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Virus, catastrofi naturali: Dio punisce gli uomini per i peccati commessi?

COVID-19

PIERRE-PHILIPPE MARCOU | AFP

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 10/07/20

Tre esperti teologi ci spiegano che Dio abbandona chi commette il male, ma non lo castiga volontariamente. Ecco perchè non c'entra con il coronavirus

Il coronavirus, che continua ad infestare il mondo, ha rilanciato un interrogativo: è valida l’equazione calamità-castigo divino? In sostanza Dio punisce gli uomini per i peccati commessi?

Tre autorevoli studiosi spiegano ad Aleteia perché il concetto di “punizione” divina e le catastrofi non hanno nessi diretti e mirati.

La lettera di San Paolo ai Romani

Il biblista Giuseppe Pulcinelli evidenzia che il concetto di peccato e delle sue conseguenze negative è molto presente sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Nella Lettera di san Paolo ai Romani troviamo la maggior frequenza dell’espressione “ira di Dio”, a partire da 1,18 (e poi specialmente fino a 3,20): «In realtà, l’ira di Dio si rivela dal cielo su ogni empietà e ogni ingiustizia di quegli uomini che costringono la verità nell’ingiustizia».

L’ira divina

Nell’Antico Testamento tale espressione (cf. Es 32,10-11; Mi 7,9; Sof 1,15; Sal 85,4-6), spiega il direttore del Pontificio Seminario Romano Minore e docente presso le Pontificie Università Lateranense e Gregoriana, «non va intesa come irascibilità caratteriale, ma serve a indicare la totale incompatibilità e separazione di Dio con il male, e la sua netta riprovazione verso ogni empietà e ingiustizia».

Così il testo di Romani citato sopra, «indica non che l’ira di Dio si rivela sugli uomini, bensì “su ogni empietà e ogni ingiustizia” di quegli uomini. Quindi l’ira di Dio è rivolta all’empietà e non verso “quegli uomini” che la commettono, né verso i peccatori, bensì verso il peccato, verso il male, verso “l’empietà e l’ingiustizia”. Dio condanna il peccato, ma ha misericordia del peccatore».

ITALY QUAKE
AFP

L’abbandono di chi commette il male

Riguardo al concetto di castigo, nei versetti successivi, «troviamo una sorta di ritornello, che risulta chiarificatore per il nostro tema: “Dio li ha abbandonati” (letteralmente: “Dio li consegnò”)».

In quale modo dunque si attua l’ira di Dio nei confronti dei peccatori, idolatri e immorali? Innanzitutto Paolo «argomenta che non c’è un’azione diretta di Dio che interverrebbe a castigare, bensì Dio “consegna”, “abbandona” chi commette il male, rispettando la sua libertà e permettendo le conseguenze negative (riservandosi comunque di continuare a offrirgli la salvezza, cf. Rm 5,6-8). Non è Dio che interviene attivamente a castigare; invece è l’uomo che si sottrae alla benevolenza e alla protezione di Dio, il quale permette che ciò avvenga, per rispettare la libertà umana».

Isaia e Seneca

C’è d’altronde una sintonia con altri passi dell’Antico Testamento, nota Pulcinelli, come in Isaia: “Tu ti sei adirato quando abbiamo peccato contro di te. Le nostre iniquità ci portano via come vento. Ci hai consegnati in balia delle nostre colpe” (cf. Is 64,4-6); e nella letteratura sapienziale si legge: “Ognuno viene punito per mezzo di quelle cose con le quali pecca» (cf. Sap 11,16). Anche il pensiero stoico, con Seneca, afferma che «la massima punizione dei delitti sta in essi stessi”.

Solidarietà, non colpa

«I momenti nei quali si verificano episodi drammatici e tragici nella forma delle calamità naturali – spiega il teologo Giuseppe Lorizio – non devono assolutamente diventare occasioni tali da determinare in coloro che credono una sorta di terrorismo teologico o psicologico, mettendo in campo parole come “punizione” o “colpa”. L’emozione che le vittime di tali catastrofi producono deve al contrario generare riflessione e solidarietà».

Il vangelo di Luca

«E per quanto riguarda la riflessione teologica, che il credente in Cristo Gesù è chiamato ad esercitare, essa non può non ispirarsi al Vangelo».

Lorizio cita l’incipit del cap. 13 del Vangelo di Luca, dove si legge: “In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

01 – WEB – HJ001-Christ Healing the Blind- By Nicolas Colombel (1644–1717)
Wikipedia
La cecità.«Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbi, chi ha peccato – lui o i suoi genitori – perché egli nascesse cieco?”. Gesù rispose: “Né lui né i suoi genitori hanno peccato. È così perché si manifestino in lui le opere di Dio. Bisogna che lavoriamo alle opere di Colui che mi ha mandato, finché è giorno; giunge la notte, quando più nessuno potrà operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Ciò detto, sputò a terra e fece del fango con la saliva; poi applicò il fango sugli occhi del cielo e gli disse: “Va' a lavarti alla piscina di Siloé” – che significa “inviato”. Il cieco dunque andò e si lavò. Quando tornò ci vedeva» (Gv 11, 1-7).Nicolas Colombel, Gesù guarisce il cielo nato, 1682, Museo d'arte di Saint-Louis (USA).

