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I Vescovi possono obbligare alla comunione in mano?

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 18/05/20

Mentre i bravi e laboriosi parroci d'Italia si preparavano a riaccogliere i fedeli in chiesa per le celebrazioni eucaristiche, la solita riottosa fronda di bastian contrari ha spostato il punto della propria perenne contestazione sulle stesse norme concordate (alcune o tutte insieme, a seconda).

Fino a ieri abbiamo osservato e/o vissuto una fervida preparazione alla ripresa delle celebrazioni eucaristiche cum populo: forse noi stessi abbiamo aiutato i parroci a spostare e distanziare i banchi, disporre le sedie, incollare segnaposto, svuotare acquasantiere e quant’altro.

[…] ma per favore – aveva detto proprio ieri il Papa dopo il Regina Cœli –, andiamo avanti con le norme, le prescrizioni che ci danno, per custodire così la salute di ognuno e del popolo.

“Le prescrizioni che ci danno”, ha liberamente detto il supremo legislatore della Chiesa cattolica, il quale evidentemente (e sensatamente) non si arroga improbabili autorevolezze in materia sanitaria: certo che noi cristiani possiamo ottemperare a disposizioni altrui, anche relativamente alla disciplina liturgica (relative accidentalmente, non sostanzialmente), e c’è anzi da sperare che le norme concordate non risultino troppo blande e insufficienti ad arginare il contagio.

Veramente il Vescovo non può decidere…?

Accanto alle doverose preoccupazioni per la tutela della salus publica tornano a circolare improbabili farneticazioni da parte di quanti negano che i Vescovi abbiano autorità necessaria e sufficiente a normare positivamente la disciplina dei sacramenti, nella loro diocesi. In particolare ci si appoggia a Redemptionis Sacramentum, o meglio a una sua lettura giurisprudenziale data in un rescritto della stessa Congregazione per il Culto Divino il 24 luglio 2009. Proviamo a illustrare con ordine, a partire dal nudo testo dell’Istruzione:

Nella distribuzione della santa Comunione è da ricordare che«i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli».[177] Pertanto, ogni cattolico battezzato, che non sia impedito dal diritto, deve essere ammesso alla sacra comunione. Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi. Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca,[178] se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.

Redemptionis sacramentum 91-92

L’istruzione curiale intendeva tutelare il diritto (che ogni fedele ha sempre) a ricevere «la santa Comunione in bocca», soprattutto da posizioni ideologiche di pastori ostili a temperamenti spirituali differenti dai loro, ma questo nel numero 91. Il numero 92, invece, è di per sé destinato a derogare al principio testé espresso, cioè a spiegare come e perché la si possa ricevere in mano (e difatti la frase citata, essendo una concessiva, ha in realtà il verbo avere al congiuntivo – “benché ogni fedele abbia…”). Al di sopra di tutto vige il principio di precauzione di fronte al pericolo delle profanazioni – questo inquadra la mens del Legislatore nel testo del 2004.


KOMUNIA NA RĘKĘ

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Bisogna per l’appunto evidenziare che era il 2004 e ancora non si era conosciuta neanche l’epidemia detta “Suina”: il Legislatore non contemplava affatto, allora, lo stato di emergenza derivante da una condizione di pericolo pandemico, dunque coartare mezze frasi nel nostro contesto si direbbe processo metodologicamente opaco. La stessa istruzione ricordava invece, richiamando puntualmente i cann. 387 e 838 § 4 del Codice di Diritto Canonico, la fondamentale considerazione:

Il Vescovo diocesano, «essendo il principale dispensatore dei misteri di Dio, si adoperi di continuo perché i fedeli affidati alle sue cure crescano in grazia mediante la celebrazione dei sacramenti e perché conoscano e vivano il mistero pasquale». A lui spetta, «entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti».

Redemptionis Sacramentum 176

Ora, quali sono “i limiti della sua competenza”? Come accennavamo, una interpretazione restrittiva di Redemptionis Sacramentum (pur criticabile per le ragioni addotte) è stata proposta da fonte autentica, e proprio in risposta a una domanda sorta nel contesto dell’epidemia di Suina (forte negli Stati Uniti, donde appunto veniva l’interrogazione, ma mai assurta alle proporzioni dell’attuale pandemia).

