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La pietà cristiana che possiamo ancora imparare da Giovanni Verga

GIOVANNI VERGA

Wikipedia - Joolyann | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 27/01/22

Cent'anni fa moriva Giovanni Verga. Dietro l'aspetto scabro e asciutto delle sue parole, una voce piena di compassione che, mentre il mito del progresso imponeva di guardare avanti, rivendicò per sé lo sguardo sui vinti: "Solo l'osservatore [...] ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via".

Verga il verista (cioè interessato al Vero)

Il 27 gennaio 1922 moriva a Catania, dove era nato, Giovanni Verga. La sua voce, dunque, si spegneva cent’anni fa esatti. Ricordo bene quando in prima liceo leggemmo Rosso Malpelo, quanto lo detestai. Per anni un’immagine mi ha ossessionato ed è quella che ho messo in copertina. La carcassa di un animale su un pendio roccioso.

In quella novella di Vita dei campi Rosso, a un certo punto, porta il piccolo Ranocchio (un bimbo gracile che lavora in miniera con lui) a contemplare la carcassa dell’asino grigio in fondo a un dirupo, preda della voracità dei lupi. Amavo la dolcezza di Manzoni e la voce cruda di Verga mi repelleva. Cosa mi dava fastidio? Che non ci fosse un briciolo di pietà espressa. Che l’umano potesse essere una carcassa dolente, ferita e abbandonata.

Ma davvero non c’era pietà? Davvero il verismo di Verga è cruda esposizione dei fatti, assenza di immedesimazione? A distanza di anni, ora mi trovo a leggere Malpelo come un capolavoro di vera compassione. E proprio la carcassa dell’asino grigio ne è l’emblema. Malpelo sa che il suo povero piccolo amico sarà destinato a morire presto. Nessuno gli ha insegnato l’amore e la tenerezza, è stato cresciuto a schiaffi e insulti, chiamato diavolo per i suoi capelli rossi. Eppure è capace di una mossa di viscerale compassione per il piccolo Ranocchio. Non è forse straordinario questo?

Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui, colle mani sui ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati, quasi volesse fargli il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso trafelato e l’occhio spento, preciso come quello dell’asino grigio allorché ansava rifinito sotto il carico nel salire la viottola, egli borbottava:
— È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi!

Da Rosso Malpelo

Chino su di lui. È forse nudo realismo questo? Verga è l’opposto di una voce distaccata. Ha molto da dirci in questo tempo di passioni esibite e litanie di sentimentalismi.

DONKEY, WALK, MOUNTAIN

Lo sguardo cristiano di Verga

In occasione del centenario della morte di Verga è stato pubblicato un articolo su Avvenire dal titolo Rileggere Giovanni Verga a cento anni dalla morte: verista o cristiano?. L’ho letto con grande entusiasmo perché batte dove il dente duole. La riflessione s’innesta su una recente pubblicazione di Giuseppe Savoca e intitolataVerga cristiano. Dal privato al vero(Olschki editore).

 Il titolo è forte, perché la vulgata critica parla da sempre, a proposito dello scrittore siciliano, di materialismo, pessimismo e ateismo. Eppure a un’attenta lettura, scevra di ipoteche ideologiche, non sfuggono diversi tasselli che compongono un ben diverso ritratto di questo autore. Innanzitutto l’incombente senso del peccato, che Savoca interpreta come «una dolente risposta al trauma della cosiddetta morte di Dio: trauma che è il prezzo pagato dall’uomo occidentale al trionfo della modernità».

Da Avvenire

Su questo tema il dente duole, forte. C’è sempre la tentazione di fare la radiografia spirituale a ogni autore. E la tentazione ancora peggiore è quella per cui, fatta la radiografia e scoperte le pecche degli autori, si concluda che non abbiano titolo per essere un esempio cristiano. Non conosco l’intimo rapporto di Verga con Dio. Dirò di più, volutamente ignoro se sia stato uomo di fede oppure no. E lo faccio sulla scorta dell’intuizione davvero cristiana che Chesterton espresse molto bene:

