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Figli di Dio lo siamo tutti? Una questione sottile

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Si sente talvolta porre – con una durezza che non sa di verità né di carità – il tema della figliolanza divina adottiva, che si conferisce sacramentalmente col battesimo. L'impressione è che per alcuni il sapersi figli di Dio non serva come spinta alla missione, ma come marchio di ingiusta discriminazione

Capita sempre meno di rado che riceviamo in redazione richieste particolari di affezionati (e/o critici) lettori, in merito a temi trattati o da trattare. Giusto ieri a ora di pranzo abbiamo ricevuto questa domanda:

So che spesso i vostri articoli sono scritti da teologi, preparati. Ecco, avrei una semplice domanda da porre, e volevo chiedere se gentilmente la risposta potrà essere accompagnata dalle fonti teologiche e bibliche a supporto della stessa. La domanda è: tutti gli uomini sono figli di Dio? Mi piacerebbe avere una risposta chiara, oltre ad una illustrazione, successivamente, ampia e completa sull’argomento.

Considerando la richiesta, in redazione, ci siamo subito resi conto che la domanda rifletteva le obiezioni di quanti ammettono l’uso della categoria di “figlio di Dio” unicamente per i battezzati in Cristo. È questo un tema delicato e soggetto a diversi distinguo, e in tal senso è certamente deprecabile che esso si trovi spesso al centro di dispute animate da spiriti di contesa e faziosità, quali sono quelle di certi sedicenti tradizionalisti, che sovente partono “vetero-cattolici” e finiscono “neo-protestanti”…

Una risposta sintetica (e – speriamo – chiara)

Se volessimo provare ad anticipare una spiegazione che dia soddisfazione al lettore più frettoloso, diremmo così: certamente una sola è la figliolanza divina, ed è l’opera della redenzione – che solo in Cristo, unigenito Figlio di Dio, si compie – a rendere gli uomini figli di Dio. In tal modo Gesù, senza mai cessare di essere «il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre» (Gv 1, 18), diviene pure «il primogenito tra molti fratelli» (Rom 8, 29). Ora, questo avviene secondo un ordine e una gradazione – che hanno nel battesimo un punto imprescindibile ma che neppure con ciò possono considerarsi compiuti (lo vedremo subito nel dettaglio con i lettori meno impazienti).

Il dato scritturistico

Non è il caso di riportare qui per intero le voci di dizionari biblici: chi fosse interessato saprebbe procurarsele, ma penso che potrà bastare quanto dirò subito. La categoria di “figlio di Dio”, nelle Scritture canoniche, si presta a uno spettro semantico impressionante: se da un lato è chiaro, specie da scritti del Nuovo Testamento, che c’è un unico Figlio di Dio – riconosciuto nella persona storica di Gesù di Nazaret –, dall’altro le Scritture traboccano di ricorrenze di “figli di Dio”, spesso al plurale, come generico riferimento alla corte celeste, ossia alle creature angeliche che a partire dal postesilio in particolare cominciavano a essere elaborate in seno alla riflessione religiosa di Israele.

Il punto più sconcertante di questo spettro semantico lo si trova nel libro di Giobbe, che per il nostro tema è importante sotto diverse prospettive. Subito dopo la presentazione del protagonista, infatti, si legge che

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro.

Gb 1, 6

Satana si presenta a Dio, nella sua corte, tra i “figli di Dio”: si usa un unico e medesimo verbo, e la parola composta “בְּתֹוכָֽם” indica che Satana non era un intruso. La traduzione greca dei LXX conferma: il Diavolo (così il greco traduce l’ebraico “Satana”) andò con loro [«ὁ διάβολος ἦλθεν μετ᾽αὐτῶν»]. Stava tra loro, in un ambiente di corte, perché ne aveva diritto, come se avesse risposto come tutti gli altri a una convocazione divina: Satana è un figlio di Dio.

Si badi: in nessun punto del testo si nega che Satana sia cattivo, gratuitamente crudele, anzi il suo nome in ebraico significa “l’avversario” e fin da subito si vede che ha intenzioni altamente nocive verso l’uomo che più Dio mostra di ammirare – eppure è uno dei figli.

Così tocchiamo senza dubbio il punto più basso dello spettro semantico dell’espressione “figlio di Dio”, e scopriamo che questo va, biblicamente, da Gesù Cristo a Satana.

Non si obietti che per una questione cristologica ed ecclesiologica bisogna interrogare solo il Nuovo Testamento: i contesti ecclesiali in cui si sono prodotti i testi cristiani facevano uso cultuale ordinario degli altri – sostenere il contrario è, ancor prima che in odore di marcionismo, insensato dal punto di vista storico.

Altra questione importantissima che rileva dal libro di Giobbe è che quest’ultimo, ovvero il protagonista, non è un ebreo. Vale a dire, parafrasando Paolo, che non gli appartenevano «l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» (Rom 9, 4). Eppure di lui Dio stesso (che lo definisce “mio servo”) dice:

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