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Quando il miracolo non è la guarigione ma una voce innamorata della vita

ANGELICA ABATE

Angelica Abate

Annalisa Teggi - pubblicato il 22/10/21

Angelica Abate è morta a 18 anni per un tumore cerebrale rarissimo e aggressivo. La sua mamma ci racconta che nella cornice di una diagnosi atroce è sbocciata ancora di più l'anima di una ragazza che in una poesia aveva intuito: "Divenni lo stelo più scarno in grado di fiorire".

Angelica Abate è una promessa mantenuta. Lo dico subito, come il giocatore di carte che dichiara i suoi assi in partenza. Si dice di molti talenti sportivi che sono una promessa. Di un bravo neoassunto si dice che promette bene. E che ne è poi di tutte queste promesse? Sono esaudite solo quando la parabola di vita si conforma alle aspettative prestabilite dalle griglie del successo o dei sogni?

Angelica Abate era una promessa da tanti punti di vista, della pallavolo ad esempio. Germogliavano in lei talenti vigorosi, dalla fotografia alla scrittura. Un tumore cerebrale molto aggressivo le ha tolto la vita ad appena 18 anni. Toglie il fiato. Mi sono aggrappata d’istinto a Chesterton che ribaltò il modo di dire che usiamo quando vediamo un talento sprecato, poteva essere un grande!, e disse che ogni uomo è un grande perché poteva non essere. Ogni persona è una promessa. Ed è una promessa che Dio mantiene e compie fino in fondo. Possibile dirlo di una ragazza bella, forte, entusiasta, profonda e allegra che viene strappata al vita repentinamente, senza appello?

Ho avuto la possibilità di fare una lunga chiacchierata con Anna Bonarrigo, la mamma di Angelica e insieme abbiamo ripercorso le tappe di un calvario incomprensibile, terribile, piombato giù come un fulmine a ciel sereno.

Costruire il presente

Roccalumera, Sicilia. In questo paese affacciato sul mare tra Taormina e Messina Angelica Abate ha vissuto la vita a pieni polmoni. Un legame carnale e profondo coi genitori e coi due fratelli, amicizie e passioni vissute con grinta e tenerezza. Ne possiamo respirare ancora l’aria dalle tracce di sé che ha lasciato nei suoi profili social. Paradossalmente quella sua voce virtuale sta diventando molto reale ora che lei non c’è fisicamente più. Racconta mamma Anna:

Verso i 13 anni Angelica ha scoperto la passione per i libri e aveva cominciato una collaborazione con giovani scrittori e case editrici. Sul suo profilo Instagram pubblicava scatti a cui associava una riflessione o breve recensione del libro in oggetto. Curava molto questa passione e ora le parole che ha lasciato in quel profilo hanno un valore ancora più grande. Quasi tutti i suoi pensieri puntano sul valore della vita, sul coraggio, sull’apprezzare.

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Ad esempio, leggendo L’eleganza del riccio Angelica si era appuntata questa frase:

Temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente

Leggere a posteriori questi ‘appunti’ di Angelica è come osservare un alpinista che – inconsapevolmente – sta mettendo nello zaino gli strumenti giusti per l’arrampicata. Costruire il presente è proprio questo, starci dentro come chi si allena e scopre la fibra del suo essere. Il domani ha portato ad Angelica una scalata titanica. Ma lei era così piena di un presente vissuto senza risparmioda vincere l’ombra del buio.

Angelica, la forza e la dolcezza

Angelica è cresciuta senza avere mai nessun problema di salute. Aveva una struttura fisica forte. Giocava a pallavolo in serie D. Il suo ruolo era quello di attaccante, una di quelle che fanno le schiacciate e tremano i vetri. Alta 1, 80 era il capitano della squadra, non solo a livello formale, ma come motore umano. E però era una bambina dolcissima. Solare, forte, aveva i suoi scoraggiamenti ma sapeve trovare le risorse per rialzarsi.

La voce robusta di mamma Anna mi tratteggia il cuore più che il profilo di sua figlia, dal grumo dei ricordi ne dipana uno, limpidissimo.

Ricordo un piccolo episodio di lei piccolina, cinque anni, era il tempo di Natale e per strada si fermò davanti a un presepe e mi disse: “Mamma, facciamo una preghierina”. E mentre lei cominciò a dire l’Ave Maria altre persone si fermarono con lei su quel marciapiedi.

