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Caso Grillo: le colpe dei padri e la “dittatura del consenso”

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Benny Marty | Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/04/21

Che la ragazza abusata - secondo le accuse - dal figlio del comico genovese e dai suoi amici fosse (più o meno) consenziente non cambia la natura disordinata dell'atto: grave – e parte del problema stesso – che la società non sappia dire una parola più intelligente su simili casi.

Un po’ perché dopo un anno di sola pandemia, nelle scalette dei Tg, ogni notizia maggiore che funga da divertissement viene salutata con moti d’istintivo sollievo; un po’ perché le due notizie erano effettivamente riguardevoli: sta di fatto che da tre giorni a questa parte la SuperLega e l’apologia di Beppe Grillo per il figlio Ciro hanno spodestato il Covid dalle prime pagine dei giornali e dai primi posti delle scalette di radio- e telegiornali. 

Se poi il ventilato gigante calcistico sembra rapidamente manifestarsi per un colosso dai piedi d’argilla, tale che forse non arriverà mai a mettersi in piedi, la vicenda di Ciro e di Beppe Grillo sembra ben lungi dal vedere la parola fine, e nel frattempo una tempesta d’opinione si è scatenata nel grande bicchiere dei social. 

Le pagine della Bibbia accanto a quelle dei giornali 

Insomma, si guarda a queste paginacce di cronaca viola e torna in mente l’adagio “le colpe dei padri ricadono sui figli”. In fondo è questo che Beppe pensa, ed è il motivo per cui chiede di espiare la pena per un fatto che non sussisterebbe. 

L’adagio è peraltro di ascendenza biblica, e risale almeno a un arcaico passo dell’Esodo: 

Io, il Signore, sono il tuo Dio; un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione […]. 

[…] che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione. 

Ex 20,5. 34,7

L’autore sacro intendeva sottolineare la gravità delle colpe, le cui ripercussioni sono ben lungi dal fermarsi sul solo reo, ma la riflessione teologica pose ben presto mano a tornire meglio il concetto. 

Già nel VII secolo, ad esempio, si lega all’attività profetica di Geremia questa riflessione: 

In quei giorni non si dirà più:
“I padri han mangiato uva acerba
e i denti dei figli si sono allegati!”
Ma ognuno morirà per la sua propria iniquità; a ogni persona che mangi l’uva acerba si allegheranno i denti.

Ger 31,29-30

Il motto però era già diventato proverbiale (o lo era sempre stato?), e le convinzioni popolari sono dure a morire e ardue a riformare: un secolo dopo Geremia anche Ezechiele sarebbe tornato a cimentarsi nell’impresa: 

Mi fu rivolta questa parola del Signore:«Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele:

“I padri han mangiato l’uva acerba
e i denti dei figli si sono allegati?”

Com’è vero ch’io vivo, dice il Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà».

Ez 18,1-3

E la riflessione si sviluppa dettagliatamente per l’intero capitolo, con dovizia di casi. Qui «l’essemplo basti». Secoli dopo le redazioni di questi scritti, il nascente cristianesimo utilizzò i testi ricordati e diversi altri per imbastire quella che avrebbe preso il nome di “dottrina del peccato originale”: certamente ognuno paga per le proprie colpe, come ben spiega Ezechiele, ma è pur vero che – in generale – «non c’è chi agisca bene, neppure uno» (Sal 13[14],3); al di là delle colpe individuali, poi, esiste una reità diffusa e radicale per cui ben presto i cristiani hanno iniziato a confessare che, in un certo senso, nessuno è innocente. 

La debolezza della “morale del consenso” 

Sul piano della storia del dogma, ciò equivaleva a postulare che vi fosse un modo per cui il peccato – non questo o quel peccato, ma il peccato – si trasmettesse di generazione in generazione, e furono proposte diverse teorie alla bisogna, ma non ci interessa ora passarle in rassegna: quel che invece vorremmo suggerire – passando un poco dalla teologia alla morale (e al costume) – è che c’è un aspetto per cui non solo di certo quella notte ci fu uno stupro, ma – quel che è peggio – ne siamo responsabili un po’ tutti. 

