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Il salvataggio della Grande Barriera Corallina

Great_Barrier_Reef_-_shutterstock_593865266.jpg

Tunatura I Shutterstock

Tugdual Derville Tugdual Derville - pubblicato il 18/09/21

Quando l’equilibrio della natura viene rotto, a causa dell’uomo o no, l’uomo stesso può intervenire a restaurarlo. Il nostro collaboratore Tugdual Derville ci racconta la storia di una mobilitazione umana riuscita per salvare uno dei nostri beni comuni: la Grande Barriera Corallina.

Una delle realtà più affascinanti del mondo vivente è la complessità delle catene alimentari. Per restare solo al regno animale, guardiamo al corallo: è minacciato nel Pacifico da un predatore vorace, una grossa stella marina tutta puntellata di spine velenose, il cui nome è Acanthaster planci, o “corona di spine”. Quest’ultima, a sua volta, può essere divorata fra gli altri da un piccolo crostaceo, il Gambero Arlecchino, che sfama a sua volta il celebre polpo, che si trova poi nel menu di alcuni tipi di squalo… E stiamo parlando di una manciata di specie all’interno di un sistema complessissimo. Nel migliore dei casi, tutto sta in equilibrio: ciascuno fa la sua parte. 

Il pericolo della proliferazione smodata 

Se però anche solo una specie comincia a pullulare, ecco la catastrofe. L’infestazione dell’Acanthaster minaccia così da decenni le grandi scogliere dei coralli: Giappone, Indonesia, Nuova Zelanda, Australia (e un quarto della Grande Barriera è già stato distrutto). Arrivando fino a un metro di diametro, queste stelle marine possono invadere una laguna – come una nube di cavallette – e annientare in pochi mesi le barriere coralline. Il fenomeno della pullulazione è ciclico, ma tende ad aggravarsi per ragioni ancora poco note. Dov’è la responsabilità dell’uomo? Si era dapprima pensato all’eccessiva pesca di un grande mollusco apprezzato dai turisti – il tritone gigante, che è uno dei rari predatori della Corona di Spine – ma questa ipotesi è stata scartata perché il tritone era raro già prima. Si propende oggi per l’inquinamento dell’acqua combinata a cambiamenti climatici favorevoli alla sopravvivenza delle larve della stella distruttrice. 

Sfortunatamente – o fortunatamente? chissà! – gli abitanti di queste coste e delle moltissime isole in questione sono dipendenti da un turismo incentrato sulle immersioni sottomarine. Una coalizione di comunità locali, unite nell’avversità, si è raccolta contro l’invasione della stella marina. Ciascuno ha fatto la sua parte: i naturalisti per testare i mezzi per vincere il nemico, gli innumerevoli sommozzatori per segnalare le zone contaminate, grazie a siti internet partecipati da molti contributori, e delle équipe specializzate per effettuare al momento giusto i gesti appropriati: raccolta, iniezione sottomarina di acidi, reintroduzione dei predatori… 

Una mobilitazione ponderata 

Questi interventi coordinati sono stati oggetto di dibattiti preliminari: anzitutto, infatti, l’Acanthaster fa parte integrante dell’ecosistema corallino, e anzi ne favorisce la biodiversità limitando i coralli a crescita rapida a vantaggio di quelli a crescita lenta. È legittimo che l’uomo prenda le redini della barriera per “imporle” un ribilanciamento, a discapito di una specie? Altri ecosistemi non conoscono fenomeni ciclici di espansione di esseri viventi? In generale, il suo predatore principale segue e regola la sua demografia. Nella situazione di cui si parla, la prospettiva della perdurante distruzione della barriera corallina ha spinto a rompere gli indugi. Bisogna ammettere che l’interesse economico costituito dalle barriere è stato determinante nella decisione di intervenire, ciascuno per la propria parte. Lì dove le comunità autoctone si sono organizzate, la stella predatrice è stata individuata in tempo e la sua espansione è sotto controllo – il corallo è salvo. 

E se questa mobilitazione generale ponderata, su scala locale e regionale, mostrasse la disposizione mentale che dovrebbe animare le relazioni dell’umanità col resto dei viventi, ma anche tra gli stessi esseri umani? Il nostro stato di sviluppo è tale che si impongono tre constatazioni: 

  • potenza; 
  • vulnerabilità; e 
  • responsabilità. 

Mano a mano che scopriamo la nostra potenza, realizziamo che essa ci rende vulnerabili ma anche responsabili. Agli antipodi dell’individualismo, la complessità delle sfide necessita una cooperazione coordinata di molteplici attori: è ora di occuparci dei beni comuni. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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