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In Ucraina, persone che non erano mai andate in chiesa recitano il Rosario insieme

Kobieta z różańcem

Ukrinform/East News

Maria Lozano - pubblicato il 05/05/22

“Nei centri per rifugiati gestiti dalla Chiesa, sperimentano per la prima volta una Chiesa vivente”, ha affermato Magda Kaczmarek, project manager di Aiuto alla Chiesa che Soffre in Ucraina

La project manager di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) in Ucraina ha parlato dell’esperienza della sua visita di solidarietà nella zona di guerra.

Con lo scoppio delle ostilità, ACS si è concentrata sul fatto di offrire aiuti all’Ucraina. L’organizzazione è attiva nel Paese dal 1953 – prima durante il periodo della persecuzione comunista, poi negli anni della ricostruzione dopo il collasso dell’Unione Sovietica.

In risposta alla situazione attuale, questo aiuto si è intensificato, e ACS ha approvato vari pacchetti di aiuti. Il denaro aiuta a sostenere sacerdoti, religiose e operatori ecclesiali che servono rifugiati e vittime della guerra in monasteri e conventi, parrocchie e altre istituzioni ecclesiali.

Prima di Pasqua, un team di ACS ha visitato vari luoghi dell’Ucraina occidentale. Magda Kaczmarek, project manager per l’Ucraina al quartier generale dell’organizzazione caritativa pastorale a Königstein im Taunus, in Germania, ha fatto parte del gruppo, e al suo ritorno ha riferito le sue impressioni al Volker Niggewöhner.

I combattimenti nella zona orientale e in quella meridionale del Paese continuano a imperversare a otto settimane dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Cosa significa per la popolazione?

Magda Kaczmarek: L’Ucraina sta vivendo una Via Crucis – la peggiore che abbia sperimentato dalla II Guerra Mondiale. La pressione a fuggire sta aumentando: la gente è terrorizzata e non si sente più al sicuro. È questa la tragedia che si dispiega davanti ai nostri occhi. Abbiamo trascorso la Settimana Santa nell’Ucraina occidentale. Abbiamo incontrato moltissime persone che avevano cercato rifugio presso la istituzioni ecclesiali. Per la maggior parte si tratta di madri con bambini e di persone anziane. È un’enorme catastrofe umanitaria, e la gente sta soffrendo profondamente.

Quali parti dell’Ucraina ha visitato?

All’inizio ci siamo recati nell’arcidiocesi di Leopoli, vicina alla frontiera polacca. Siamo riusciti a visitare varie parrocchie che hanno accolto dei rifugiati. Anche il seminario e l’Ordine di San Basilio il Grande hanno aperto la propria porta ai rifugiati, come anche molte comunità di religiose. Abbiamo poi fatto visita all’arcivescovo a Ivano-Frankivsk. Anche il seminario locale è diventato un porto per tanti rifugiati.

L’Arcieparchia Greco-Cattolica Ucraina di Ivano-Frankivsk sta portando avanti un progetto davvero degno di nota, perché ha avviato un proprio ospedale per curare i feriti. Il suo staff include medici e personale costretti a fuggire dalle zone orientali del Paese. Questo dà loro l’opportunità di lavorare. È molto importante che queste persone non lascino l’Ucraina, e questo è uno degli obiettivi a cui la Chiesa sta lavorando.

Che impressione le hanno fatto i suoi incontri con i rifugiati?

È stata un’esperienza molto toccante. Abbiamo incontrato rifugiati che non riuscivano a smettere di piangere. È stato importante abbracciarli per un po’. E poi c’erano i rifugiati che la guerra ha ridotto al silenzio. Abbiamo incontrato un ragazzo di circa 30 anni che dall’inizio della guerra non ha detto una parola. Ricordo un bambino che non ha avuto niente da mangiare per due giorni mentre viaggiavano. Molti di loro hanno occhi che sembrano di vetro, volti che sembrano diventati di pietra. Hanno grandi difficoltà a capire cosa sta accadendo intorno a loro.