La differenza con le SS

Nel commentare questi episodi Gesù innanzitutto «esclude il nesso fra le vittime ed eventuali loro colpe personali: Dio non agisce come le SS, che quando subivano delle perdite operavano rappresaglie nelle quali coinvolgevano sia persone innocenti che persone eventualmente colpevoli», sentenzia il docente di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Lateranense.  E tuttavia, ispirandoci alle Sacre Scritture, «non possiamo non rilevare in primo luogo che queste tragedie ci pongono di fronte alla fragilità nostra e del mondo in cui ci troviamo a vivere, ai limiti della natura e al tempo stesso alla sua potenza anche devastante. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che il male ha comunque a che fare col peccato, ma non con la colpa personale».

Il dolore innocente e la croce

Si tratta del grande tema del dolore innocente, «che in particolare troviamo attestato nel libro di Giobbe, che, di fronte agli amici che gli contestavano una qualche sua colpa, per trovarsi nella sofferenza fisica e morale, protesta la propria innocenza e si rivolge al Signore per ricevere risposta alla domanda: perché mi accade tutto questo? E l’Eterno gli parla mettendolo di fronte al mistero della natura e invitandolo al silenzio di fronte a tale potenza».

E l’esperienza stessa di Gesù di Nazareth, «che non ha alcuna colpa personale, eppure subisce la passione e la croce, ci dice che tale sofferenza non si può in alcun modo spiegare in termini punitivi».

parole croce
pixabay

L’uomo e la parousia

Infine, sostiene Lorizio, «dobbiamo rilevare come il peccato nell’umanità, come in ciascuno di noi, generi disarmonia, in quanto rompe l’armonia con noi stessi, con gli altri, col cosmo e con Dio. Ed è quindi un’esperienza devastante». Di qui l’invito di Gesù alla conversione «che la presenza (= parousia) del Regno richiede».

Tale conversione deve tradursi «operativamente in solidarietà» verso chi è vittima di catastrofi come queste, «in modo che ciascuno di noi – conclude – possa contribuire a rendere più abitabile la terra, alleviando per quanto possibile le sofferenze degli altri e mostrando così il volto misericordioso del Dio di Gesù Cristo».

Dio, Voltaire, Dostoevskij

Ma la questione “Dio e il male”, come spiega il teologo Antonio Sabetta, ha radici antiche e affonda ben oltre il terremoto in Nepal o lo tsunami in Giappone. «Del resto già nel 1755 dinanzi allo spaventoso terremoto di Lisbona, Voltaire aveva modo di ironizzare nel Candido sulla posizione di Leibniz che parlava del nostro come del migliore dei mondi possibili in quanto creato da Dio. La domanda antica – evidenzia il docente di Lumsa e Lateranense – concerne la conciliazione del credere in un Dio creatore e provvidente con il dilagante male del mondo, soprattutto quello innocente, dai bambini che si ammalano (questione ben presente in Dostoevskij), alle tragedie provocate da fenomeni naturali devastanti, quel male naturale che senza colpa delle vittime provoca ingiustificate sofferenze».

Nessun fondamento nella fede

Dal punto di vista della fede, continua Sabetta, «rimane il dato della bontà della creazione di Dio come pure la certezza della sua giustizia che nel riconoscimento di un ordine morale del mondo non può lasciare impunito il male che gli uomini compiono secondo la misura che Dio conosce». Vedere nelle catastrofi un segno della punizione divina «non ha fondamento nella fede, piuttosto ricaccia Dio nell’arbitrio più assoluto, spesso associato all’idea dell’impenetrabilità delle sue decisioni. Il male cosiddetto naturale – senza dimenticare le responsabilità dell’uomo nella devastazione della natura e nel provocare certe reazioni (penso all’intensificarsi di fenomeni dovuti all’inquinamento selvaggio e indiscriminato) – resta connesso alla finitezza della realtà che in quanto tale obbedisce a regole e leggi che Dio non intende modificare con puntuali interventi».

Alluvione in Sardegna 5
© DR

Bilanciare due posizioni

Quindi da un lato bisogna riconoscere la «radicalità» della prova a cui è messa la fede in un Dio creatore e provvidente dall’esperienza del male e dalle proporzioni delle sue dimensioni (cf Catechismo della Chiesa Cattolica 272 e 385), dall’altro «evitare di trovare a tutti i costi una spiegazione in Dio a ciò che accade nel mondo, giungendo fino a vedere nelle tragedie della storia la giusta punizione di Dio per i misfatti degli uomini».


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