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La reincarnazione: un’ipotesi veramente sostenibile?

Katrina-Jane

Michel Gitton - pubblicato il 24/02/21

La Rivelazione insiste sull’idea che ogni persona umana è unica agli occhi di Dio:

Si dimenticherà una donna del proprio figlio, così da non avere più tenerezza per il frutto delle sue viscere? Anche se questa se ne dimenticasse, io non ti scorderò mai.

Is 49,15

Dio ci ama così, personalmente, e non esiste reincarnazione in altri “sé”, in altre persone. È impossibile, illogico, contrario alla fede… e non c’è neppure alcun elemento razionale che suggerisca di crederlo.

L’anima e il corpo sono intrinsecamente legati

L’idea di reincarnazione si oppone frontalmente alla visione dell’anima e del corpo che ci presenta il cristianesimo. Nella prospettiva biblica e in ogni logica filosofica tradizionale, l’anima e il corpo sono intrinsecamente legati, ed è questo insieme a costituire l’essere umano. È dunque proprio questa visione dell’uomo ad essere in gioco, cioè il concetto di questo specifico rapporto tra anima e corpo. Che cos’è che siamo? Un ammasso di carne e spirito? Il corpo è una cosa che si prende e poi si lascia? Sarebbe una forma di platonismo nella quale la corporeità non sarebbe presa sul serio – né tantomeno la nozione di giudizio.

Il composto umano così come Dio lo crea non è un’anima da una parte e un corpo dall’altra: da un punto di vista filosofico, come si è visto, l’anima è profondamente legata al corpo, ma sul piano biblico si possono fondare le cose ancora più solidamente, perché chiaramente il composto umano come Dio lo crea non è un’anima da una parte e un corpo dall’altra. È per questo che la Chiesa afferma che non esiste preesistenza delle anime, malgrado quel che affermava Origene (scrittore ecclesiastico tra i sommi, del resto). La Chiesa rifiuta chiaramente questa dottrina, connessa a quella della reincarnazione, soprattutto nel Concilio Costantinopolitano II, del VI secolo: non esistiamo prima di nascere, non eravamo niente prima di essere concepiti e la nostra natura è quella di un essere composto di anima e corpo. Non siamo angeli per difetto, non siamo “secondi angeli” – secondo l’espressione dei padri conciliari.

La cerniera tra materia e spirito

Quel che invece è proprio all’uomo è di essere la cerniera tra mondo materiale e mondo spirituale. Quel che fa la nostra umanità è ritrovarci alla cerniera, in qualche modo, dei due ordini di creature volute da Dio: la creazione materiale – con tutto il suo splendore, il cosmo con la prodigiosa varietà degli esseri che lo popolano – e dall’altra parte la vita dell’anima, della ragione, del pensiero de dell’amore, che appartiene pure (ma in altra forma) agli angeli, i quali da parte loro sono esseri personali immateriali.

Noi siamo in una situazione che ci permette di far cantare la creazione inanimata (la quale da parte sua sarebbe afona), e far cantare la lode del Creatore dà un senso a questa creazione.

Dio non trova tanta gioia nella regolarità delle orbite celesti quanta ne gode nell’amare questa libertà creata, chiamata a entrare in risonanza con la sua libertà eterna, ed esserne a sua volta riamato. Egli vuole che attraverso le vicissitudini della nostra vita noi perveniamo liberamente a interagire con lui e a dare una coscienza a tutta la creazione.

Ora, tutto ciò non è possibile che in quanto siamo immersi in questa creazione per la nostra corporeità. Dunque la morte, che ovviamente dal peccato di Adamo in qua esiste, è una sorta di rottura della cosa preziosa che Dio aveva voluto. Certamente c’è qualcosa di noi che potrà sopravvivere alla morte del corpo – non andiamo verso un’estinzione totale –: l’anima. Ma lasciamo parlare la Bibbia:“l’uomo interiore”, il “cuore”, e “l’anima”, come dice Gesù quando dichiara:

Non temete quelli che possono uccidere il corpo ma non possono uccidere l’anima.

Mt 10,28

Ciò vuol dire che c’è qualcosa di noi che resta, come il filo che raccoglie le perle del collier: è l’anima che raccoglie così le differenti fasi della nostra esistenza – sulla terra, dopo la morte e per la vita da risorti.

Il nostro soggetto spirituale è portato da qualcosa che non sarà sottomesso alla morte, ma che la morte comunque affetterà profondamente, come una chiocciola senza guscio. Quando Dio pensa all’uomo, Egli pensa a tutto l’essere umano – corpo e anima. Per esempio, un sorriso – quanto è dell’anima? quanto del corpo? – è entrambe le cose insieme, e tutto quanto di intenso e pieno si fa nella nostra vita avviene attraverso l’anima e attraverso il corpo, che ne fa come da cassa di risonanza. È di questa creatura che Dio è innamorato.

