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Perché Gesù ha scelto il pane e il vino per l’Eucaristia?

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Philip Kosloski - pubblicato il 15/06/20

In primis collegata alla celebrazione ebraica della Pasqua, la scelta del pane e del vino acquista un simbolismo ancor maggiore

Nell’Ultima Cena, Gesù ha istituito l’Eucaristia, usando gli elementi del pane e del vino nel contesto del pasto pasquale:

“Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati»” (Matteo 26, 26-28).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega: “Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura” (CCC 1323).

La domanda che viene posta spesso è però “Perché il pane e il vino? Gesù non avrebbe potuto usare qualche altra cosa?”

È vero, Gesù, essendo Dio, avrebbe potuto stabilire la sua presenza durevole nella Chiesa attraverso qualsiasi cosa di quelle che aveva creato. Avrebbe potuto usare altri tipi di cibo, come fichi, albicocche, o perfino carne.

E tuttavia Dio ha scelto il pane e il vino.

Il motivo principale per cui Dio ha scelto il pane e il vino era collegato alle sue rivelazioni precedenti nell’Antico Testamento e al modo in cui stava preparando il suo popolo per questo momento della storia.

“Nell’Antica Alleanza il pane e il vino sono offerti in sacrificio tra le primizie della terra, in segno di riconoscenza al Creatore. Ma ricevono anche un nuovo significato nel contesto dell’Esodo: i pani azzimi, che Israele mangia ogni anno a Pasqua, commemorano la fretta della partenza liberatrice dall’Egitto; il ricordo della manna del deserto richiamerà sempre a Israele che egli vive del pane della Parola di Dio. Il pane quotidiano, infine, è il frutto della Terra promessa, pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse. Il « calice della benedizione » (1 Cor 10,16), al termine della cena pasquale degli Ebrei, aggiunge alla gioia festiva del vino una dimensione escatologica, quella dell’attesa messianica della restaurazione di Gerusalemme. Gesù ha istituito la sua Eucaristia conferendo un significato nuovo e definitivo alla benedizione del pane e del calice” (CCC 1334).

Dio ha sempre saputo che avrebbe usato il pane e il vino, e quindi ha iniziato a preparare il popolo di Israele per le sue rivelazioni gradualmente nel tempo. L’Antico Testamento è pieno di precursori simbolici, che rendono le azioni di Gesù nell’Ultima Cena un’idonea realizzazione di quello che aveva già avuto luogo.


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Al di là dei legami con vari eventi nella storia della salvezza, Dio ha probabilmente usato il pane e il vino per il ricco simbolismo del modo in cui vengono realizzati.

Sant’Agostino, ad esempio, nel suo discorso Ad infantes de Sacramentis espone il simbolismo della realizzazione del pane e di come questo esprima la “comunione” che siamo chiamati a celebrare.

“In questo pane vi viene raccomandato come voi dobbiate amare l’unità. Infatti quel pane è forse fatto di un sol chicco di grano? Non eran molti i chicchi di frumento? Ma prima di diventar pane erano separati e sono stati uniti per mezzo dell’acqua dopo essere stati in qualche modo macinati. Se il grano non viene macinato e impastato con l’acqua, non prende quella forma che noi chiamiamo pane. Così anche voi prima siete stati come macinati con l’umiliazione del digiuno e col sacramento dell’esorcismo. Poi c’è stato il battesimo e siete stati come impastati con l’acqua per prendere la forma del pane. Ma ancora non si ha il pane se non c’è il fuoco. E che cosa esprime il fuoco, cioè l’unzione dell’olio? Infatti l’olio, che è alimento per il fuoco, è il segno sacramentale dello Spirito Santo… Ispira quella carità che ci fa ardere del desiderio di Dio, ci fa disprezzare il mondo, fa bruciare le nostre scorie e purificare il cuore come l’oro. Dunque viene lo Spirito Santo, il fuoco dopo l’acqua e voi diventate pane, cioè corpo di Cristo. In questo modo è simboleggiata l’unità”.


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Ciò è confermato nella Lettera di San Paolo ai Corinzi: “Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane” (1 Corinzi 10, 17).

Il pane è anche alimento base in varie culture del mondo, qualcosa di universale che chiunque può capire.

Il vino ha un simbolismo simile, sottolineando ancora una volta il modo in cui viene prodotto. Sant’Agostino riassume questo simbolismo in un altro discorso:

“Come dunque da tutti quei chicchi di grano, radunati insieme e in qualche modo uniti tra di loro nell’impastatura, si forma un unico pane, così nella concordia della carità si forma un unico corpo di Cristo. E quel che il corpo di Cristo dice attraverso i grani il sangue lo dice con gli acini. Anche il vino infatti esce dalla pigiatura e quel che era separatamente negli acini confluisce poi in una cosa unica e diventa vino. Perciò sia nel pane che nel calice è presente il mistero dell’unità” (Discorso 229A).

Questo è solo un piccolo esempio del simbolismo che si ritrova nel pane e nel vino su cui la Chiesa cattolica riflette da molti secoli.

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