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Una lezione che dobbiamo imparare dai Certosini, soprattutto in questo momento

MONKS SKY

David LATOUR I CIRIC

Quang D. Tran, S.J. - pubblicato il 10/04/20

Anche quando tutto sembra venir meno, i monaci rimanevano saldi nel glorificare Dio

Come novizio gesuita quasi vent’anni fa, dopo il mio ritiro ignaziano silenzioso, richiesto a tutti i novizi del primo anno, sono stato mandato in un monastero per due settimane. Il direttore dei novizi ci ha spiegato che in passato dopo il ritiro alcuni novizi si erano sentiti tentati di diventare monaci. Prima di unirmi ai Gesuiti volevo diventare il tipo di monaco che fabbrica marmellate. Inviando i novizi nei monasteri, il maestro dei novizi era certo che gli uomini che anelavano alla vita di isolamento non avrebbero visto l’ora di tornare a quella gesuita. E aveva ragione.

Nel monastero in cui sono rimasto per due settimane c’era una campanella elettrica fortissima che suonava come se fosse la fine del mondo prima di ciascuno degli otto momenti di preghiera in cui i monaci si riunivano per cantare l’Ufficio Divino. Dopo i primi giorni ho smesso di andare alla maggior parte degli appuntamenti, e avrei voluto prendere a martellate quella campana.

Nel corso degli anni, e soprattutto in questo periodo di incertezza per via della pandemia, sono però rimasto innamorato di un gruppo specifico di monaci fondati da San Bruno nel 1084: i Certosini, uno degli ordini monastici più austeri della Chiesa cattolica. Dopo tutto, anche il fondatore dei Gesuiti, Sant’Ignazio di Loyola, dopo la sua conversione voleva unirsi ai Certosini, e ha anche preso molte idee dalle costituzioni e dalla spiritualità certosine per creare il proprio ordine di contemplativi attivi.




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Si può imparare molto dagli ordini monastici come i Certosini. I cattolici in quarantena si stanno rivolgendo agli ordini monastici, maschili e femminili, per capire come avere una vita caratterizzata dalla stabilità in un mondo in crisi e anche in una casa con bambini e animali domestici che scorrazzano tutto il giorno. I contemplativi ci insegnano a lodare Dio in ogni circostanza e in tutte le epoche, per trovare abbondanza nella scarsità e solidarietà nella solitudine. In questi giorni trovo particolarmente confortante il motto certosino, Stat crux dum volvitur orbis (“La Croce resta salda mentre il mondo gira”).

C’è tuttavia una lezione di vita generale che spesso trascuriamo: i monaci ci insegnano come morire. Non è esagerato dire che i monaci certosini, ad esempio, vivono come se fossero giù morti. In altri termini, con la loro rinuncia radicale agli attaccamenti del mondo si esercitano a vivere la vita del Cielo – la vita con Dio – sulla Terra.

Per secoli, la struttura della loro vita quotidiana è rimasta relativamente immutata. La loro giornata trascorsa prevalentemente in silenzio è divisa in circa nove momenti di preghiera programmati, con tempo per la Messa, i pasti, il lavoro manuale, lo studio e la ricreazione. Nonostante la peste bubbonica (“Morte Nera”) che uccise quasi mille Certosini, la turbolenza della Riforma protestante, la persecuzione durante la Rivoluzione Francese e la distruzione a seguito delle due guerre mondiali, la vita e la preghiera certosine sono rimaste relativamente costanti e immutate per nove secoli fino a oggi. Anche quando tutto stava crollando, i monaci rimanevano saldi nel glorificare Dio. Hanno resistito a distruzione e disperazione, morendo continuamente a se stessi e vivendo alla presenza di Dio.




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I Certosini cercano di morire come vivono – una vita nota solo a Dio e ai loro fratelli. Ad esempio, se un Certosino pubblica un’opera prima di morire, la attribuisce a “un monaco certosino”. Schiva qualsiasi onore e posizione di potere all’interno e all’esterno del monastero. Quando muore, il suo corpo viene adagiato direttamente a terra senza una bara, e segnato solo con una croce senza un nome scritto sopra. Si dice che un Certosino dovrebbe “essere santo piuttosto che essere definito tale”. Per questo motivo, ci sono probabilmente non più di 16 santi certosini canonizzati. Seguendo l’esempio di Cristo, il Certosino punta sempre al Padre.

In Tuesdays with Morrie, di Mitch Albom, la riga più memorabile riassume quello che i monastici testimoniano al mondo: “La verità è che una volta che si impara come morire si impara come vivere”.

Nella vita futura loderemo costantemente Dio con tutto il nostro essere. Quella lode inizia qui e continua nella vita che verrà. Dio, coerente nel Suo amore e nella Sua provvidenza, conosce il cuore delle Sue creature e mantiene sempre la parola. E tutto il resto passerà.

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