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Veramente la Chiesa era stata contraria ai vaccini?

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Marco Rapetti Arrigoni - Breviarium - pubblicato il 21/01/21

Il Vajuolo malignamente insidia l’uomo dal liminare della vita […] ed infierisce sulla specie umana quasi per distruggerla nel suo nascere. Questo tristissimo pensiero ognora avvivato ed inasprito dalle ripetute stragi del morbo avrebbe dovuto persuadere ogni popolo ad abbracciare con il più vivo trasporto e praticare con pari riconoscenza l’inoculazione vaccina, metodo quanto semplice altrettanto efficace a rintuzzare la venefica forza del malore. Un mezzo sì energico messo dalla divina Provvidenza come a disposizione dell’Amore Paterno a salvamento della prole in sù l’albore della vita quando essa più forma l’oggetto delle sue affettuose cure, ed in assicurazione delle speranze della famiglia e della patria, era al certo da attendersi che superati gli ostacoli si fosse propagato in ogni dove colla maggiore rapidità. Ma pure non fu così. Un radicato pregiudizio fu in alcuni genitori più forte ancora dell’amore stesso della prole. Dopo venticinque anni dal benefico discuoprimento [del vaccino], e dopo che in questo intervallo i fatti più luminosi, ed i più prosperi successi hanno assicurato a questa pratica un completo trionfo sull’impotente critica, e sull’errore, pure dessa non si è per anche propagata negli Stati Pontifici nella guisa che potentemente viene reclamata dal pubblico bene. La Santità quindi di NOSTRO SIGNORE [è] sempre propensa ad accogliere, e favorire ogni utile ritrovato, ma in particolare modo quel che sono diretti ad eliminare i mali che minacciano la debole Umanità, nel desiderio vivissimo di vedere tutti i suoi amatissimi Sudditi giovarsi di una pratica resa dall’esperienza più forte d’ogni censura, e superiore ad ogni elogio, e di cui ormai si giovano i più remoti popoli della terra.
Editto Ercole della S. R. C. Cardinale Consalvi, Diacono di S. Maria ad Martyres, della santità di Nostro Signore Papa Pio VII Segretario di Stato, 20 giugno 1822 in Effemeridi letterarie di Roma, Tomo VIII, Roma, 1822, p.103

Nelle righe vergate dal card. Consalvi risulta decisa ed inequivocabile la condanna della “impotente critica” e degli erronei ed ostinati pregiudizi che, nonostante l’acclarata infondatezza, persistevano nel rifiutare contro ogni ragionevolezza l’evidenza dell’efficacia e della sicurezza della tecnica jenneriana inducendo il popolino ad anteporre e privilegiare l’immotivata e sospettosa avversione verso il vaccino all’«amore stesso della prole», con genitori disposti ad esporre i loro figli al rischio di perire piuttosto che a lasciarsi persuadere ad «abbracciare con il più vivo trasporto e praticare con pari riconoscenza l’inoculazione vaccina». Il Papa, per mezzo del suo Segretario di Stato, giungeva a riconoscere il vaccino come un dono che la «divina Provvidenza» aveva messo a disposizione di tutti i popoli e specialmente «dell’Amore Paterno a salvamento della prole», esprimendo una lungimirante e ponderata fiducia nell’arte medica a condizione che fosse posta al servizio della vita al fine di «eliminare i mali che minacciano la debole Umanità», quasi riecheggiando l’esportazione del Siracide a credere che

Dall’Altissimo infatti viene la guarigione […] Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza. L’acqua non fu resa dolce per mezzo di un legno, per far conoscere la potenza di lui? Ed Egli ha dato agli uomini la scienza perché fosse glorificato nelle Sue meraviglie. Con esse il medico cura e toglie dolore, con queste il farmacista prepara le misture. Certo non verranno meno le opere del Signore; da lui proviene il benessere sulla terra.
Sir 38, 2-8

Su disposizione di Pio VII venivano istituiti una Commissione centrale di Vaccinazione «per la propagazione dell’inoculazione vaccina in tutta l’estensione degli Stati Pontifici» (artt. 1-2, ivi, p.104), chiamata a vigilare sull’operato dei medici vaccinatori «per la buona esecuzione dell’inoculazione vaccina» (art.6, ibid.) secondo le istruzioni della Sacra Consulta, e «sulla conservazione costante di un deposito del virus vaccino sì in Roma, che in tutte le Commissioni provinciali dello Stato» (art. 7, ivi, p. 105), ed un Consiglio di Vaccinazione con funzioni consultive, i cui membri, scelti tra i docenti delle facoltà di medicina delle Università di Roma e di Bologna, erano incaricati «di dare quei consigli che da essi si credono i migliori per il più prospero successo dell’inoculazione vaccina» (artt. 3 e 10, ibid.); si stabiliva, inoltre, la costituzione di Commissioni provinciali di vaccinazione in ogni Legazione, dipendenti dalla Commissione centrale e con poteri di indirizzo e vigilanza analoghi a quest’ultima all’interno del territorio di competenza allo scopo di garantire una disponibilità di vaccini sufficiente «a farne gratuitamente la distribuzione a tutti quei medici e chirurghi, che ne abbisognassero» (artt. 4 e 12, ivi, pp. 104 e 105). Si incaricavano il Gonfaloniere, il medico condotto ed il chirurgo di ciascun comune di provvedere con

la maggior premura perché l’inoculazione vaccina sia il più possibile propagata entro i limiti della propria Comune, e dei luoghi ad essa appodiati, ed eseguiranno fedelmente quanto verrà loro ingiunto ai medesimi dalla commissione provinciale.
Art. 5, ivi., p. 104

