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Sapete cosa significa realmente essere figli di Dio?

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Catholic Link - pubblicato il 07/04/21

Possiamo chiamare Dio “Padre”, non è meraviglioso?

di padre Pablo Quintero

“Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8,16).

Queste parole di San Paolo ci ricordano una realtà fondamentale della nostra vita, la risposta alla domanda “Chi sono?” Siamo figli di Dio! Questa realtà si può considerare partendo da due livelli: uno “naturale” (il nostro spirito) e l’altro soprannaturale (lo Spirito stesso).

1. Sì, anche voi siete figli di Dio!

Approfondirò il primo aspetto, ovvero il fatto che siamo figli di Dio perché siamo stati creati da Lui con una dignità concreta. Per questo dobbiamo chiarire in primo luogo che non ci potremmo chiamare figli se non fossimo persone create a immagine e somiglianza di Dio.

Rendersi conto di essere figli significa riscoprire che esiste una dipendenza radicale dal Creatore in quanto esseri personali, e quindi con una dipendenza più profonda di quella che possono avere le altre creature.

Possiamo chiamare Dio “Padre”, non è meraviglioso? Questa filiazione “naturale” ci porta a scoprire meglio quella “soprannaturale”, conseguenza dell’elevazione della vita di Dio nel Figlio incarnato, per mezzo del Battesimo e degli altri sacramenti.

2. Cosa dice il Catechismo sul fatto di essere figli di Dio?

Mi sembra che il punto di partenza sia questo: Dio, creando l’“essere personale” (ciascuno di noi), non poteva farlo senza chiamarci figli. Ogni essere umano nasce come figlio, ovviamente dei suoi genitori, ma nel suo essere personale è soprattutto figlio del Creatore.

Il nostro essere persone viene da Dio, non dai nostri genitori biologici. Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega al n. 27:

“Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo, e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa: La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore (GS 19, 1)”.

3. L’uomo è invitato al dialogo con Dio fin dalla nascita

È persona, ovvero relazione, dignità, apertura agli altri, soprattutto al suo Creatore che è comunione di Persone. Come ricordava San Paolo all’Aeropago di Atene citando i poeti greci, “in lui viviamo, ci moviamo, e siamo” (At 17, 26-28).

Il Papa emerito Benedetto XVI ha voluto ricordare fin dall’inizio del suo pontificato che “non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario” (omelia in occasione dell’inizio del pontificato, 24 aprile 2005).

Ogni figlio dovrebbe essere cercato come un regalo, un dono. La crisi della figura paterna attuale, insieme all’“inverno demografico”, può offuscare questa realtà, far vedere il figlio come un “peso”. Con Dio, però, non succede questo!

4. Libertà, conoscenza e amore

Ci sono dei tratti che definiscono il nostro essere personale che ci possono aiutare in questa comprensione: la libertà, la conoscenza e l’amore.

Siamo consapevoli del fatto che potremmo non essere nati, e questo ci fa pensare al Creatore, che è libero per creare e nel dono ricevuto della libertà.

Il problema è quando la consideriamo solo a livello di “quello che voglio”. San Paolo ci parla della “libertà dei figli di Dio” (Rm 8, 21). Di fronte a questo, il filosofo Leonardo Polo dice che “il modo di porsi adeguatamente la domanda sulla persona umana, centrale per l’antropologia, prende il via dal riconoscimento del valore di dono della libertà, che è proprio di ciascuno” (Polo, L., Escritos menores. P. 104).

“Essere liberi”, aggiunge, “è essere liberi nei confronti di Dio. Non si tratta di liberarsi di Dio, né di essere padrone dei propri atti rispetto a Dio (…).

Il mio autore non si è limitato a crearmi, ma io conto per Lui al punto che è morto per me: «Empti estis pretio magno».

Solo con il cristianesimo si scopre la persona, si trova la vera libertà” (Polo, L., Antropología y ética, pro manuscripto, p. 18). Questa libertà è propria di tutti in quanto persone.

5. Cosa accade con il “conoscere”?

Sapere di essere stati creati liberi rispetto a Dio attiva una ricerca molto importante e forse poco esplorata: la conoscenza personale del Creatore e di me stesso.