Anche questa sembra proprio una promessa inconsapevole che è stata mantenuta nell’ora della prova. Durante l’intero percorso della malattia, Maria è stata davvero sulla strada dolorosa insieme ad Angelica e alla sua famiglia. Le tappe decisive del suo calvario sono legate a feste liturgiche forti, la prima operazione al cervello, ad esempio, l’ha subita nel giorno di Maria di Lourdes (11 febbraio). Altre persone – sconosciute, lontane – si sono fermate a guardare, ad accarezzare, a pregare per questa ragazza. Si è generata una compagnia inaspettata.

Una massa enorme nel cervello

Nel dicembre del 2019 Angelica Abate s’infortunò sul campo di pallavolo, rottura del crociato e del menisco. La prese male perché significava stare ferma per un bel po’. Una volta operata, cominciò la riabilitazione con grinta e senza lamentele, un tornado di energie. Poi sopraggiunse un mal di testa, strano per una ragazza che non se ne era mai lamentata in vita sua. E questo segnale catapulta tutta la famiglia in un orizzonte che più cupo non si può.

Dalla guardia medica si passa all’ospedale di Taormina, 5 ore d’attesa perché “è solo un mal di testa”. Poi la dottoressa che la visita, vedendo il tutore alla gamba e intuendo che specie di ragazza ha di fronte (evidentemente una tempra non fragile), prescrive una TAC. Un altro squarcio terso emerge nel racconto della mamma:

Poi ho il ricordo di questo dottore in camice bianco che mi porta in una stanza e gira lo schermo della TAC e io rimango di ghiaccio. Anche lui era in difficoltà e mi dice: “Mi dispiace, signora, noi non siamo in grado di gestire una situazione così grave. C’è una massa enorme nel cervello”. Uscita da quella stanza, avevo di fronte a me mio marito e mia figlia. Quello che ho detto ad Angelica è stata una bugia, non l’ho messa subito di fronte alla verità. Le ho detto che la strumentazione non era adeguata e dovevamo spostarci per ripetere l’esame a Messina.

La diagnosi peggiore possibile sarà confermata: si tratta di una rarissima forma tumorale al cervello che è documentata solo su casi in cui è presente alla nascita e concede al neonato una vita brevissima. Non ci sono ancora spiegazioni del fatto che Angelica sia arrivata a 17 anni senza presentare sintomi, in perfetta salute. Ma una volta manifestatasi, è una sentenza di morte.

Avere coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente, e arrivare sino in fondo, qualunque cosa succeda.

Angelica aveva appuntato questa citazione nel suo profilo Instagram dopo aver letto Il buio oltre la siepe. Si rivela misteriosamente adeguata al suo destino. E sarà proprio così: a Messina sono i medici a informare la ragazza del tumore, la incoraggiano a essere forte. Per 7 mesi Angelica e la sua famiglia hanno combattuto la battaglia tremenda e preziosa degli sconfitti.

7 mesi di ospedali e una preghiera che dilaga

Per quanto sia esiguo il margine di speranza dato da una simile diagnosi – facile essere lucidi a tavolino, a posteriori, senza esserci piantati dentro in carne e anima – la mamma di Angelica, suo papà e i suoi due fratelli fanno quello che fa una famiglia, combattono e si aggrappano a ogni lembo di possibilità.

Quando la TAC svela il mostro che cova nella testa di Angelica, siamo nel febbraio 2020 a un soffio dall’esplodere della pandemia. Nel corso dei 7 mesi successivi mamma e figlia passeranno da un ospedale all’altro (da Messina a Firenze, poi Milano, poi la Germania). Angelica sarà sottoposta a molti interventi, e tutto in mezzo all’emergenza Covid. Un orizzonte sanitario cupo, in cui – per costrasto – emergono più netti i contorno luminosi.

Il resto del percorso medico di Angelica si è svolto nel pieno della pandemia, con lo spettro della distanza anche per noi familiari nell’assisterla mentre era in ospedale. Nel corso delle nostre tante degenze ospedaliere ho incontrato degli angeli che nei momenti cruciali, prendendo ogni precauzione, mi hanno permesso di starle a fianco.

