiosi – a costo di essere ripetitivo, insisto sempre che quelle economiche sono metafore – non scelgono la loro religione sulla base di pulsioni irrazionali ma secondo una logica che, quando la si studia e la si comprende, appare perfettamente ragionevole. Anche quella nicchia di consumatori religiosi che sceglie gruppi che hanno alti costi, non necessariamente economici e per esempio chiedono di rinunciare a una parte importante della propria libertà conferendola a un gruppo o a un leader, lo fa perché pensa che a costi notevoli corrispondano importanti benefici. Quindi Stark pensava che anche scegliere i gruppi etichettati dai loro nemici come “sette” e rinunciare a molta della propria libertà affidandosi a una struttura rigida o a un guru fosse nella maggior parte dei casi una scelta libera e ragionevole, e semmai considerava irragionevoli e anche antidemocratici i gruppi cosiddetti “anti-sette”. Che non la presero bene e gli fecero persino causa in tribunale. Vinse lui.

Voi siete stati colleghi ma anche amici immagino, che persona era e che ricordo ne ha?

Stark era un uomo di forti opinioni, forti passioni, severo con i pochi colleghi che considerava intellettualmente disonesti – nei testi che abbiamo scritto insieme ero io a doverlo moderare insistendo che usando certi aggettivi si rischiava la querela – ma generosissimo e cordiale con tutti gli altri. E con un bellissimo senso dell’umorismo che gli permetteva di sdrammatizzare anche le polemiche. Ho anche imparato da lui molti anni fa una disciplina e organizzazione delle giornate che permette di scrivere molte pagine ogni giorno, qualche cosa per cui forse sono un po’ noto anch’io e che ho appreso in gran parte da Stark. Qualche volta stupisce chi non comprende che non si tratta di stakanovismo – Stark non si è mai fatto mancare hobby e svaghi, e direi neppure io – ma di organizzazione.

Nel post su Facebook in cui lo ricorda parla di tesi controverse, a cosa si riferisce?

negli ultimi anni Stark che in anni giovanili aveva idee abbastanza diverse ha avuto una reazione piuttosto accesa rispetto a una cultura dominante che considerava, non del tutto a torto, antireligiosa e dominata dai dogmi del politicamente corretto. Questo lo ha portato a prendere posizioni politiche e religiose che possiamo, semplificando, definire conservatrici o di destra, che lo hanno un po’ allontanato da alcuni suoi antichi amici. In campo religioso aveva sviluppato, più ancora in privato che in pubblico, una critica piuttosto radicale della figura e delle posizioni di Papa Francesco. Siccome era un uomo acutissimo, intuiva da non cattolico problemi reali della Chiesa Cattolica, ma gli ho sempre significato che trovavo la sua posizione su Papa Francesco unilaterale e tale da fare un po’ torto alla sua rinomata capacità di non ragionare in bianco e nero e cogliere le sfumature. La cosa non ha intaccato la nostra antica amicizia ma negli ultimi incontri di Papa Francesco preferivamo non parlare.

Tra gli argomenti del vostro volume ci fosse una parte dedicata alle epidemie e al loro rapporto con le dottrine religiose: che osservazioni può fare oggi in piena pandemia?

Secondo me oggi sappiamo che le epidemie sono pericolose per le religioni perché chi si abitua a non andare in chiesa poi non necessariamente ci ritorna. Rimane però vero che le epidemie non incrementano l’ateismo. Nelle crisi molti si pongono domande spirituali anche se la risposta non è necessariamente la frequentazione delle chiese

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