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Noiose le litanie? Scopriamole, invece. Causa della nostra letizia

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Di solito alle madri si imputano tante colpe, cercando in loro istintivamente la sorgente della nostra vita compreso il suo fardello di fatica e sofferenza. Ma con Maria il fiume ha cambiato corso, l’acqua si è fatta pura e canta di gioia. Poichè è Lei la causa della nostra felicità, Cristo stesso.

Di solito alle madri si dà sempre una qualche colpa, sono il vaso, il raccoglitore del senso di colpa. Anche prima, credo, della pscioterapia di massa.

Perché sentiamo la mamma come la sorgente, la fonte da cui la nostra vita è derivata e con quella anche il nostro dolore, la nostra frustrazione, il fatto che ci troviamo poco attrezzati contro il male del mondo e, peggio, contro quello che sentiamo covare proprio nel nostro cuore.

Anche i papà sono trascinati spesso in questa caccia ad un tesoro guasto, ma alle madri è riservato un posto d’onore, povere loro, povere noi.

Quante volte cerchiamo nelle loro mancanze la causa della nostra inquietudine, il motivo della nostra indecifrabile infelicità! Quanto a lungo come figli si indugia in un limbo per cui restiamo soltanto figli, condizionati, a nostro dire, dalle opere e dalle omissioni e persino dai pensieri di nostra madre!

E così, ogni povera madre, diventa la nostra personale Eva, la fonte del contagio con il virus più pandemico e inestirpabile documentato dalle cronache di ogni civiltà. Peccato, dolore, malattia, morte.

Tutta la tenerezza con la quale circondiamo i nostri neonati è uno scudo che vogliamo levare contro la morte; siamo una tormentata zona di confine dove infuria sempre la battaglia tra la gioia e la paura. Più siamo dolci più significa che sappiamo che la morte è accovacciata in agguato, proprio appena oltre il bordo ricamato delle lenzuoline della loro culla, tra una ciucciata e l’altra di latte. Tra un nostro sospiro e un loro sorriso fatto sognando. E’ lì, sul tappeto assorb-iurti con l’immagine di Winnie-Pooh e tutta la sua banda. Ci si illude, ma per poco, che possano bastare le nostre braccia e i paracolpi in soffice ovatta che leghiamo alle sbarre dei loro lettini. Poiché lo sappiamo, nel nostro cuore così capace di portare il dolore, che l’unica promessa che vorremmo fare ai nostri bambini è la sola che saremo costrette a disattendere.

Ti amo eppure dovrai soffrire e morire, bambino mio.

Eh che allegria, tutta insieme! Però è così. E se come figli cerchiamo in chi ci ha partoriti la causa almeno materiale del nostro dolore, come madri che hanno concepito e messo al mondo altre creature, ci adoperiamo in modi sempre nuovi per espiare il fatto di averle convocate in questa valle di lacrime.

Ma Eva ha mantenuto la sua forza vitale anche dopo il peccato, la sua speciale vocazione a depotenziare il male, a fronteggiarlo senza farsi vincere dalla paura. E questo marchio è rimasto in tutte noi. Eva è madre dei viventi e non solo fonte dei nostri dolori. Per questo la forza materna persiste, si trasmette da una madre all’altra, si passa come un carattere che resta sempre dominante nel gioco di combinazioni genetiche. Ma non ci basta, non basta mai. La paura della morte non si spegne solo con la forza della vita presente, con la volontà tenace di cercare il buono nelle pieghe del quotidiano, nello sforzo titanico di vedere sempre il bene possibile.

Serve una nuova madre, sarebbe servita una donna diversa. Si farebbe, ora, facile profezia a dire: ci vorrebbe Maria!

Eccola, la causa della nostra felicità. Lei, che è cantata e onorata in tanti modi, a partire da quello supremo, Madre di Dio.

Maria, causa della nostra gioia, prega per noi!

Visto che è diventata Lei il ricettacolo di ogni dolore vissuto non in croce ma nei suoi pressi, ecco che a noi non resta che la gioia, dopo aver aggiunto il nostro piccolissimo patire al Suo e a quello di Cristo.

Come fanno i bimbi piccoli quando si mettono ad aiutare il papà in giardino e gli portano un mucchietto di terriccio, correndo, inciampando, magari pestando goffamente dove papà ha già messo qualche seme; ma lui ci sorride, ci fa credere che anche noi stiamo facendo con lui il lavoro. O quando mamma sforna una torta deliziosa e pretendiamo che mettendola in tavola dica “l’abbiamo fatta insieme”, quando a noi ha riservato il privilegio di aggiungere lo zucchero rovesciandone metà sul piano di lavoro e quello di leccare l’impasto rimasto nella ciotola. Balbetto, e male, di sicuro, intorno a tanto mistero.

