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Volete capire meglio voi stessi e i vostri pensieri? Fate così: “raccontate”

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fizkes | Shutterstock
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Quando il pensiero diventa parola e narrazione ampliamo la consapevolezza di noi stessi e della realtà

Andrea Smorti, professore ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, si occupa da trent’anni del rapporto tra pensiero e narrazione in condizioni sia di salute che di malattia. In un interessante articolo apparso su Psicologia Contemporanea ci spiega perché per capire veramente bisogna raccontare.

La “sindrome della falsa comprensione”

Qualunque studente avrà sperimentato nel suo percorso almeno un’occasione in cui, ritenendosi pronto, ha affrontato un’interrogazione nel corso della quale ha preso consapevolezza di non aver capito quasi niente di ciò che credeva di aver appreso. Agli stessi professori accade qualche volta che, magari di fronte alla domanda di chiarimenti di uno alunno, si rendono conto che qualcosa di ciò che stanno veicolando non l’hanno compresa bene loro stessi, vedendosi costretti a riflettere fra sé e sé che la prossima volta bisognerà prepararsi più accuratamente. Infatti scrive l’autore:

Si può davvero dire che tra il pensare e il raccontare c’è di mezzo il mare… Questo fenomeno, che potremmo provare a chiamare “sindrome della falsa comprensione”, ci fa scoprire l’esistenza di un salto, perché raccontare comporta una profonda trasformazione dei nostri pensieri (Ibidem)

Partendo da questi esempi che testimoniano il fenomeno della “falsa comprensione”, risulta evidente la grande trasformazione che avviene quando i pensieri devono diventare parola. È un cambiamento formale e sostanziale, un passaggio che se ben effettuato è in grado di realizzare un atto di comprensione vera e più profonda.

Un conto è pensare…

I pensieri si muovono dentro la nostra testa velocemente, senza sottostare alla disciplina di regole logiche, giungendo spesso a conclusioni basate su presupposti impliciti, non sempre consapevoli. Nell’atto del pensare si rincorrono e si mescolano idee, immagini, sensazioni, ricordi antichi e più recenti, che per proiettarsi all’esterno devono diventare parola sottoposta alla disciplina del linguaggio, con le sue proprietà e vincoli. Questo trasferimento fra mondo interno ed esterno, che testimonia il salto trasformativo esistente fra pensiero e linguaggio, comporta degli effetti straordinari sulla comprensione della realtà e di noi stessi.

… altro è raccontare!

Quando il linguaggio viene utilizzato a scopo narrativo il pensiero prende la forma del racconto o del racconto autobiografico. Il racconto parla di qualcosa che è avvenuto nel tempo e riguarda vicende umane in cui il protagonista, un io o un tu, svolge una qualche azione per raggiungere un obiettivo all’interno di un determinato contesto ambientale. Raccontare vuol dire rivolgersi a qualcuno con lo scopo di interessare, essere ascoltati, compresi e possibilmente apprezzati. Quando pensiamo lo facciamo per noi stessi, quando raccontiamo ci connettiamo con un’altra persona con la necessità di adattare i nostri pensieri ad un dialogo. Il modo con cui verremo ascoltati, gli sguardi, le domande e i commenti ricevuti influenzeranno il nostro racconto, modulando le nostre parole e conseguentemente i nostri pensieri e la stessa comprensione di noi stessi.

Scrivere aiuta a chiarire i pensieri

Anche quando il pensiero diventa linguaggio scritto ci si rivolge a qualcuno anche se non presente fisicamente, o addirittura ad un io-tu se la narrazione assume la forma di un diario. Quante volte scrivendo ci siamo resi conto di esserci chiariti il pensiero, di averlo reso più articolato, complesso e coerente ed aver preso maggiore consapevolezza delle nostre emozioni! Quando il pensiero diventa racconto assume una forma nuova, che ci può aprire alla scoperta di aspetti cognitivi ed emotivi prima sconosciuti, aumentando la comprensione di noi stessi e degli altri. Questo “prodigio” è reso possibile dalla discontinuità esistente tra linguaggio e pensiero, il quale per proiettarsi all’esterno e diventare comunicabile deve assoggettarsi alle regole della cultura. In questa relazione con l’interlocutore il pensiero diventa parola per l’altro e nuovamente pensiero per sé, acquistando proprietà ed aprendosi a prospettive nuove. La cosa più straordinaria è che queste conquiste non sono le stesse per sempre, in quanto in relazione ai contesti e alla persone a cui si narra, si modulano racconti diversi con l’effetto di consapevolezze ulteriori.

Raccontare per capire se stessi

Raccontare esplicitando pensieri e ricordi è alla base della maggior parte delle forme di psicoterapia: gli eventi messi in parola all’interno di un dialogo acquistano una diversa coloritura emotiva e quindi altro significato narrativo di sé, mettendo in moto evoluzioni trasformative per raggiungere un migliore equilibrio personale. Questa possibilità di arricchimento non si realizza unicamente in presenza di un interlocutore professionale, ma ogni qual volta il nostro racconto è indirizzato a persone da cui ci sentiamo veramente ascoltati. Se riflettiamo attentamente, pregare spontaneamente con le intenzioni e i pensieri che diventano voce in un dialogo spirituale con Chi è massimamente disponibile ad accogliere i nostri racconti autobiografici testimonia lo straordinario miracolo della Parola.

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