Si potrebbe dunque osservare che l’impatto virale, economico e sociale della Suina non è stato neanche lontanamente paragonabile a quello della pandemia da Covid-19, tuttora in corso: problemi distinti e diversi cercano istintivamente risposte già date a quesiti simili… ma possono pure consigliare revisioni delle stesse. Realisticamente, non immagino che tali revisioni giungeranno, non in tempi utili alla gestione della fase della ripartenza, ma a tal proposito si deve dire con chiarezza che, in senso stretto, il protocollo condiviso da CEI e Governo non proibisce di dare la comunione in bocca. Al punto 3.4 leggiamo infatti:

La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo una adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli.

Evidentemente, da un lato il punto non esplicita il divieto di disporsi a ricevere la comunione direttamente in bocca, dall’altro lo stesso sembra implicarlo, sia col riferimento al “contatto con le mani dei fedeli” sia (a fortiori) con la raccomandazione della “adeguata distanza di sicurezza”.

Ora, sul piano squisitamente canonistico tale protocollo non è vincolante in senso stretto (un vescovo non prende “ordini” dalla Conferenza Episcopale, e men che meno dal Governo); sul piano ecclesiastico, però, ogni vescovo che intenda riaprire al culto pubblico le chiese della sua diocesi dovrà farlo adeguandosi alla convenzione, il che significa che potrà alternativamente

  • non riaprire (alcuni prolungano tuttora lo status quo ante);
  • riaprire facendo tutto ciò che il protocollo prevede (laddove “tutto” non significa “tutto e solo”).

Il protocollo lascia dei punti intenzionalmente vuoti perché gli stessi siano colmati secondo un’intelligente discrezionalità: ad esempio lo stesso punto 3.4 non prevede espressamente che si formi o non si formi la fila per fare la comunione. Ragioni puramente astratte consiglierebbero di far passare il ministro dell’eucaristia tra i banchi laddove tutti i fedeli resteranno fermi, ma forse alcune precise situazioni architettoniche renderanno preferibile che si formi (fatte salve le distanze profilattiche) una fila per la comunione.

Qualcosa del genere – anche in ragione del rescritto curiale del luglio 2009 – deve essere avvenuto circa la comunione in mano: la questione canonistica esulava evidentemente dalla trattativa CEI-Governo, ma la formulazione sembra inclinare a una lettura distante dalla mens del rescritto di undici anni fa. Che succede quindi? Il Vescovo canonisticamente accorto avrà cura di evitare nel proprio decreto (necessario perché il protocollo entri in vigore nella sua diocesi) ogni riferimento alla questione, confidando che la disposizione sulle modalità e sulle distanze (unita a un’auspicabile dose di buonsenso) scoraggi chiunque dal pretendere di ricevere la comunione in mano. E spererà che il buonsenso (sempre quello!) scoraggi tutti dal sollevare la questione giurisdizionale. Ove il Pastore invece volesse essere “troppo esplicito”, lo stesso si esporrebbe alle delazioni di quanti volessero deferirlo alla medesima Congregazione. Quest’ultima cosa è molto più facile a dirsi che a farsi: tutte le congregazioni di Curia Romana sono quotidianamente subissate da segnalazioni ad personam – alcune in buona fede, altre no, alcune a torto, altre a ragione –, ed è veramente difficile che la prima lettera scritta contro un Vescovo da uno o più fedeli sortisca un qualche effetto. Ove la denuncia venisse considerata, la procedura potrebbe portare all’accennata revisione giurisprudenziale (cioè si rivedrebbe il rescritto del 2009 – né sarebbe la prima volta), oppure a una sua conferma concretata in un richiamo scritto all’Ordinario in questione (e francamente sarei sorpreso se si arrivasse a tanto).

La domanda “i Vescovi possono obbligare alla comunione in mano?” sembra dunque destinata a non avere una risposta – perlomeno non secca e diretta. In linea di principio no: il rito romano prevede che ogni fedele possa decidere come ricevere la Comunione e ne tutela il diritto a non essere perciò discriminato. Sul versante del riscontro pratico, invece, la cosa può subire le variazioni e le oscillazioni che abbiamo provato a descrivere.

L’intelligente devoluzione che nello Stato le Regioni (e le province) chiedono da settimane, riuscendo stentatamente a strappare brandelli di buonsenso al Governo, nella Chiesa è costitutiva e nativa: è ovvio che non in ogni città, in ogni regione, in ogni Paese, la pandemia abbia raggiunto la medesima intensità; e dunque (fatta salva la doverosa prudenza di tutti) è chiaro e giusto che le misure di costrizione vengano rimosse in modo distinto, non per la fregola di affermare un’autarchica (e anarchica) autonomia, bensì per adempiere meglio che si possa il requisito classico di giustizia noto come “dare a ciascuno il suo”.

