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Giammarco Piacenti, vi racconto il restauro della Natività di Betlemme

GIAMMARCO PIACENTI

Giammarco Piacenti

Annalisa Teggi - pubblicato il 15/12/21

Un'eccellenza italiana di cui siamo fieri. Per 7 anni 400 persone hanno lavorato per riportare alla luce tutto lo splendore della Chiesa della Natività di Betlemme. Abbiamo intervistato Giammarco Piacenti, a capo dell'impresa di Prato che ha svolto i lavori.

Parto dalla fine. Se avrete la voglia e la pazienza di leggere questa intervista a Giammarco Piacenti, troverete un’ultima immagine, molto minima rispetto alla storia di cui è parte. Gli ho chiesto a bruciapelo che ricordi avesse dei 7 anni trascorsi a Betlemme a restaurare la Chiesa delle Natività. D’istinto, anziché andare a pescare momenti più clamorosi, mi ha parlato di alcune sere in cui usciva dal cantiere e c’era il vento forte e la gru messa accanto ai muri della Chiesa oscillava pericolosamente.

Vedevo quella gru che dondolava attaccata alla chiesa e le dicevo: “No, tu non puoi cadere”.

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L’istinto va al cuore delle cose, più del ragionamento. La Chiesa della Natività di Betlemme è costruita sopra una grossa faglia tettonica, il rischio sismico è molto alto. Ha resistito a 15 terremoti e non è mai crollata. La zona di Betlemme è anche soggetta a bombe d’acqua e, prima del restauro, nella Chiesa della Natività le precipitazioni defluivano interamente all’interno dell’edificio: si formavano ‘piscine’ da tonnellate d’acqua nella zona appena sotto il tetto, e sopra la testa dei fedeli. E non è mai crollata.

C’è qualcosa di grosso che tiene in piedi quella Chiesa, lì nel luogo dove Gesù Bambino fu deposto una mangiatoia.

E noi siamo la gru che oscilla accanto alla grotta di Natale. Siamo strumenti fragili a cui è affidata la custodia della Buona Novella.

Come si può, allora, andare restaurare il ‘punto fermo’ della storia del mondo?

Nel 2013 la Piacenti Spa di Prato ha vinto l’appalto per il restauro della Chiesa della Natività di Betlemme. Per 7 anni 400 persone hanno abitato quel luogo avendo cura di salvarlo dal degrado e di ridare luce e splendore alle opere d’arte contenute lì dentro. Questa eccellenza italiana ci offre la scusa di una grande fierezza, il nostro paese ha dato una mano a riportare alla luce il vero Natale, che è un fatto incarnato in un luogo.
Vi lascio al racconto di Giammarco Piacenti che è stato a capo di questa squadra di maestranze che hanno messo le loro mani e competenze a servizio della culla dove Dio si è fatto Uomo.

Caro Giammarco, grazie della tua disponibilità a raccontare ai lettori di Aleteia For Her questi 7 anni trascorsi a restaurare al Chiesa della Natività a Betlemme. Partirei proprio dal tuo mestiere, cosa ti porta al restauro?

Noi [la Piacenti SpA – NdR] siamo un’azienda che nasce nell’Ottocento, 1875 circa. Indagando sulle nostre origini siamo riusciti a ritracciare un’antica bottega che lavorava sull’Appennino tosco-emiliano. I miei antenati, 4 generazioni fa, erano ebanisti e si occupavano di restauro per tutto ciò che poteva servire nel loro paese e in quelli limitrofi.

Successivamente, negli anni ’50, con mio padre siamo passati al restauro dei beni vincolati, grazie alla frequentazione di tanti maestri restauratori. Uno dei più importanti è stato Leonetto Tintori, restauratore d’affreschi che, per fare un esempio, ha lavorato nella cappella degli Scrovegni a Padova. I beni vincolati sono pitture e affreschi su tela e tavola, stucchi, materiale scolpito.

Abbiamo anche fatto un altro passo, più recentemente. Gli appalti inerenti il restauro dei beni vincolati venivano assegnati alle grandi imprese edilizie e noi ci ritrovavamo a essere sub-appaltatori, in supporto a queste grandi imprese soprattutto per passare il vaglio delle sovrintendenze. Con noi le sovrintendenze hanno un buon rapporto, parliamo lo stesso linguaggio perché abbiamo lo stesso scopo etico di salvare e conservare le opere d’arte. Le ditte edili hanno obiettivi diversi. E allora abbiamo scelto la strada di poter crescere come impresa per poter partecipare alle gare di appalto in qualità di contractor.