Abbiamo incontrato rifugiati che erano appena arrivati da Kramatorsk, nell’Ucraina orientale. La stazione ferroviaria locale era stata bombardata l’8 aprile. La gente è salita sui treni in preda al panico. Non sapevano dove sarebbe finita o cosa aspettarsi.

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Magda Kaczmarek at the new Benedictine convent monastery in Solonka (Ukraine). Photo courtesy of ACN.

Qual era lo stato d’animo generale tra i rifugiati? Vogliono rimanere in Ucraina? Come vedono il loro futuro?

Al momento, soprattutto le donne con bambini e le nonne che arrivano nell’Ucraina occidentale tendono a rimanere lì. Vogliono tornare disperatamente dai mariti, dai padri e dai figli nell’Ucraina orientale. Non sanno se o quando sarà possibile. In molti casi, le loro abitazioni sono state distrutte dalle bombe; hanno perso tutto. Abbiamo parlato con una famiglia che ci ha detto che dopo lo scoppio del conflitto in Crimea e nell’Ucraina orientale nel 2014 ha perso prima la propria casa a Donetsk e ora un’altra a Kharkiv. Ha dovuto ricominciare daccapo nell’Ucraina occidentale. Vuole comunque rimanere nel Paese. Molti pensano di non avere altra possibilità.

Nonostante il passato comunista, la religione ha un ruolo importante in Ucraina. È così anche adesso, in questo momento di crisi?

Molti rifugiati dell’Ucraina orientale non sono battezzati o non praticavano attivamente la loro fede. Ora, nei centri per rifugiati gestiti dalla Chiesa stanno sperimentando per la prima volta una Chiesa vivente. In molte delle nostre conversazioni, abbiamo capito che la gente è molto grata per l’aiuto ricevuto dalla Chiesa, e sente la vicinanza di Dio. Abbiamo incontrato persone che non erano mai andate in chiesa prima e ora pregano insieme, ad esempio il Rosario. La denominazione non conta per la Chiesa cattolica. Tutti sono i benvenuti.

Lei è anche riuscita a parlare con la guida della Chiesa Greco-Ortodossa Ucraina, l’arcivescovo maggior Sviatoslav Shevchuk. Qual è il suo messaggio?

La sua preoccupazione principale è stata “Aiutateci! Abbiamo perso già quasi il 50% della nostra economia”. Secondo l’arcivescovo maggiore, è molto importante che cibo e altri prodotti non arrivino solo in Ucraina da altri Paesi, ma che dove possibile siano prodotti nel Paese stesso. È questo il messaggio della Chiesa: dobbiamo dare alla gente speranza, guida, forza. Soprattutto ora, è essenziale dare speranza.

In quali altre forme di assistenza è impegnata Aiuto alla Chiesa che Soffre?

Abbiamo già finanziato un pacchetto d’emergenza iniziale di 1,3 milioni di euro per sostenere il lavoro della Chiesa durante la guerra. Continuiamo tuttavia a ricevere proposte per altri progetti, e abbiamo quindi aumentato i nostri finanziamenti. Attualmente, il peso più grande per le istituzioni sono le spese vive, come elettricità, acqua, riscaldamento… Nel senso più reale del termine, le chiese hanno aperto la porta a chiunque. Il Vangelo qui viene veramente vissuto, ma questo presenta una sfida finanziaria.

Servono urgentemente anche dei veicoli. In molti casi, gli aiuti umanitari devono essere trasportati per lunghe distanze, su strade o molto malmesse o distrutte. La Chiesa si sta organizzando in questo senso, e anche noi stiamo progettando di fare di più al riguardo.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Aiuto alla Chiesa che Soffre, ed è ripubblicato in questa sede per gentile concessione. Per conoscere meglio la missione di ACS in aiuto alla Chiesa sofferente, visitate il sito https://acs-italia.org/.

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