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Ditelo a tutti che Dio si è fatto Bambino in pieno inverno

PRESEPE; NATALE; NEVE
Shutterstock
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Gilbert e Frances Chesterton ci fanno gli auguri di Natale: non c’è ghiaccio di disperazione, né freddo di paura che non possa essere sciolto dal cuore vivo di un Dio che si fa neonato nella stagione più ostile.

“E vieni in una grotta al freddo e al gelo” lo cantiamo tutti fin da bambini, è quasi un ritornello scontato. Ma sembra, ed è, la risposta che tanti uomini hanno atteso per dare senso al garbuglio crudo e talvolta drammatico della propria vita. Uno degli incipit più famosi di Shakespeare, divenuto anch’esso quasi un ritornello, è quello con cui si apre il Riccardo III: “Ora è l’inverno del nostro scontento”.

Ora è l’inverno della nostra gioia

Da sempre l’uomo ha paragonato le stagioni dell’anima alle stagioni meteorologiche, lo sbocciare di un amore è come la primavera, l’entusiasmo della gioventù è come l’estate, invecchiare è l’autunno. E l’inverno? È la stagione meno propizia, in cui la natura si chiude a riccio, gli alberi sono spogli e le bestie vanno in letargo; è ostile e fredda, quasi un presagio di morte o di un sonno profondo. Così il Riccardo III di Shakespeare si fece portavoce di tutti noi: l’esclusione dalla felicità e dal bene – il nostro scontento – è inverno dell’anima.

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Dio ha frantumato questo schema meccanico. Si è incarnato in pieno inverno; ha svegliato l’uomo da un sonno letargico. Non siamo più schiavi di stagioni, ma soprattutto la nascita di Gesù ci ha liberato da qualsiasi inverno. Non c’è ghiaccio di disperazione, paura o infelicità che non possa essere sciolto dal cuore vivo di un Dio che si fa uomo per farci compagnia, nel qui e ora del nostro respiro affanoso. La notizia esplosiva che il cristiano porta agli amici, ai vicini e ai lontani è: ora è l’inverno della nostra gioia.

Sorpresa!

Nella grotta di Betlemme tanti paradossi si raccolgono, nessuno più del signor Chesterton li colse e volle condividerli con tutti. Dio – per farci una vera sorpresa – fa tutto al contrario. Lui che è Onnipotente nasce piccolo e nudo. Lui che è Re nasce in un rifugio provvisorio. Lui che è Dio, nasce ai margini del grande impero romano.

Era abitudine della famiglia Chesterton fare gli auguri di Natale agli amici componendo ogni anno una poesia diversa; era principalmente la moglie Frances a confezionare il tutto, ma la loro voce di coniugi cantava all’unisono.

Universal History Archive/UIG via Getty Images
G. K. Chesterton 1874 - 1936, English Author With His Wife Frances Blogg. From The Chestertons By Mrs. Cecil Chesterton, Published London, 1941. (Photo by: Universal History Archive/UIG via Getty Images)

Per il Natale del 1932 il loro messaggio fu un testo poetico in stile molto infantile, come piaceva a loro, ma che raccontava un paradosso profondissimo della Natività: far nascere un Bambino in inverno. Lui, il Salvatore del mondo, avrebbe potuto pianificare meglio la sua venuta. Poteva scegliere il tepore primaverile pieno di gemme, o il caldo estivo traboccante di luce, oppure persino l’autunno dai colori esplosivi.

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La scelta che tutti avremmo scartato è stata la Sua: con il gelo, col freddo, con le bestie in letargo e con il cielo cupo nasce il Bambino e la speranza sboccia, deflagra sulla terra. Ogni ombra di gelo e morte che sarebbe scesa su ogni creatura della terra nei secoli a venire si è già sciolta davanti alla stalla, sotto la Cometa, in compagnia dei pastori.

Adesso seguiamo la voce dei Chesterton che guida il passo, attraversiamo ogni stagione dell’anno che scorre in attesa di un evento che non mancherà l’appuntamento, anche se arriverà quando nessuno se lo sarebbe aspettato:

 

La tenda del cielo è cosparsa di nubi

soffice è la terra e veloce cresce l’erba

gli uccellini cantano e ondeggiano gli alberi

spedito come un fulmine è il passo che va e viene.

Si ode un sussurro intorno, quasi un fremito d’ala:

di sicuro il Bambino verrà in primavera.

Ma nessun Bambino è venuto a giocare coi narcisi dorati,

l’erba si fa più verde sui prati e nelle radure;

brucia l’estate, inebriata da un sole magnifico

cresce e matura la spiga nei campi,

c’è un gran chiasso di uccelli e scrosci di ruscelli;

sarà adorabile il Bambino che arriva con le rose in fiore.

Sfiorisce la rosa che nessun Bambino ha colto,

d’un rosso dorato sono le fronde del faggio, viola è tutta la vigna,

l’autunno generoso esplode nei frutteti e sui campi

con cespugli pieni di bacche e rose selvatiche;

stipato nelle cantine il raccolto e ben stretti i fasci,

ecco, il Bambino verrà mentre cadono le foglie.

Nessun Bambino ha raccolto le foglie cadute,

si fa buio il cielo e tace ogni cinguettio,

la neve incombe minacciosa e riempie l’aria,

il bosco è tutto in letargo, nessun cucciolo in giro

grigio il cielo sopra le teste, grigia la terra sotto i piedi,

nascerà mai un Bambino quando cade la neve?

MARIA GERN,BAVARIA
Canadastock | Shutterstock

Ed ecco si rompe il silenzio: è il belato di un agnello,

e poi il leggero e profondo respiro di una mandria,

e poi i passi dei pastori, e trombe angeliche che

annunciano un re – ecco, anche in cielo un segno:

è la Stella Cometa, annuncia una nascita,

fraternità tra gli uomini e pace sulla terra.

 

In Paradiso cantano gli angeli

mute le cornamuse dei pastori, ascoltano una Vergine:

“Proclamate, uomini saggi, che il Re dei Re sta dormendo,

è il Bambino deposto nella mangiatoria,

ditelo alla terra intera, ditelo fino ai confini del mondo,

è arrivato un Bimbo in una stalla nel gelo di Natale”.

NATALE, GESU, NEVE
Shutterstock

 

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