Il restauro della Basilica della Natività di Betlemme è un esempio di questa tipologia di lavoro in cui il contractor esegue anche i lavori, appoggiandosi anche ad altre maestranze. Alla Natività abbiamo messo insieme un gruppo di lavoro di circa 400 persone. Noi siamo mossi dalla passione di salvare i mosaici e le pitture, più che dal businness. Il business viene di conseguenza, ma la prima leva che mi muove il cuore quando vinco un appalto non è l’importo del lavoro, ma l’oggetto che si andrà a toccare.

La parola ‘restaurare’ è bellissima. Si sta un passo dietro quello che è in primo piano, l’opera. Se fai bene il tuo mestiere, non ti si vede. Tu come vivi questo lavoro?

Il nostro primo risultato è rispettare l’opera. Il passo iniziale è capire che l’opera è stata fatta da un’artista che non è come me, è una persona diversa e distante da me. Io non sono l’artista. Sono un tecnico che tenta di ridare la luce e una vita più lunga alla sua opera. Devo imparare a conoscere l’artista, a conoscere i suoi metodi e i suoi materiali. Allungare la vita di un’opera d’arte e farle sfidare gli eventi avversi, questo è il nostro compito. Non si può impedire che il tempo e gli eventi atmosferici non tocchino una chiesa, e ci sono oggetti come le chiese che sono vive proprio perché stanno dentro il tempo e gli eventi che le attraversano.

E c’è una grande gioia in questo fare, quasi di nascosto, che dà visibilità all’opera. Vero?

Quando restauro un’opera vivo della meraviglia per l’artista che l’ha fatta. Alla fine del lavoro capita che molti confondano me con l’artista. Resto a bocca aperta e rispondo: “Ma io non c’entro niente”.

Come è arrivata questa follia, in senso buono, di restaurare la Basilica della Natività a Betlemme. A cosa ti sei sentito di dire sì?

Ho visto il bando di gara nazionale su internet. Il committente era lo Stato Palestinese, che a quel tempo non era riconosciuto dallo Stato Italiano e anche oggi non è del tutto riconosciuto. C’è stato un aspetto inerente le incognite amministrative da valutare.

L’aspetto centrale era però l’oggetto. La Natività di Betlemme rappresenta il cuore per tutto il popolo cristiano e di civiltà cristiana. Considero parte della civiltà cristiana anche l’ateo che dice: “Non credo in Dio, però non uccido e non rubo”. Benissimo, dico io, questa è civiltà cristiana. La si assorbe anche per osmosi, è un insegnamento che ti è stato dato. Puoi esserti convinto di essere ateo, ma sei cattolico dentro.

A me sarebbe anche solo bastato visitare la chiesa, essere presente alla gara di appalto. Per motivi di lavoro – che mi impegnano troppo – non mi era mai capitato di visitare Betlemme. Mi sono detto che questa era l’occasione di andare a vedere la casa del Capo. Anche se avessi perso la gara, era comunque una vittoria.

Ho visitato la Chiesa della Natività nel lontanissimo anno 2000. Ricordo molto bene la porticina d’ingresso, così piccola che per entrare bisogna inchinarsi. La domanda dovrebbe essere se ti sei sentito all’altezza di un restauro simile. Forse invece è un lavoro che ha a che fare con l’abbassarsi?

Per me è stato simile a quello che è capitato a San Paolo sulla via di Damasco. E’ stato un colpo scioccante. Sono arrivato in Terra Santa di corsa, senza fare un vero pellegrinaggio. Ho visitato certi luoghi come il Getsemani girando in taxi. Altri luoghi li ho riconosciuti per aver letto la Bibbia. E’ stato fulminante, perché mi sono ritrovato a dire: allora è tutto vero!

Quando sono entrato dentro la Natività la prima volta, ammetto che ha prevalso la ‘malattia’ del restauratore.

Dentro la Chiesa della Natività l’aspetto emozionale è stato quello di vedere le sue condizioni terribili. Umidità, degrado, quello che tutti vedevano era una distruzione in atto. Dal mio punto di vista, vedevo un oggetto antichissimo mai toccato da un restauratore. Era un tesoro inestimabile, perché significava che aveva bisogno di noi. Gli architravi di quella Chiesa hanno 1500 anni, i mosaici ne hanno 900 e su di loro pesava tutto il degrado di questo lungo tempo.

