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E ora, dopo il rovesciamento della Roe? I consigli di donne che hanno abortito

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Tom Hoopes - pubblicato il 08/07/22

Emily e Katie, le voci più importanti nel dibattito pro-life

Dopo la sentenza della Corte Suprema statunitense che ha rovesciato la Roe v. Wade, Emily Johnston vuole che i pro-life sappiamo di cosa hanno davvero bisogno le donne che prendono in considerazione la possibilità di abortire.

Lei lo sa bene. È stata la consulente di Katie e di altre 14 donne incinte, e ne ha aiutate, in modo diretto o indiretto, altre centinaia a scegliere la vita nei centri di assistenza alla gravidanza.

Emily mi ha confidato qualcosa di sé che dice di voler confessare pubblicamente per la prima volta. Ha abortito due volte. Quando le ho chiesto l’età dei suoi figli, mi ha detto quella dei tre che ha a casa e dei due più grandi che se ne sono andati.

“È difficile assistere al rovesciamento della Roe v. Wade e a tutte le notizie che hanno a che fare con l’aborto”, mi ha detto. “Vedere la reazione dei pro-choice è estremamente provante. Fondamentalmente significa dirmi che la vita dei miei bambini non conta”.

“Ho abortito per la prima volta quando avevo 18 anni”, ha detto.

Un giorno stava annotando dei nomi per il bambino su un pezzo di carta, e quello successivo è entrata nella camera dei suoi genitori e ha chiamato Planned Parenthood.

“Alle scuole superiori andavo davanti alle cliniche abortive e pregavo all’esterno”, ha detto. “Era una follia che ora fossi quella che ci entrava. Volevo davvero tenere il bambino, ma la paura è una cosa folle”.

Emily ha descritto questo sentimento dicendo: “Il pensiero che stessi per avere un bambino è stato del tutto cancellato dalla mia mente. Mi sono sentita stordita di fronte a tutte le cose che mi diceva la gente – Non sarei mai andata all’università. La mia vita sarebbe stata rovinata. A un certo punto cedi”.

La clinica le ha subito trovato un posto, e lei ha abortito il giorno dopo aver chiamato.

“È stata l’esperienza peggiore della mia vita”, ha confessato. “Tutto quello che si sente dire su quelle cliniche è vero al 100%. Quando si finisce si sta in una stanza su delle poltrone reclinabili con delle ragazze che hanno appena fatto la stessa cosa, e tutte sembrano prostrate per la vergogna”.

“Per 24 ore ho provato sollievo – e poi vergogna”.

Dopo essere rimasta incinta, i suoi amici pro-life sono diventati parte del problema. “C’erano tanti pettegolezzi e si dicevano molte cose cattive. Anziché risollevarmi mi buttava davvero giù. Lavorando con donne che pensano all’aborto, ora so che se uno le butta giù e le fa vergognare non le aiuterà a scegliere la vita”.

Non l’ha aiutata neanche il fatto di vedere un sacerdote nella clinica abortiva con un cartello con scritto “L’aborto è un assassinio”.

“C’era vergogna per il fatto di essere incinta, vergogna per aver abortito… È stata una decisione terribile, veramente terribile, e mi ha fatto sentire che avevo commesso un peccato orrendo e che non c’era possibilità di recupero”, ha detto. Questo l’ha portata ad altre decisioni negative e a un altro aborto – questa volta con le pillole, un’esperienza tremenda quanto la prima.

“Subito dopo ho realizzato ‘Ok, ho ucciso due dei miei figli. Cosa sto facendo?’”

Far visita alla famiglia della sorella Sharon, che partecipava sempre alla Marcia per la Vita, l’ha aiutata.

“Ho visto quanto fossero pro-life. Avevano i cartelloni e tutto”. Un cartello diceva “Tua madre ha scelto la VITA” a grandi lettere brillanti, con un adesivo che raffigurava una famiglia. “Era un dito nella piaga. Ora ne sono grata. È importante vedere la verità di quello che abbiamo fatto e portarla a Gesù, e non accadrà se nessuno ci affronta mai”.