Dopo Firenze ci trasferiamo a Milano e poi in Germania, dove Angelica viene sottoposta a 12 ore d’intervento. E anche dopo questa operazione lei ha una ripresa stupefacente. Addirittura è lei a tradurre per me quello che le infermiere le dicevano in inglese e io non capivo. Torniamo a casa e sono i primi di giugno. Poi per fare la radioterapia ci siamo trasferiti a Empoli. Nel frattempo il tumore cresceva in una maniera impressionante.

Le metastasi sembrano la crudele parodia di un abbraccio, nella realtà intanto si espande la rete di una compagnia umana che si unisce al patire di Angelica, pregando. Impossibile non chiamarle metastasi di amore e non intravedere all’opera un miracolo meno corrispondente di una guarigione clamorosa, ma più radicale come presenza opposta alla disperazione.

La parte importante di questa storia, accanto al decorso della malattia, sono i messaggi che comincio a ricevere da persone che non conosco. Un quantitativo colossale di messaggi di solidarietà. Per citarne un esempio: “Siamo a Siracusa e stiamo pregando Santa Rosalia per voi”. Abbiamo saputo di raduni di preghiera da molte parti d’Italia e anche in Germania dove Angelica era stata operata. Addirittura dall’Argentina e non capisco come si è diffusa questa voce. Sono rimasta stupita da questo passaparola. Ho ricevuto il messaggio di uno che non conoscevo e mi scrisse: “Sono ateo e per la prima volta nella mia vita sto pregando per Angelica”.

Questo lo racconto per dire che sono arrivate delle figure inaspettate, non quelle che m’immaginavo ci sarebbero state ma chi proprio non potevo neppure immaginare.

Quei rosari notturni

Liberamente al dimandar precorre, disse Dante della Madonna. La Madonna corre e precorre. E questo dilagare di preghiere inaspettate è proprio il Cielo che si fa presenza, si fa compagnia nella selva di chi è nel buio. Penso che una delle immagini più forti di questa storia siano i fitti rosari notturni di cui mi parla mamma Anna:

Noi siamo partite in questo viaggio dentro la malattia con un rosario di legno. E’ stato il tempo dei rosari notturni della nostra famiglia, miei e dei fratelli di Angelica. Coi miei figli pregavamo così: io ero chiusa dentro l’ospedale in stanza con Angelica e facevamo una telefonata a 3, i miei figli erano fuori, nel buio di un marciapiede, sotto un lampione. Pregavamo al buio, al telefono. Li facevamo anche prima di tutte le operazioni e Angelica lo voleva tenere nel letto quel rosario. Per tutto il tempo della malattia e dei ricoveri Angelica ha chiesto e fatto la Comunione, con molta naturalezza, non commentava. La voleva e basta.

E’ stato un rosario che ho perso non so quante volte durante le degenze, s’infilava nelle pieghe dei letti. Altrettante volte l’ho ritrovato. L’ho perso definitavamente quando hanno portato via mia figlia e mi sono detta che non essendoci più Angelica anche il rosario non c’era più. Due mesi dopo è capitato qualcosa alla lavatrice, si sono accese le spie e ho pensato che fosse andata in blocco. Nel pulire il filtro ritrovo il rosario. E’ un rosario ostinato e ora ce l’ho di nuovo in mano.

Dalla sua casa alla casa in cielo

Un po’ impaurita ho chiesto ad Anna Bonarrigo se ci sono stati dei momenti in cui si è sentita arrabbiata con Dio, vivendo sulla sua pelle la sofferenza e la morte di sua figlia.

Per tutto il tempo dei ricoveri e delle operazioni io mi sono affidata a Dio totalmente. Tutti mi chiedavano: “Ma come fai?”. Ovunque andavo, trovavo un posto dove pregare. Mi sono ritrovata una forza che non è solo opera mia. E lo stesso vale per Angelica, per quanto io sapessi che era una ragazza forte, non mi aspettavo che in questa circostanza fosse lei a dare coraggio a me. Per quanto io potessi un po’ mascherare la situazione, lei era intelligente e aveva capito come stavano le cose. Parlò molto chiaro con me riguardo il suo destino.

Angelica ha trascorso a casa gli ultimi giorni di vita, assistita da personale sanitario e dalla famiglia. Accompagnata anche da una presenza la cui storia aveva conosciuto durante le degenze ospedaliere. E’ uno dei suo fratelli a inserire nelle preghiere della famiglia anche una novena a Carlo Acutis.