Siamo i primi restauratori a toccarla, questo è stato il pensiero tremante e bellissimo.

Hai usato il plurale. Possiamo dire chi è questo noi? Per affrontare un’impresa del genere di quali competenze c’è bisogno?

Nella nostra impresa attualmente siamo 70. Oltre 25 persone si sono occupate dell’aspetto progettuale. L’università ha elaborato una linea guida progettuale su cui noi abbiamo fatto un progetto esecutivo, quello che poi si è applicato in cantiere. Poi il ‘noi’ si è allargato fino a includere un totale di circa 400 persone, numerosissime figure, dal tecnologo del legno all’ingegnere strutturista. Quest’ultima figura si è occupata in particolare del miglioramento sismico della chiesa. E considera che la Chiesa della Natività è una delle più evolute contro i terremoti: è una chiesa che ha resistito a 15 terremoti e non ha avuto danni rilevanti. Si trova su una grossa faglia che attraversa la valle del Giordano.

E’ quasi simbolico che ci sia questa faglia o frattura proprio nel “centro” del mondo, fa pensare. Però tornando alla vostra squadra, dicevi che ci sono state maestranze di tutti i tipi.

Sì, tantissimi tipi di specializzazione. Partiamo dal legno del tetto, poi scendendo sulle pareti della chiesa c’era bisogno di restauratori della pietra, restauratori del mosaico e così via. Ogni elemento presente dentro l’edificio aveva bisogno di una cura specifica.

Tutte queste persone non hanno solo lavorato, hanno proprio vissuto per tanto tempo a Betlemme. E’ stata un’esperienza di vita. Ma è vero che qualcuno ha trovato anche la propria sposa a Betlemme?

Sì, mio nipote si è sposato durante i lavori. Ha conosciuto Mirna che è una palestinese cristiana e oggi vivono a Prato. Oggi hanno due figli.

Questo mi fa pensare a un’altra impressione che portai a casa dalla visita alla Chiesa delle Natività: la divisione in parti, quasi in fazioni. C’è lo spazio dei cattolici, quello degli ortodossi, eccetera. La mia impressione di divisione però tu non l’hai sperimentata, o meglio, in un’intervista dici che c’è una comunità vera lì dentro. E’ così?

Sì, si parla di antagonismo, sono accaduti scontri, però le comunità si vogliono bene. A livello alto i rappresentanti delle Chiese s’incontrano, parlano, discutono. Noi abbiamo vissuto lì per 7 anni e abbiamo trovato tutti pronti e disponibili a cambiare lo stasus quo in base ai nostri lavori. Capitava, ad esempio, che lavorando in un punto s’impedisse alle processioni di passare nelle rispettive zone di pertinenza della grotta. Mi spiego, attorno al punto dove è nato Gesù ogni comunità ha un suo spazio ben delimitato e coi suoi percorsi. Coi lavori in corso e le varie impalcature, capitava che la comunità armena dovesse passare nella zona greco-ortodossa e viceversa. E anziché generare problemi, questo ha innescato una rincorsa di cortesie reciproche.

Lo dico scherzando ma non troppo, vi meritereste qualche attestato in campo diplomatico o di dialogo interreligioso. Se vogliamo dirlo seriamente, l’incontro accade mettendolo ‘in corso d’opera’.

Direi che non siamo stati bravi noi, che eravamo lì e dovevamo fare il nostro mestiere. Era proprio la condizione in cui tutti ci trovavamo. Siccome ci hanno percepito come quelli che gli risolvevamo il problema di vedere la chiesa a un passo dalla distruzione, questo ha fatto la differenza. Avevano tutti le lacrime agli occhi quando hanno visto che l’acqua non entrava più in chiesa. Finalmente pioveva fuori e non pioveva in chiesa. E’ stata una delle cose più belle vedere i capi di tutte le comunità religiose con lo sguardo estasiato che ci dicevano: “Non piove più dentro!”.

Era un grosso problema quello dell’acqua che entrava nella chiesa?

