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Come fare la “Comunione spirituale”? Il Papa rispolvera uno strumento

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 19/03/20

Istintivamente intercettando la crescente richiesta di istruzioni e guida per “unirsi al divin sacrificio” senza potervi presenziare fisicamente, stamane in Santa Marta il Pontefice ha letto un testo attribuito a uno storico diplomatico della Santa Sede e l'ha appositamente proposto ai telespettatori. Non si tratta del primo testo di questo tipo, né sarà l'ultimo, ma vediamone le caratteristiche.

Mi è molto piaciuta e mi ha piacevolmente sorpreso la preghiera proposta stamane dal Santo Padre, nella Messa dalla cappella della Domus Sanctæ Marthæ, per invitare i telespettatori (esplicitamente menzionati) «a fare la comunione spirituale»:

Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla e nella Tua santa presenza. Ti adoro nel Sacramento del Tuo amore, desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore. In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io venga da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere, per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.

Che cosa ci si sarebbe aspettati

Prima che spieghi perché e in che senso la cosa mi abbia sorpreso (absit iniuria verbis), devo chiosare che non mi è riuscito di trovare la fonte di questo testo: trovo bensì qualche assonanza con alcune pagine delle Visite al Santissimo Sacramento di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, ma niente che vada oltre vaghe reminiscenze fraseologiche, e in serata abbiamo appreso da un tweet di Lucio Brunelli che in un non recente libello di preghiere il testo veniva attribuito al cardinal Rafael Merry del Val (più noto per le “litanie dell’umiltà”).




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La ragione del mio stupore, ad ogni modo, sta nella scelta di un testo molto poco conosciuto a fronte dell’alternativa che mi sarebbe parsa naturale nella posizione del Pontefice: pensavo infatti che egli avrebbe scelto di adeguarsi alla diffusissima prassi di usare la preghiera il cui primo verso suona “Gesù mio, credo che tu stai nel Santissimo Sacramento…”, o in alternativa di proporre l’“Anima Christi” (così caratteristica della spiritualità ignaziana da essere correntemente nonché infondatamente attribuita al santo padre Ignazio). Personalmente, avrei preferito la seconda scelta alla prima, e provo a spiegare perché:

Gesù mio, credo che Tu sei nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

[breve pausa in cui unirsi a Gesù]

Come già venuto, io Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te; non permettere che io mi abbia mai a separare da Te.

Ovviamente tutto quanto questa diffusissima preghiera esprime è verissimo e sacrosanto, però nell’insieme essa corre il rischio di ridurre la “comunione spirituale” (non è che la comunione sacramentale non sia spirituale) alla sola professione di fede nella “presenza reale” (non è che ci siano “presenze irreali di Cristo”), o quasi. La presenza di Cristo nel tempo successivo all’Ascensione e alla Pentecoste è multiforme, e se diciamo “reale” la presenza eucaristica non è certo in via esclusiva, bensì per sovreminenza (lo ricordò anche il Concilio di Trento). È realissima la presenza di Cristo nella Chiesa (non a caso detta “corpo mistico” da molti secoli prima che tale sintagma venisse a indicare anche le Sacre Specie); realissima è quella di Cristo nelle Scritture, le quali contengono la Parola di Dio che è lo stesso Cristo; realissima è la presenza di Cristo nei fratelli e nelle sorelle, specialmente nei poveri e negli abbandonati (indimenticabili le omelie del Crisostomo sull’argomento).




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La richiesta “vieni almeno spiritualmente nel mio cuore” si trova esposta a fraintendimenti di due ordini:

  1. la prima è che il piano spirituale sia in qualche modo inferiore a quello sacramentale, laddove invece è nel piano spirituale che il sacramento (ove sia recepito opportunamente) porta i suoi frutti;
  2. la seconda è che s’incorra nell’equivoco per cui la comunione esprimerebbe anzitutto e perlopiù “Gesù che viene nel mio cuore”, laddove invece il primo effetto del pane eucaristico (perlomeno stando alla teologia delle anafore) è l’incorporazione dei fedeli (tutti e singoli) all’unico corpo di Cristo.

La radice pre-ignaziana nell’Anima Christi

Neppure di questa preghiera è nota l’origine, ma l’ultima frase – che è una delle traduzioni possibili di “Ne permittas a te me separari” – mi persuade che l’autore abbia cercato di raccogliere il clima dell’Anima Christi (trattasi del primo verso della penultima terzina) e di articolarlo in un atto più esplicitamente (para)liturgico. L’antica preghiera che Ignazio commentò all’inizio dei suoi Esercizi Spirituali, infatti, è sostanzialmente una (incandescente) serie di intime invocazioni spirituali:

Anima di Cristo, santificami,

Corpo di Cristo, salvami.

Sangue di Cristo, inebriami.

Acqua del costato di Cristo, lavami.

Passione di Cristo, fortificami.