Sempre mio figlio, si è informato e ha saputo che era possibile avere le reliquie di Carlo. La reliquia di Carlo arrivò a casa nostra il 14 di settembre. Furono gli ultimi giorni di vita di Angelica e nonostante il tumore fosse arrivato alla sfera della parola, lei riuscì a dire cose di straordinaria serenità e amore. Poi lentamente è entrata in uno stato di sopore. Una delle ultime cose che mi ha detto è stata: “Apri, mamma, apri“. Non riuscivo a capirlo.

RELIQUIA CARLO ACUTIS

Il 23 settembre del 2020, giorno di San Pio da Pietralcina, i funerali di Angelica sono stati trasmessi in diretta Facebook. Si è aperta la porta del Cielo per lei. Chi resta sente la ferita della mancanza aprirsi fino a spaccarsi. Ma molto altro si apre dopo la scomparsa di Angelica, e non è solo dolore.

Il sentiero di un’anima ferita

Il tempo della morte c’è anche per chi sopravvive. La perdita, il distacco, la mancanza gravano come macigni. Non c’è una scorciatoia o un percorso alternativo. Si deve morire con chi muore, lasciarsi atterrare e disarmare. Un altro episodio che ringrazio Anna Bonarrigo di aver condiviso riguarda uno scambio umano avuto con un sacerdote:

Mi ricordo un giorno, il 22 settembre. Mio figlio invitò a casa nostra un giovane parroco che non conoscevo. Era un giorno in cui ero un lupo. Erano giorni in cui vivevo il tradimento e l’abbandono. Pensavo volesse farmi la predica. Allora l’ho assalito con una domanda: “Lei deve dirmi perché?”. E lui mi ha risposto: “Non lo so“. Con questa risposta mi tolse le armi dalle mani, perché è stato con me con la sua nuda presenza. Mia figlia era esanime e lui rimase colpito dal sorriso impresso sul volto di lei.

Mi tolse le armi dalle mani, è un’espressione dalla forza commovente. Oggi la mamma di Angelica e tutta la sua famiglia vivono lo spazio disarmato della manacanza di una figlia, che pure non ha smesso di essere. Viva e presente, in altro modo. Angelica scrisse una poesia intitolata Il sentiero di un’anima ferita e già solo il titolo sembra il succo vero della sua storia. Alcuni versi di quel testo ora campeggiano nella sala di lettura a lei dedicata a Roccalumera:

trovai il mio sole e divenni lo stelo più scarno in procinto di fiorire

ANGELICA ABATE

Il prato in cui Dio semina la promessa che è ogni anima fa fiorire anche gli steli più scarni, anche gli scarti. E cos’è poi fiorire? Mi pare che la schiacciata di Angelica porti la palla a terra, non sulle nuvole astratte dei sogni. Si fiorisce ora, nel presente vissuto come apertura al tutto del nostro esserci. Ci si chiude e si avvizzisce se pensiamo di essere piante che fioriranno domani, quando certi traguardi saranno raggiunti.

Apri, mamma, apri. La disponibilità a essere aperti e disarmati nell’ora che è il tempo di ciascuno, questo è miracolo. E lo è nel senso che ci costringe a una fatica improba a scegliere tra la crudità e crudeltà dei dati e la verità intera che non smettiamo di chiedere. Così me lo ha testimoniato mamma Anna:

È facile avere fede quando si spera, le preghiere sgorgano come acque limpide, le mani si cercano tra loro per farsi preghiera. Ma poi? Quando il nostro miracolo non è quello di Dio cosa avviene e cosa sarà di noi? Traditi e abbandonati con le ginocchia sulla ghiaia e il cuore squartato. Allora si piange, si chiudono le finestre alla vita finché qualcosa o qualcuno non bussa riferendoti sogni incredibili, gesti, segni che messi insieme ti fanno alzare la teste dalle ginocchia e guardare in alto, anzi riguardare in alto.

L’unica strada è quella di trovare una verità dentro quello che accade. Se oggi guardassi l’accaduto con l’occhio crudo della ragione mi ritroverei a osservare mutamente un distacco, crudamente un distacco. La fede mi indica una continuità, anche nei segni che raccolgo dagli altri dopo la morte di mia figlia. Vedo e capisco che nel cuore di tanta gente lei c’è. Se mi allontano da questo vedrei solo un Dio crudele.

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