L’attenzione del Pontefice si rivolgeva in special modo all’urgenza di proteggere la salute e la vita dei bambini e degli infanti dal letale morbo. I direttori ed i responsabili degli orfanotrofi dello Stato dovevano pertanto inviare settimanalmente alla Commissione centrale una lista dei minori ivi ospitati affinché in ogni istituto i medici provvedessero ad eseguire

perennemente in ogni settimana la vaccinazione da braccio a braccio onde possa aversi in qualunque tempo il virus da somministrare ai Vaccinatori,
Artt. 9 e 13, ivi., p. 105

stabilendo che «nessun bambino delle Case degli esposti potrà essere consegnato alle nutrici e portato fuori dal proprio ospizio se preventivamente non sarà stato vaccinato» (art. 15, ivi., p.106) e subordinando l’uscita dei bambini dall’istituto al possesso di un «certificato di vaccinazione» (ibid.). Si disponeva che presso l’orfanotrofio comunale, in apposite aree separate da quelle dove risiedevano gli orfani al fine di prevenire ogni pericolo di contagio, si provvedesse a vaccinare anche tutti i minori del comune ed i fanciulli inviati dai paesi vicini (art. 14, ibid.).

Sanzioni per i medici restii a vaccinare

Si introduceva, inoltre, la responsabilità dei medici verso il governo per il corretto svolgimento e la regolare e gratuita esecuzione della profilassi vaccinale sugli abitanti della condotta di competenza (art. 16, ibid.), affinché praticassero in ogni comune

una o due volte la settimana a giudizio delle Commissioni gratuitamente l’inoculazione vaccina,
Art. 17, ivi., pp. 106-107

mentre sul piano sanzionatorio si prevedeva l’immediata dimissione dalle condotte ricoperte per «i Medici ed i Chirurghi condotti che non volessero intraprendere o trascurassero la vaccinazione» (un eguale provvedimento di rimozione era prescritto per i medici degli orfanotrofi e delle case degli esposti refrattari) fino alla denuncia in caso di violazione delle disposizioni delle Commissioni (art. 18, ivi, p. 107); sarebbero stati parimenti interdetti dall’esercizio della professione quei medici e chirurghi che avessero dimostrato di non conoscere

i caratteri ed i sintomi del Vajuolo Vaccino, il modo d’innestarlo, e quello di raccogliere e conservare il virus […]. L’interdetto non sarà abilitato al libero esercizio fino a che non avrà fatto constare alle rispettive Commissioni di avere acquistato l’attitudine e cognizioni sopraindicate.
Art. 19, ibid.

L’Editto, pertanto, non contemplava margini di tolleranza per i medici indisponibili a vaccinare i loro pazienti, per contrarietà ideologica o per imperizia, e subordinava l’assegnazione delle condotte e di fatto lo stesso esercizio della professione medica al possesso di un certificato attestante la padronanza da parte del medico della tecnica di vaccinazione jenneriana:

Fra i requisiti necessarii da presentarsi dai Medici e Chirurghi allorché aspireranno a qualche condotta dovrà esservi un certificato di saper ben conoscere ed eseguire tuttociò che si appartiene all’innesto del Vajuolo Vaccino. […] Senza tale certificato non si potrà onninamente conseguire una condotta medica o chirurgica.
Art. 20, ivi, pp. 107-108

In tutti i comuni dello Stato si prescriveva la vaccinazione generale alla quale

due volte all’anno in primavera ed autunno in ogni Comune il Medico, ed il Chirurgo si presteranno a commodo di tutti gl’individui che vorranno vaccinarsi.
Art. 21, ivi, p. 108

Come attività prodromica alla vaccinazione generale medici e chirurghi erano incaricati di stilare per ciascun comune la lista delle persone da vaccinare:

accompagnati dal Sindaco andranno di famiglia in famiglia per formare l’elenco di tutti gl’individui da vaccinarsi,

redigendo un verbale da inviare alla Commissione provinciale, e da essa inoltrato alla Commissione centrale, in presenza di genitori che si dichiarassero contrari a far vaccinare i loro figli, indicando

il nome e il cognome e condizione di tali genitori, ed i motivi che venissero addotti della loro renitenza a questa salutare operazione.
Art. 22, ibid.

Redatto l’elenco, trimestralmente aggiornato con la nota dei nuovi nati «perché non abbia ad essere interrotta la vaccinazione nel corso dell’anno» (art. 23, ibid.), i medici dovevano procedere all’inoculazione del vaccino

la quale dovrà essere compita nello spazio di un mese. Nei primi nove giorni dopo l’innesto ciascun vaccinatore dovrà visitare almeno due volte tutti gl’individui da lui vaccinati onde accertarsi del buon esito dell’operazione, e dovrà eseguirla nuovamente per coloro nei quali l’innesto non avesse avuto effetto.
Art. 24, ivi, p.109

I vaccinatori erano, poi, incaricati di compilare un registro nel quale annotare i dati personali delle persone vaccinate ed il giorno in cui l’operazione era stata effettuata (art. 27) rilasciando i relativi certificati di avvenuta vaccinazione, sui quali doveva venire menzionata la pagina del registro recante il nome del titolare del certificato (art. 28) per prevenirne l’eventuale contraffazione.

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