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Come si ottengono buoni frutti spirituali?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/10/20

Ho bisogno di sapermi amato da Dio nel profondo per diventare Suo apostolo, vignaiolo, lavoratore del Suo regno.

Ho bisogno di vincere le paure che porto dentro, la paura del fallimento e del rifiuto. E di mettermi in cammino portando vita e speranza dove mi guida lo Spirito.

Mi è chiaro che non annuncio me stesso. Non parlo di me, del mio potere, delle mie capacità. Non ostento nulla di quello che ho.

Semplicemente mi svuoto di me stesso per riempirmi di Dio. Mi svuoto del mio orgoglio, dei miei diritti, della mia vanità, della mia ricerca malata di successo. E così, vuoto, inutile, lascio spazio a Dio nella mia vita.

Non cerco il successo in quello che faccio. Non lo pretendo. I frutti che dà la vigna sono di Dio, non sono miei, non mi appartengono. I frutti sono sempre di Dio, non di chi semina.




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Io non faccio altro che depositare il seme nella terra, la irrigo con costanza, la curo perché non muoia, visto che la vigna non è mia, non mi appartiene.

Non sono il padrone della vigna, sono solo uno dei lavoratori. Non ho inventato io la vita, non ho fabbricato la pianta, non ho tessuto il frutto, non ho composto i risultati.

Col passare degli anni, comprendo sempre di più che tutto ciò che faccio è opera di Dio in me, ma vedo anche che a volte l’orgoglio e la vanità, l’amor proprio e la mia passione sono un pericolo nella mia vita.

Qual è l’intenzione che mi guida quando sono apostolo di Cristo? Chi annuncio, di chi parlo?

Se non muoio a me stesso per lasciare spazio a Dio nella mia vita, se non riesco a svuotarmi di me stesso, dei miei interessi, non potrò mai riempirmi dello Spirito santo.

Mi è chiaro che non cambierò il mondo con le mie forze, con le mie capacità e i miei talenti. Non posso. Il compito è immenso. E io sono così piccolo…

Non ho il Suo potere. Potrò farlo solo con le Sue forze, con la Sua grazia. Non sono miei i miracoli che vedo tanto spesso intorno a me. Frutti visibili, conversioni reali. Opere che sono degne di Dio, non dell’uomo.

Vedo che quel miracolo è opera di Dio nel mio cuore. La prima grande opera è la trasformazione interiore che io stesso ho vissuto. Il mio desiderio di santità è già opera Sua. Il desiderio di voler lavorare nella Sua vigna è Suo.

Tutto il resto, i frutti che non controllo, la pioggia che non programmo, la vita che non creo… Tutto questo è di Dio e mi viene dato in aggiunta, non mi appartiene.

Non dipende da me che un campo seminato finisca per dare frutto. Non dipende dall’intensità che metto nel lavorare e nel vivere la mia vita con passione. Non dipende dal tempo investito, né dai miei talenti.

Dio può far sì che la vita sorga nel deserto e sotto le pietre. Con la Sua luce, con la Sua acqua, Dio può rendere feconda la mia vita quando io vedo che non lo è. Io da solo non posso farlo.

L’unica cosa che mi chiede Dio è di essere fedele, di andare nella vigna, di lavorare al Suo fianco, di investire il mio tempo nella Sua presenza. Di svuotarmi e di lasciarmi riempire. Di mettermi all’opera senza cercare scuse per non agire.

Quello di cui Dio ha bisogno è il mio “Fiat” allegro e fiducioso. Questo gli basta.

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spiritualità
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