Non è facilmente descrivibile il disastro che capitava con la pioggia. Quando venivano le bombe d’acqua i 2200 metri di tetto della chiesa riuscivano nell’impresa quasi impossibile di scaricare tutta l’acqua dentro l’edificio e neanche una goccia fuori. Non avevo mai visto una cosa del genere. Sopra le due navate laterali si formavano due piscine: c’erano due muri di contenimento e tutti i gargoyle erano chiusi [parte terminale dello scarico delle grondaie, ornate con figure animalesche – Ndr]. L’acqua non defluiva. C’erano quindi due spazi lunghi 30 metri di acqua alta 2 metri, due piscine spettacolari, sopra la testa di chi era in chiesa e pesavano tonnellate. Viene da dire che è ovvio che c’è nato un Dio lì dentro, altrimenti non si spiega come la struttura abbia potuto reggere.

Un pensiero simile mi è venuto quando tiravano i missili. C’è stato il momento in cui a Gaza è ripresa la guerra e capitò che un missile cadde a 300 metri da noi. L’abbiamo guardato, e ti posso assicurare che tutti noi eravamo convinti che nessun missile ci potesse cadere in testa. Può sembrare una scemenza. Ma io voglio pensare che così come gli Israeliani avevano l’iron dome [sistema d’arma mobile per la difesa antimissile – Ndr], noi avevamo la Natività. Ci sentivamo sicuri.

Non lo abbiamo detto chiaramente, ma mi pare di intuire che tu sia una persona di fede.E gli altri che erano con te? Magari non saranno stati tutti credenti. Hanno fatto qualche esperienza di fede?

Sì, quello che io ho con Dio è un bel match. E credo che la Natività abbia toccato tutti. Con noi hanno lavorato anche diversi ragazzi musulmani e di altre religioni. Quanto a me, vengo da una famiglia religiosa. Mio padre e mia padre in chiesa erano definiti “gli ultras della panca sud”. A sette o otto anni ho vinto il premio come chierichetto che ha servito più messe. Da ragazzo ero molto convinto e non mi son fatto prete per un pelo.

Poi mi sono distaccato, per quanto continuassi a lavorare quasi sempre in chiesa. Il siparietto domestico era che mia madre insisteva per farmi andare a messa tutte le domeniche e io rispondevo: “In tutta la settimana avrò preso 800 messe, la domenica non ci vado”. E mia madre certo non lasciava perdere. Oggi ha 90 anni e non mi molla.

A Betlemme la presenza di Dio mi ha toccato molto. Gli esponenti della Chiesa, di tutte le comunità cristiane presenti, sono figure uniche e robuste. Penso a Pizzaballa, ma anche a certi rabbini. Se si chiama Terra Santa ci sarà un perché. La fortuna del nostro lavoro è stata quella di vivere con loro. Ora quando li incontro è come ritrovare degli amici, dei fratelli.

C’è un’unità che si respira solo dentro l’esperienza. E per contrapposizione pensavo invece alla frammentazione che spesso è la colonna sonora delle nostre giornate. Voi la frammentazione l’avete sperimentata dovendo restaurare i mosaici della Chiesa della Natività. Ho letto che avete catalogato 1 milione e mezzo di tessere. Ma come è possibile?

Il numero della bellezza non è quantificabile. Non abbiamo dovuto quantificarlo, e va bene. Il lavoro sui mosaici ha rinnovato il momento di estasi sentito entrando per la prima volta in chiesa. Volevo che i restauratori che sarebbero venuti dopo di noi si rendessero conto che abbiamo avuto a cuore anche loro e trovassero una documentazione sulla cura avuta per ogni tessera.

Nel mosaico è più evidente il fatto che ogni pezzetto non è un frammento impazzito, ma è parte di un disegno più grande che è dietro. In realtà, tutte le opere d’arte hanno una sinopia, un disegno preparatorio in cui l’idea viene abbozzata per poi essere sviluppata con più cura e attenzione.

Però, dopo questo volo pindarico, voglio raccontarti un dietro le quinte nel restauro dei mosaici. E’ un lavoro a cui si dedicano i mosaicisti, che si occupano delle tessere, e i pittori che curano l’aspetto artistico. Tra queste due figure c’è quel sano antagonismo che facilmente diventa occasione di battute appuntite. Mi è capitato di sentire un pittore dire a un mosaicista: “Ma dai, tu sei proprio come quello che attacca le piastrelle nel bagno”. Questo lo dico perché eravamo gruppi di lavoro con competenze diversissime e abbiamo raggiunto quella familiarità per cui si possono fare le battute, si va a fare la spesa insieme. Siamo noi le tessere di un mosaico che si è saldato insieme trascorrendo un pezzo importante della nostra vita lì.