Noi siamo la misera razza dei poeti, scrittori, e di tutti quegli uomini che pensano di aver qualcosa da dire. […] Non pensate a me, pensate ai grandi cantori e oratori, le cui voci hanno sostenuto e rinnovato il mondo. […] E provate a pensare a quanti pochi tra loro, quanti pochi davvero, sono mai stati degni di ciò che hanno cantato o detto.
[…] nel corso del tempo molti profeti hanno profetizzato e molti poeti hanno testimoniato verità eterne, eppure quasi mai lo ha fatto l’uomo che c’era dietro il poeta o profeta; perché quasi mai dietro i poeti e profeti ci sono uomini forti, sani, equilibrati e completi. I poeti si siedono sul trono di Dante, e qualunque cosa vi dicano di fare, voi fatelo; ma non seguite ciò che c’è dietro le loro opere. Perché loro proclamano il vero, ma non lo fanno.

G. K. Chesterton da “La sorpresa”
GIOVANNI VERGA
Giovanni Verga – ritratto di Guglielmo Sebastianutti e Franz Benque

Se la buona notizia cristiana potesse essere proferita solo da chi lo fa in modo consapevole e ne è effettivamente degno, beh … immagino solo silenzio. Ben più degno di stupore è il fatto che uomini di ogni genere e specie riescano a mostrare segni di una originale somiglianza con lo sguardo di Dio al di là delle certezze esibite, al di là dei comportamenti inadeguati o addirittura pessimi.

Il semplice fatto umano farà pensare sempre

Verismo, dunque. Questa l’etichetta con cui si incasella Verga nelle storie letterarie. Gli –ismi sono sempre repellenti, ma la radice vero ci porta al succo del discorso. Si riduce il tutto a una tecnica di narrazione oggettiva e in cui la presenza dell’autore non si percepisce. Verga spiega bene il senso tutt’altro che distaccato della scelta artistica che fece nella sua lettera a Salvatore Farina. Fu anteposta a L’amante di Gramigna ed è ritenuto il suo manifesto.

Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu veramente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre: avrà sempre l’efficacia dell’esser stato, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne; il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contradditori, costituirà per lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l’argomento di un racconto.

Lettera a Salvatore Farina
SICILIAN FISHERMEN
Catania – Pescatori

L’autore si sottrae, ma per lasciare pieno spazio al mistero eloquente dei fatti. È tutt’altro che distaccato, visto che il fatto umano tracima in un pensare. L’urto che sentii nel primo impatto con Rosso Malpelo era proprio la forza di una voce che mi costringeva a riflettere, senza usare armi retoriche dolciastre.

Abbiamo molto da imparare da questo nascondimento di Verga. Mette in un angolo la sua soggettività. Oggi trabocchiamo di opinioni intellettuali scritte in Prima Persona su ogni genere di fatto. Eppure mai come oggi ci viene tolta da sotto gli occhi la realtà. La parola più vera (o verista) di Verga è proprio misterioso processo.

Un dito puntato contro il progresso

Il naufragio della Provvidenza, la sintesi dei Malavoglia che viene spesso contrapposta alla luce provvidenziale dei Promessi Sposi. C’è da unire, più che da separare. Verga e Manzoni giocano nella stessa squadra, fanno scendere in campo i panchinari.

Renzo e Lucia starebbero benissimo nel ciclo dei vinti (non degli sconfitti!) di Verga. Sono le presenze piccole che patiscono il peso quotidiano della vita. Sono l’umano che non fa notizia, ma compie la battaglia eterna tra bene e male nello spazio nascosto in cui opera. Verga e Manzoni hanno osato uno sguardo che ad oggi resta sovversivo, quello che dà voce agli Alfie Evans di tutti i tempi. I vinti sono quelli che ci perdiamo per strada (non si perdono loro, perdiamo noi l’occasione di notarli) nella corsa incessante imposta dall’idolo di un progresso disumano.

Così la prefazione ai Malavoglia resta – per chiunque scriva, o anche solo guardi la realtà di tutti i giorni – un’indicazione dell’unico lavoro necessario, guardare altrove dal ciò che luccica e sale sui troni.

Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. […] Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.

Cristiana si può davvero dire questa voce, somigliante – all’origine – allo sguardo di chi stanò uno Zaccheo nascosto in mezzo alla folla e sentì sfiorarsi il mantello.

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