Due anni prima dei fatti a cui ci riferiamo uscì nelle librerie italiane il primo saggio di successo di Thérèse Hargot. Prima di giungere alla metà del libro si legge: 

[…] durante una gita scolastica […] cinque ragazzi vengono sorpresi mentre hanno rapporti sessuali con una ragazza. A lume di naso, questo non è né il luogo […] né la maniera (cinque sono tanti). Ma attenzione, secondo la morale del consenso, ciò che è veramente accaduto resta ancora da determinare. La ragazza era consenziente o no? È lì il punto. Lei dice “sì”, è una “gang bang”. Lei dice “no”, è uno “stupro di branco”. Quanto ai ragazzi, il loro consenso sembra andare da sé. […] 

Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), Venezia 2017, 80 

L’autrice sviluppa quindi una critica personalistica del concetto di “consenso”, osservando che esso suppone una capacità nient’affatto data una volta per tutte (e che comunque non si deve presumere prima di una certa età): da tre giorni in Italia si discute del “consenso” che la ragazza avrebbe dato («un video lo prova!», ha sbraitato Grillo, grottesco nel suo non avvedersi dell’assurdità). Evidentemente, il consenso della modella che ha sporto denuncia non viene discusso nei termini filosofici proposti dalla sessuologa: “se ha detto vuol dire ”. È la linea di difesa dei Grillo e di chiunque si schieri dalla parte di lui, ed è il calco esatto del mantra femminista “no vuol dire no”. 

Tuttalpiù la questione dell’autenticità del consenso viene posta sull’uso di sostanze psicotrope – si fece uso d’alcool? di droga? – e si vorrebbe limitare a questi soli casi la diminuzione della capacità di porre un consenso effettivo e valido. Non solo una giovane e non solo una donna, ma ogni essere umano fa invece l’esperienza continua di voler acconsentire a qualcosa e acconsentire effettivamente a tutt’altro (o viceversa): a comportare ciò sono le fragilità, le debolezze, la speranza di guadagnare qualcosa – beni, denaro e, soprattutto, amore – in cambio dell’oblazione di sé. 

Qui sta – con giusto equilibrio Simonetta Sciandivasci ha scritto su Il Foglio di oggi – la riduzione sulla quale dovremmo riflettere: ci interroga come società civile, ci mostra un assunto radicato, ovverosia l’idea che la violenza sessuale possa essere un incidente, l’effetto collaterale di una sbornia, il punto più estremo del divertimento estremo. Qua è il nervo scoperto di una discussione che portiamo avanti da quattro anni nel modo peggiore possibile, con gli hashtag, le accuse pubbliche, il tracciamento ideologico: hai detto questa cosa perché sei un maschilista, perché hai introiettato il patriarcato. 

Non mi capacito di come certe femministe non si rendano conto – almeno al sentire l’apologia di Grillo pro filio suo – del fatto che non per caso l’assunto da cui lui muove (sì vuol dire sì) è un calco di quello da cui muovono loro (no vuol dire no): è vero il contrario, cioè che il loro mantra fu coniato appositamente dai gattopardi del patriarcato, ossia dai fallocrati che volentieri rinunciarono ad asservire le donne in casa per asservirle in ogni altro luogo. Costoro si garantirono in tal modo non solo di potersi togliere i medesimi sfizi di prima, ma pure di schivare ancora meglio le conseguenze dei loro atti, e per di più di passare per amici delle donne laddove imbeccandone gli slogan ne sono invece diventati i più subdoli aguzzini. 

Ogni volta che mi soffermo a considerare queste cose mi torna in mente quella tremenda pagina di Mikhail Bulgakov – scritta e riscritta tra il 1928 e il 1940 (altro che ’68) – in cui il gatto infernale Behemot difende davanti a Margherita il giudizio di condanna eterna per la cameriera che aveva soffocato il figlio neonato con un fazzoletto… e la completa estraneità a tale condanna dell’uomo che l’aveva ingravidata e abbandonata nella disperazione: 

Regina, — stridette da giù il gatto, — mi permetta di domandarle cosa c’entra il padrone. Non fu mica lui a soffocare il bimbo nel bosco!

— Mascalzone, se ancora una volta ti permetti di metter bocca nel discorso…

Behemoth cacciò uno strillo che non aveva nulla di festoso e borbottò:

— Regina… mi si gonfierà l’orecchio… perché rovinare il ballo con un orecchio gonfio?… Ho parlato da giurista, da un punto di vista giuridico… Ammutolisco, ammutolisco, faccia conto che non sia un gatto, ma un pesce, ma molli il mio orecchio!

Aveva parlato “da giurista”, il gatto infernale: da un punto di vista giuridico

I necessari contrappesi del consenso 

Con ciò non si vuole negare che il consenso abbia un ruolo – e decisivo – nell’umano consorzio; il problema della “morale del consenso” è che essa sembra volerlo accogliere a criterio unico e supremo di ogni situazione – non solo di etica sessuale, ma si pensi al fine-vita e, in modo più controverso, alla “fabbrica della vita” –, secondo un assolutismo «che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». 