Sempre a proposito dei mosaici, mi ha colpito il lavoro che avete fatto sugli angeli. Ho letto che i volti erano stati colpiti dai proiettili e sono stati gli unici punti in cui siete intervenuti non solo a pulire le tessere ma anche a ricostruire quei volti. Che senso c’è dietro questa scelta?

Nel restauro la ricostruzione dell’occhio di un angelo sarebbe quasi vietata. Lo stesso vale per le figure divine. In Italia se manca un occhio a una Madonna di Giotto non glielo si rifà. Sarebbe come entrare nella testa dell’artista e la sovrintendenza lo vieta.

Ma nella Basilica della Natività quell’angelo non è solo un’opera d’arte, è in un luogo di devozione. Il pellegrino non può vedere un angelo o il Cristo senza un occhio o senza il naso. E’ un Dio, non si può farlo vedere così. Il punto di mediazione a cui siamo arrivati è la ricostruzione con un materiale compatibile e riconoscibile a una distanza molto ravvicinata. Da lontano l’aspetto del volto è unitario. E’ stata una scelta a lungo pensata tra la direzione lavori e i molti consulenti. Mentre eravamo sul luogo non potevamo dirlo, ma i proiettili che avevano cancellato i volti degli angeli erano stati lanciati dagli iconoclasti. Era proprio un modo per uccidere queste figure, perché non sono accettate.

Rispetto a questo voglio sottolineare l’incredibile voglia dell’autorità nazionale palestinese (uno Stato a maggioranza musulmana) di perseguire questo restauro sempre al meglio, cioè non intervenendo mai per ridurre o tirar via l’opera. Hanno voluto il massimo, hanno voluto che l’Unesco riconoscesse il valore di quanto fatto. Questa cosa mi ha colpito. Perché investire tanto su questa chiesa? Forse è più di un simbolo esclusivamente cristiano, è un simbolo di unità per le 3 grandi religioni monoteistiche. E’ uno degli edifici più antichi della Terra Santa. Ora io vado in giro a raccontare l’esperienza del restauro della Natività e lo faccio con il pieno accordo dell’autorità dello Stato palestinese, che ci tiene tantissimo.

Forse perché, come diceva il regista Tommaso Santi, “laggiù dove tutto si distrugge, è stato salvato un gioiello“. In TV noi vediamo immagini da quei posti che sono solo guerra, intifada, incendi. E invece è stata fatta anche una cosa bella, che lascia di stucco.

Mi fai venire in mente i versi di Eliot: “In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi”. Forse avete ri-costruito qualcosa di più di un edificio. E mi viene da pensare che per te il Natale abbia un volto tutto nuovo dopo questi sette anni di vita dentro la chiesa della Natività. Cos’è oggi per te il Natale?

Si può dire che, in effetti, il Natale è stato scippato a Betlemme. Il Babbo Natale e l’albero di Natale del Nord Europa, anche la Coca Cola, hanno scippato l’immaginario del Natale al luogo in cui il Natale è accaduto, dove è nato Gesù. E dire che, proprio a Betlemme, il Natale è una festa lunghissima che arriva fino a fine gennaio perché prima partono le celebrazioni dei cattolici, poi si aggiungono quelle degli ortodossi e poi quelle degli armeni.

A proposito di questo tema, ho fatto un piccolo progetto di restauro della chiesa di San Nicola a Bayt Jala. E’ un comune attaccato a Betlemme. Il progetto si chiamava “Riportiamo in Natale a Betlemme”. Rispetto a quanto mette in campo il tam tam mediatico di tutto il mondo, le forze di quel paese sono deboli per imporsi e far vedere che il Natale è quello che accadde nelle grotta di Betlemme.

Credo che anche il senso del lavoro alla Natività sia stato quello di far vedere la luce vera che ha il Natale. Era nascosta sotto tanta polvere da aspirare. Fare anche altri passi per restituire questa grande festa a Betlemme e al suo popolo non sarebbe male.

Come ultima cosa, senza pensarci troppo su, quali ricordi ti vengono in mente di questi 7 anni a Betlemme?

Ce ne sono milioni. Dalla camminata di prima mattina dalla casa dove vivevo alla chiesa, cercando di fare sempre percorsi diversi. O la sera, i rientri a notte tarda da solo, perché ciascuno aveva i suoi orari e ci sono stati momenti in cui ci si sentiva soli. O anche gli inverni col vento forte, vedevo quella gru che dondolava attaccata alla chiesa e le dicevo: “No, tu non puoi cadere”.

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