Il “guanto di seta benedetto”

Per capire però che certe frange chiassose non intendono applicarsi a questioni serie basta l’ultima proposta, della quale sono stato informato poco fa: il guanto di seta benedetto per ricevere la comunione in mano! Chiunque potrebbe osservare l’originalità della pretesa di distribuire “guanti di seta benedetti” a tutti i fedeli laddove la gente fatica ancora a reperire le mascherine, ma non si centrerebbe il punto, che non si colloca affatto sul piano dell’approvvigionamento. Due sono infatti le obiezioni sostanziali da muovere a questa e simili proposte:

  1. se (come pare) il sottotesto è che “solo le mani crismate possono toccare le sacre specie”, bisogna che si capisca una volta per tutte che niente, in tutta la tradizione della Chiesa, giustifica codesta presa di posizione, dal momento che da sempre il diacono è ministro ordinario dell’eucaristia e che da sempre il rito romano non prevede nella sua ordinazione alcuna crismazione (esplicitando anzi che egli «viene ordinato al servizio e non al sacerdozio» – ciò ancora nel VO);
  2. non si capisce poi in che modo la seta benedetta (ma non crismata!) sarebbe una materia più degna della pelle umana di accogliere il Pane del Cielo: ecco che torna il mai estinto paradosso del becero materialismo in cui ricadono certi spiritualismi.

Alcuni sostenitori di questa trovata la giustificherebbero con la cura per i frammenti del pane eucaristico, che con i guanti in lattice monouso verrebbero dispersi. Dunque si parla di proporli ai ministri o ai fedeli? Perché il protocollo non esige che i fedeli abbiano (neanche al momento della Comunione) guanti di alcuna sorta, dunque potranno continuare a fare come già raccomandava Cirillo di Gerusalemme nelle Catechesi Mistagogiche, accogliendo con cura il Pane eucaristico e consumandone tutte le eventuali briciole visibili. Chiunque poi abbia mai purificato dei vasi sacri sa bene, invece, che i frammenti potrebbero essere lavati via e disciolti in acqua pura prima dello smaltimento dei guanti in lattice, laddove i guanti in seta non permetterebbero di individuare e rimuovere i frammenti in via altrettanto pratica.

Tornano in mente, quanto a certe questioni totalmente arbitrarie, le parole che Paolo volle aggiungere di suo pugno in fondo all’appena dettata lettera ai Galati:

[…] neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne.

Gal 6,13

Ci perdonino Paolo, i suoi rivali nell’evangelizzazione e i Galati: la questione della legge e della circoncisione era enormemente più fondata del delirio sulle “mani crismate” e dei corollarî sui “guanti di seta benedetti”. Il movente spirituale però sembra il medesimo e dev’essere riconosciuto per tale e respinto da tutti i cattolici: Chi «non s’è schifato dell’utero della Vergine» (Te Deum) per plasmare la propria carne e di quella stessa carne ha detto “prendete e mangiatene tutti” (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19) accetta certo i nostri ostensori, i piviali, i veli omerali e perfino i flabelli in quanto esprimono la nostra grata devozione all’immensa degnazione della sua Divina Maestà; Egli non è però affatto onorato, anzi è insultato, da pose che con l’affettata ostentazione di una pietà disumana instillano nell’uomo più il senso della sua indegnità che la buona notizia dell’Avvento di Dio nel suo mondo. Ciò è diabolico, in senso proprio e stretto, e come tale dev’essere ripudiato.




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Tornare all’essenziale

Come abbiamo accennato, alcune diocesi hanno rimandato ancora l’apertura delle celebrazioni al popolo perché il Vescovo, consapevole meglio di chiunque altro delle forze in campo per porre in atto i protocolli concordati dalla Cei col Governo, sapeva di non poterli attuare rigorosamente – e che da una decisione avventata sarebbero sorti problemi ecclesiastici, politici e più fondamentalmente di salute pubblica. Dalla serenità di una chiesa invece praticamente non colpita dalla pandemia ho raccolto la battuta di un parroco che proprio ieri riportava lievemente i parrocchiani alla vita della Chiesa, quella vera, concreta e seria. Un parrocchiano chiedeva se dunque la comunione finalmente si potesse fare, e con che modalità e a che condizioni; e il prete:

Come sempre: bisogna essere in grazia di Dio.

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