“L’essere umano inaugura in modo rinnovato il riconoscimento di sé, come essere umano quale è, nel seno della sua relazione filiale” (Polo, L., Escritos menores. P. 159).

Qualcosa di simile alla libertà accade con la conoscenza: quando mi limito a quello che posso conoscere in modo “oggettivo”, che capisco, perdo di vista una conoscenza più elevata, il conoscermi come sono conosciuto, in base a Colui che mi ha creato.

Il fine di questa conoscenza è proprio quello di approfondire il fatto che “sono figlio”, perché sono creato personalmente, non in modo “generico”. Questo ci permette a nostra volta di approfondire il modo in cui essere figli.

6. Ora parliamo dell’amore

In questo modo, arriviamo ad accettare quello che siamo: figli, non servi. Accettare è amare: “Non è uguale voler essere figlio e avere la consapevolezza di esserlo, riconoscerlo e accettarlo (…). Se ci fosse un bambino così ribelle da scontrarsi con i suoi genitori e non voler dipendere da loro, né dagli insegnanti (non vuol dire che vada o meno a scuola, questo è secondario), allora l’organizzazione montata per il carattere del figlio, la famiglia e la scuola, tutta la struttura educativa dell’umanità crollerebbe”(Ibid., p. 146).

Con questo riferimento all’educazione, Polo mostra come dipendiamo dai genitori, ma nel nostro essere dipendiamo radicalmente dal Creatore.

E visto che siamo persone, dipendiamo come figli, ma questa dipendenza va accettata per amore, riconoscendola con la nostra conoscenza e la nostra libertà.

Il nostro “essere figli” può essere inteso come un processo di maturazione, in cui veniamo aiutati a crescere come persone in tutte le nostre dimensioni: come conosciamo o come amiamo.

“Educare equivale ad aiutare a crescere. (…) Aiutare a crescere è affidare quell’aiuto a chi cresce. Per questo, educare è educare nella libertà, non solo parlare della libertà o lodarla, ma donare ciò che si trasmette a una libertà nuova, che si farà carico di quell’aiuto, in cui chi riceve il dono rinasce: viene assunto, appropriato, integrato”.

“La libertà del figlio non è l’indipendenza (essere indipendente è contrario all’essere figlio), ma farsi carico della sua destinazione” (L. Polo, El hombre como hijo).

7. Cosa dice Papa Francesco?

Pope Francis Meets Fiances on Valentine’s Day
VATICAN CITY, VATICAN – FEBRUARY 14: Pope Francis attends a meeting with engaged couples from all over the world gathered today, on the feast of St. Valentine, in St. Peter’s Square on February 14, 2014 in Vatican City, Vatican. During the event, organised by the Pontifical Council for the Family, Pope Francis emphasised that living together is ‘an art, a patient, beautiful and fascinating journey’ which can be summarized in three words: please, thank you and sorry. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Papa Francesco ha scritto nella recente enciclica Fratelli tutti:

“L’impegno educativo, lo sviluppo di abitudini solidali, la capacità di pensare la vita umana più integralmente, la profondità spirituale sono realtà necessarie per dare qualità ai rapporti umani, in modo tale che sia la società stessa a reagire di fronte alle proprie ingiustizie, alle aberrazioni, agli abusi dei poteri economici, tecnologici, politici e mediatici” (n. 167).

Capacità di pensare alla vita umana in modo più integrale… Su questa linea, penso che possiamo guadagnare molto. San Josemaría Escrivá diceva al riguardo: “Non mi stancherò di ripeterlo: dobbiamo essere molto umani, perché altrimenti non potremo nemmeno essere divini” (Es Cristo que pasa, 166).

Dobbiamo comprendere molto bene che come persone siamo già figli di Dio, che c’è una dipendenza radicale dal Creatore. E se cresciamo come figli, nell’aspetto umano, potremo essere più soprannaturali (e aiutare gli altri ad esserlo), elevando l’elemento umano a Dio attraverso la grazia che Cristo ci ha ottenuto come Figlio eterno del Padre.

Possiamo affidare questo compito a San Giuseppe, che ha visto e ha aiutato a crescere dal punto di vista umano il Figlio di Dio.

Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link.

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