Emily si è poi sposata e ha avuto dei figli, ma la vergogna era sempre lì. “È stato davvero difficile portare avanti la gravidanza. Quando sono nati e li tenevo in braccio, non riuscivo a gioire per il fatto di essere diventata mamma perché provavo ancora un forte senso di colpa per i miei due primi figli”.

Alla fine ha detto a Sharon quello che aveva fatto. “È stata la prima persona a dirmi che potevo offrire tutto al Signore e che Lui voleva perdonarmi. Ho pensato che non ci fosse scampo. Mi sentivo come se fosse il tipo di peccato che spedisce direttamente all’inferno”.

Quel Natale è andata a confessarsi per la prima volta dopo molti anni nella parrocchia di Sharon. “Gli ho detto tutto e c’è voluto molto”, ricorda. “C’era tanto da confessare”.

Dopo quell’episodio, è iniziata la nuova vita di Emily.

Tornata in Texas, ha cominciato a fare volontariato con il centro pro-life secolare Let Them Live, finendo per diventare counseling manager.

“Posso parlare con la gente e dire ‘Ci sono passata’”, ha detto. A volte per convicere una donna a non abortire basta pagarle le bollette.

“L’aborto si basa sulla paura”, ha detto Emily. “Che si venga da una famiglia relativamente benestante o non si abbia denaro o si stia con una persona cattiva, se si elimina la paura le donne non pensano più all’aborto”.

Il lavoro pro-life è duro, ma vale la pena. “Lavorare con queste donne è emotivamente molto impegnativo. Mio marito mi chiedeva: ‘Ce la farai a farlo tutti i giorni?’ Sono situazioni difficili”.

Katie, una delle donne che Emily ha aiutato, è una voce estremamente importante per il movimento pro-life.

“Ho avuto brutte esperienze con organizzazioni pro-life”, mi ha detto. “Non si curavano della donna. Dovrebbero curarsi di più delle donne anziché dirti semplicemente di scegliere la vita”.

Katie ha abortito in passato perché sentiva di “non avere scelta” dal punto di vista economico. Quando il fidanzato ha lasciato lei e il figlio di 5 anni perché era di nuovo incinta, ha chiamato vari centri di sostegno alla gravidanza e ha ottenuto solo argomentazioni e liste di numeri telefonici.

Aveva un appuntamento per abortire suo figlio il giorno in cui Emily ha chiamato.

“Mi ha raccontato la sua storia e ha detto ‘Ti starò accanto per tutta la gravidanza’. Ed è stata con me ogni giorno, trovando lavori, offrendo assistenza. È stata il sostegno emotivo di cui avevo bisogno”, ha detto Katie. E poi ride dicendo: “Ed è saltato fuori che era incinta anche lei. Siamo state incinte insieme”.

Emily mi ha detto di aver fatto per Katie quello che avrebbe voluto che altri facessero per lei. “Credo fermamente che le circostanze cambino. Per me è stato così”.

Cosa può fare il movimento pro-life ora che la Roe v. Wade è stata rovesciata? Amare di più, ha detto Emily.

“Quello che ho visto non è altro che amore assoluto da parte del movimento pro-life”, ha detto. “Ogni persona con cui ho lavorato è ansiosa di aiutare le donne”.

Ogni donna incinta che ha dei problemi pone la stessa domanda ai pro-life: “’Una volta che mi avrai convinta a tenere il bambino scomparirai?’ È questa l’argomentazione dei pro-choice, che noi scompariamo. E dobbiamo dimostrare a chiunque che non lo faremo”.

Emily ora aiuta a e promuove Fortress for Her, un apostolato centrato su Cristo che offre una possibilità di condividere la fede con le donne.

“È una delle cose principali. Si può far sì che una madre salvi il suo bambino, ed è una cosa straordinaria, ma senza il Signore la vita non cambia”, ha sottolineato. “So che sono stata perdonata, e questo è di grande conforto”.

“A volte, però”, confessa pensando ai suoi due figli maggiori, “è ancora duro veder giocare i miei figli”.

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