La nozione di giudizio

Questa credenza si oppone anche alla nozione di giudizio di Dio, la quale pure è essenziale, e che riceviamo dalla Tradizione biblica, perché un giudizio a ripetizione non è più un giudizio. Spesso sentiamo dire: «Com’è possibile che alla fine di una vita, per giunta breve e priva d’interesse, siamo giudicati per l’eternità?». O ancora: «Quanto si vive in terra? Dieci? Venti, trenta, cinquant’anni…? E che cos’è questo davanti all’eternità? Ci giocheremmo così tanto con così poco? Non è verosimile! Dio non può giudicarci così, non può giudicare dei neonati: che hanno fatto di male?». E via dicendo.

La credenza nella reincarnazione sembra più rassicurante: «D’accordo, i nostri atti hanno conseguenze: se saremo stati crudeli rivivremo in una forma animale e patiremo; ci sarà un castigo immanente, ma non ci sarà un giudizio definitivo e potremo, di vita in vita, purificarci fino a ritrovare la Pienezza (il “Nirvana”), eccetera». Il rifiuto della nozione di giudizio assoluto a partire da una sola vita fa pure parte delle argomentazioni dei sostenitori della reincarnazione.

Perché l’uomo è libero

A fronte di tutto questo, bisogna anzitutto tornare alla nozione biblica di “giudizio”, che non è un giudizio arbitrario. Non c’è un Dio capriccioso che dica senza ragione “Questo va bene all’inferno”, “Quest’altro me lo porto in paradiso”. Al contrario, il giudizio è il mettere in piena luce l’orientamento profondo di una libertà e le singole scelte che è stata condotta a fare. È nell’ultimo confronto tra l’uomo e Dio che si giocherà l’eredità dell’uomo, il quale è chiamato a dare una risposta definitiva a Dio. Se non fossimo mai capaci di dare una vera risposta a Dio, ciò vorrebbe dire che tutto può sempre essere rimesso in discussione, e che non conosceremo mai una felicità stabile. Se le scelte che facciamo in un momento potessero sempre essere revocate, ciò sarebbe triste perché vorrebbe dire che non conosceremo mai una felicità stabile.

Al contrario, se crediamo che Dio ci ha creati per amore perché vuole per noi una gioia eterna, ciò vuol dire che in un dato momento – non proprio adesso, non in questo istante ma il giorno della risurrezione – Dio avrà ottenuto da noi una risposta definitiva e ci darà una gioia anch’essa definitiva: condividere per sempre la sua vita.

Il giudizio non è altro che la capacità dell’uomo di una vera risposta all’amore di Dio. L’essere soggetti a un giudizio ultimo dice la nostra grandezza di esseri umani, ed è questo il giudizio che si farà nella giustizia, nella verità e nell’amore. Nelle testimonianze di premorte si trova pure una fumosa conferma di quanto la dottrina cristiana insegna: è stupefacente constatare che in tutti i continenti e in tutte le culture tutti quanti si sono rianimati dopo uno stato assai prossimo alla morte parlano di un’esperienza suggestivamente simile all’insegnamento cattolico, con l’idea di un giudizio nell’amore e nella luce, in mezzo alla comunione dei santi e vicino alle anime delle persone amate.

Capace di dare una risposta definitiva

Come comprendere e aiutare a progredire quanti preferiscono tenersi una visione delle cose apparentemente più rassicurante, più naturale, più normale, meno stressante dell’idea di un giudizio definitivo? Bisogna insistere sul fatto che la grandezza dell’uomo sta nel poter dare a Dio una risposta definitiva e che senza questo non sarebbe possibile conseguire una felicità perfetta e duratura. Certo, è già bello cercare di superare la scala della vita presente, alzare lo sguardo al di là e avere finalmente coscienza che la nostra esistenza fa parte di un destino globale, e non è un semplice epifenomeno destinato a scomparire. D’altro canto, però, la soluzione proposta dalla reincarnazione – che sembra semplice e facile – ci mantiene in uno stato di minorità infantile e ci impedisce di affrontare la realtà. È l’idea che in fondo si può sempre cestinare la brutta copia, mentre al contrario un adulto sa che nel mondo vero esistono scelte irreversibili, e che anzi ci si struttura affrontandole.




Leggi anche:
Quali sono le conseguenze del fatto di credere alla reincarnazione?

Un disegno di Dio

La risurrezione della carne, invece, come ce la presenta il Nuovo Testamento, non è affatto l’idea che l’uomo per natura si fa dell’aldilà. Essa non risulta dalla proiezione del nostro desiderio, perché non avremmo né desiderato né immaginato questo: essa non procede dal sogno di un’eternità che compensi le tristezze di questa vita, bensì corrisponde veramente a quel che Dio ci ha rivelato del suo disegno su di noi.

Se non l’avessimo ricevuto, non ci sarebbe neanche venuto in mente – non a caso questa idea si trova unicamente nel cristianesimo.




Leggi anche:
Qual è la differenza tra risurrezione e reincarnazione?

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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reincarnazionerisurrezione
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