Ma di Maria bisogna continuare a parlare, a Lei bisogna continuare a rivolgersi con piena confidenza e usando le parole che la Chiesa nel corso dei secoli scopre con sempre maggiore profondità.

Maria, sei tu la causa del nostro Paradiso, prima di te la mamma era suo malgrado una sorgente avvelenata, per quanto buona, dolce, giusta si sforzasse di essere.

Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre. (51,7)

Fino a Cristo, che è l’Effetto di tanta Causa, era così. Fino alla gioia che ci ha portato, fino alla felicità che è stare con Lui e te, Maria; che non ti dilegui, che non ti limiti a fare da innesco dell’Incendio di carità di Tuo figlio, ma continui a soffiare sul fuoco, soprattutto i nostri focherelli sempre timidi e pronti a spegnersi per un nonnulla.

Fino a Maria era così; prima di Maria, Madre di Dio, madre di quel Figlio che è l’uomo dei dolori, fino alla madre afflitta senza colpa, fino alla madre veramente addolorata.

E rispetto a Lei sì che ha senso spingersi indietro di generazione in generazione fino a sbattere contro questo fatto, inaudito e necessario: la sua bellezza integra, la sua purezza, la sua forza dirompente, la sua umiltà obbediente.

Maria, causa della nostra letizia, così la onoriamo.

Ed è stato proprio il Papa del Totus tuus, San Giovanni Paolo II a promulgare il Messale della Beata Vergine Maria con formulari liturgici relativi ad alcuni titoli mariani. Ecco cosa riporta l’introduzione alla Messa di “Maria Vergine causa della nostra gioia”.

(…) La Chiesa sposa ha sempre posto la sua gioia nel Cristo sposo e nell’amore accolto e ricambiato sperimenta di giorno in giorno una gioia sempre più piena. E poiché Gesù e venuto a noi per mezzo di Maria, la Chiesa a poco a poco ha compreso che la beata Vergine, in forza detta sua collaborazione all’incarnazione del Verbo, è causa, origine, sorgente della gioia messianica. La Chiesa riconosce che il dolore, introdotto dalla disobbedienza di Eva, e mutato in gioia dall’obbedienza di Maria. Pertanto la venera col titolo di «causa della nostra gioia».(…)

Il formulario celebra gli eventi della salvezza operati da Dio per Cristo nello Spirito Santo, eventi che o alla beata Vergine Maria o alla Chiesa o al genere umano hanno arrecato gioia. Anzitutto vengono esaltati: – l’elezione detta beata Vergine, che dall’eternità «ha trovato grazia presso Dio» (Antifona d’ingresso, cfr Lc 1,30) e che da lui è stata scelta come dimora della divinità, «ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Prima Lettura, Zc 2,14), come «città di Dio», che «un fiume e i suoi ruscelli rallegrano» (Antifona alla Comunione, Sal 45 [46], 5); perciò come città-sposa è stata rivestita delle «vesti di salvezza» ed è stata avvolta «con il manto della giustizia» (cfr Prima Lettura, Is 61,10). In questa messa pertanto risuonano espressioni gioiose: «Rallegrati, Vergine Maria» (Antifona d’ingresso, cfr Lc 1,28); «Giubila e rallegrati, Figlia di Sion» (Prima Lettura, Zc 2,14); «Ave, letizia del genere umano» (Alleluia); – la nascita della beata Vergine, che «preannunziò la gioia al mondo intero» (Prefazio); – la visita di Maria a Elisabetta, in cui la beata Vergine ha effuso il suo cantico di lode e di giubilo (cfr Salmo Responsoriale, Lc 1, 46-48. 49-50. 53-54) e Giovanni ha esultato nel grembo della madre per la venuta del Salvatore (cfr Vangelo, Le 1,39-47); – il natale del Signore: il Padre «nell’incarnazione del Figlio ha allietato il mondo intero» (Colletta); inoltre il parto della Vergine «irradiò su noi la luce festosa» (Prefazio) come pure «gioia e salvezza» (Alleluia); – la risurrezione di Cristo: supplichiamo Dio affinché per il suo Figlio possiamo «sperimentare nella gioia senza fine la potenza della sua risurrezione» (Orazione dopo la Comunione); – l’assunzione della santa Vergine Maria, che «il glorioso transito ha innalzata fino ai cieli dove ci attende finché godremo con lei la visione del volto» di Dio (Prefazio).

 

 

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