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Pakistan: due giovani cristiane rapite, stuprate e uccise perché rifiutavano di convertirsi all’islam

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Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 15/01/21

Tutti i cristiani, appena il 2% della popolazione totale del Paese, sono a rischio

Due sorelle, Sajida 28 anni, e Abida, 26, sono state rapite, stuprate e assassinate perché avevano rifiutato di convertirsi all’islam. È un’altra storia che rivela il clima di forte intimidazione e violenza nei confronti della comunità cristiana pakistana. Le due donne, entrambe sposate e con figli, sono state viste vive per l’ultima volta il 26 novembre, quando sono andate a lavorare in una fabbrica di prodotti farmaceutici vicino casa, in un quartiere residenziale di Lahore. Non sono più tornate.

I loro corpi mutilati sono stati scoperti il 7 dicembre in un canale fognario. Secondo l’agenzia AsiaNews, il proprietario della fabbrica, identificato come Mohammad Naeem, e il loro supervisore, Mohammad Imtiaz, avrebbero esercitato pressioni sulle due giovani cristiane con proposte di matrimonio. Il rifiuto da parte di entrambe sarebbe stata la causa del crimine. Sajida e Abida “sono state rapite, stuprate e uccise perché non hanno accettato di convertirsi all’islam e sposarsi con i loro rapitori”, scrive l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere.

Mohammad Naeem, che avrebbe confessato il crimine, è stato arrestato per essere poi rimesso in libertà su cauzione, il complice è ancora a piede libero. Mushtaq Masih, marito di Sajida e che ora deve prendersi cura da solo dei tre figli piccoli, chiede la prigione per entrambi e afferma che tutto questo è accaduto solo perché sono cristiani e poveri e appartengono a una minoranza religiosa.


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Insicurezza per tutte le ragazze

Joel Amir Sohatra, ex membro del Parlamento Provinciale del Punjab, ha affermato in un messaggio inviato il 13 gennaio alla Fondazione ACS a Lisbona che l’assassinio delle due donne è un segno di “insicurezza per tutte le ragazze appartenenti ai gruppi minoritari, specialmente della comunità cristiana”.

Sohatra ha ricordato che questo crimine odioso è avvenuto a Lahore, la seconda città più grande del Pakistan e capoluogo della provincia del Punjab. “Qualcuno riesce a immaginare fin dove può arrivare la persecuzione basata sull’odio nelle zone rurali o meno popolate?”

Per il militante cristiano, “purtroppo la famiglia dovrà lottare per anni perché venga fatta giustizia, ma non succederà niente”. L’ex parlamentare ha aggiunto che “i cristiani vivono in uno stato di insicurezza, senza uguaglianza dei diritti”, e si chiede: “Dov’è il mandato dello Stato di proteggere le minoranze in Pakistan?”

Per Sohatra, tutti i cristiani, che rappresentano solo il 2% della popolazione totale del Paese, sono a rischio. “Non importa se si è membri del Parlamento, come il nostro martire [cristiano che occupava l’incarico di Ministro delle Minoranze quando è stato assassinato il 2 marzo 2011], o una povera lavoratrice, come la signora, l’insicurezza e le conseguenze sono le stesse”.

Il problema non è una cosa contingente, ma una questione di mentalità. Sohatra afferma che dopo “sette decenni, noi cristiani ci troviamo in uno stato di insicurezza, ancora alla ricerca dell’uguaglianza dei diritti”. “I nostri amici occidentali stanno tentando di creare un’atmosfera di vera armonia interreligiosa, ma sembrano sforzi vani” in Pakistan. “Non c’è spazio né rispetto per noi”.

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conversioneislamomicidipakistanpersecuzione cristianiragazze
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