In quel grande e disatteso trattato filosofico-politico che è L’enracinement, composto nel 1943 e pubblicato sei anni dopo, Simone Weil trattò del consenso in un paragrafo dedicato a “l’obbedienza”: all’inizio del suo preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano (poi si scelse – ahinoi – la via dei diritti fondati sulle voglie… ed eccoci qui) la filosofa scrisse: 

Non bisogna mai confonderli [i bisogni dell’anima umana] con i desideri, i capricci, le fantasie, i vizi. […] Bisogna anche distinguere dai nutrimenti dell’anima i veleni che talvolta possono illudere di saperli sostituire. 

L’assenza di un tale studio spinge i governi – quando sono in buona fede – ad agire a caso. 

E seguono “alcune indicazioni”, da principio in numero di quindici: le prime quattro sono “l’ordine”, “la libertà”, “l’obbedienza” e “la responsabilità”, e dell’obbedienza Weil scrive che «suppone il consenso». Segue l’esposizione della sinergia di obbedienza e consenso nella cosa pubblica, e questa è la chiusa (scritta mentre divampavano i fuochi della seconda guerra mondiale): 

Mille segni mostrano che gli uomini della nostra epoca erano da tempo affamati di obbedienza. Se n’è però approfittato per dare loro la schiavitù. 

Ecco il dramma del “consenso assoluto”, cioè incondizionato e onnipotente: una sola sillaba di una ragazza certamente vittima di un orrore può far sì che tutti dicano (e debbano dire) che di violenza si è trattato… oppure che non è accaduto niente di male. Per la corte – che osserverà le cose da un punto di vista giuridico – la natura e la dinamica dei fatti saranno secondarie se non irrilevanti: l’ago della bilancia sarà mosso da una sola paroletta breve della parte accusante. Una volta si riconosceva una peculiarità dello stato di diritto nel fatto che in àmbito forense l’onere della prova spetti all’accusa e non alla difesa: nell’epoca della post-verità, in cui vige la “morale del consenso”, la prova s’identifica tout court con l’accusa. E chi potrà mai difendersi? 

Ma questa non vuole e non può essere un’apologia dei Grillo – tutt’altro –: abbiamo anzi inteso scrivere che la ragazza è senz’altro vittima di un’atrocità, checché se ne dica in aula e fuori. Un’ammucchiata come quella che (con raccapricciante indifferenza) è stata descritta da chi intendeva minimizzarla è in ogni caso un ricettacolo di abbrutimento: lo sarebbe perfino di più, anzi, se vi fosse consenso che se non vi fosse. Ricordiamo dalla lezione di Weil che 

Il primo bisogno dell’anima, quello più prossimo al suo destino eterno, è l’ordine, cioè un tessuto di relazioni sociali tale che nessuno sia costretto a violare obbligazioni rigorose per eseguire altre obbligazioni. 

Compiacere qualcuno di cui si vogliono ottenere i beni (cose, denaro, stima, amore…) è proposito che può darsi all’uomo in forma di obbligazione, e dunque si può acconsentire a fare molto (in linea di principio qualunque cosa) per adempiere tale obbligazione: ci sono però le “obbligazioni rigorose” (l’amor proprio, la tutela di un bene maggiore…) che a nessun titolo devono essere compromesse. La ragazza è certamente vittima di tutto questo, forse anche più di quanto immagini… Diremo però di più: anche Ciro e i suoi sodali sono certamente vittime di tutto questo, perché un’azione estemporanea e frammentaria, irriducibile a progetti di vita solidi e coerenti, non produce e non può produrre ordine e bellezza, non può cioè appagare il desiderio del bene. 

La cosa più triste però – lo accennavamo prima – è che fino a quando come società sapremo giudicare un fatto come questo unicamente sulla griglia monocromatica della “morale del consenso” parteciperemo tutti dell’atmosfera criminosa di quella notte a Porto Cervo. 

Oggi – scrive Simone Weil – c’è un grado molto elevato di disordine e di incompatibilità tra le obbligazioni. 

Chiunque agisce in modo da aumentare questa incompatibilità è un fautore di disordine. Chiunque agisce in modo da diminuirla è un fattore d’ordine. Chiunque, per semplificare i problemi, nega certe obbligazioni, ha concluso nel suo cuore un’alleanza con il crimine. 

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