Oh buon Gesù, esaudiscimi.

Nelle tue piaghe, nascondimi.

Non permettere che io sia separato da Te.

Dal nemico maligno difendimi.

Nell’ora della mia morte chiamami,

e comandami di venire a Te,

perché con i tuoi Santi ti lodi

nei secoli dei secoli. Amen.

Testo sublime, in effetti, ed espressione insuperata della Devotio Moderna, ma così unilateralmente incentrata sul rapporto “Gesù-io/io-Gesù” da lasciare sullo sfondo la Chiesa e la celebrazione dei suoi sacra mysteria. In tal senso la modifica di cui dicevo sopra, così largamente recepita dai fedeli (anche nelle dirette radio/televisive), aggiunge effettivamente qualcosa, pur non potendo competere sul piano dell’intensità affettiva: vi si trova infatti il senso della celebrazione, e della celebrazione comunitaria.


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Tornare sempre all’Imitazione di Cristo

L’Anima Christi esprime la temperie culturale di cui è impregnato il coevo aureo opuscolo de L’Imitazione di Cristo, mai sufficientemente raccomandato e letto nel nostro tempo, il cui IV libro in particolare può dirsi tutto una lunga preparazione alla comunione, ed è in tal senso una corposa meditazione sulla “comunione spirituale”:

Tu mi comandi di avvicinarmi a te con fiducia,
se voglio avere parte con te;
e di ricevere il cibo dell’immortalità,
se desidero ottenere la vita e la gloria.

Tu dici «Venite a me, voi tutti che siete affaticati
e oppressi, e io vi ristorerò» [
Mt 11,28].

Com’è dolce e amichevole
all’orecchio del peccatore questa parola,
con la quale tu, Signore Dio mio,
inviti il misero e il povero alla comunione
del tuo Santissimo Corpo!

Ma chi sono io, Signore,
per presumere di accostarmi a te?

Ecco, i cieli dei cieli non possono contenerti,
e tu dici: «Venite a me, voi tutti!».

Come intendere questa degnazione
tanto misericordiosa
e un invito tanto amichevole?

Come oserò venire, io che sono consapevole
di non avere nulla di buono,
per cui si possa presumere di me? |

Come potrò farti entrare nella mia casa,
io che sovente ho offeso il tuo volto tanto benigno?

Ti venerano gli angeli e gli arcangeli,
ti temono i santi e i giusti, e tu dici:
«Venite tutti a me»?

Se non fossi tu, Signore, a dirlo, chi lo crederebbe?
E se non fossi tu a comandarlo,
chi oserebbe avvicinarsi?

Imitazione di Cristo (Trad. Enrico Lally), Milano 2018, 326-327

Due monili senza tempo della liturgia latina

Se avessero chiesto a me un consiglio per quel momento mi sarei rifugiato in qualche opzione sicura, diciamo in qualche antifona liturgica profonda e consolidata, che cioè sia stata pensata e scritta appositamente per disporre il fedele alla presa di coscienza (che è per forza spirituale) del mysterium fidei, sia egli fisicamente presente alla celebrazione oppure no. E probabilmente avrei suggerito l’O sacrum convivium, con ogni probabilità scritto da Tommaso d’Aquino come antifona al Magnificat dell’Ufficio del Corpus Domini:

O sacro banchetto
in cui si mangia Cristo!

[Vi] si raccoglie e venera la memoria della sua passione,
l’anima [vi] si riempie di grazia
e a noi viene dato il pegno della gloria futura.

Alleluia!

Del resto la Tradizione latina ha già provveduto da tempo a scorporare questo gioiello dal solo ufficio vespertino facendone uno dei testi consigliati proprio per disporre i fedeli alla comunione fuori dalla celebrazione della Messa. Tagliare l’acclamazione pasquale finale “Alleluia”, dato che siamo in tempo di Quaresima, sarebbe l’ultimo dei problemi.




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E se per il testo di Tommaso suggerisco sempre la musica “contemporanea” di Domenico Bartolucci, non posso fare a meno di ricordare la perla mozartiana che ha consegnato all’eternità l’anonima antifona del IX secolo “Ave Verum Corpus”, espressione delle dispute eucaristiche sorte durante la rinascita carolingia:

Ave, vero corpo
nato da Maria Vergine;
[corpo che] veramente ha patito,
[ed è stato] immolato sulla croce per l’uomo;

[corpo] dal cui fianco trafitto
scorsero acqua e sangue.

Fa’ che ti abbiamo pregustato,
quando moriremo e saremo giudicati.

Schema e contenuto del testo papale

Divini davvero – me ne persuado ogni volta che ascolto queste cose – sono i misteri che tante incredibili bellezze hanno potuto suggerire ad anime umane. In quest’antica antifona, peraltro, l’orizzonte della “consumazione sacramentale” appare più sfumato che in quella tommasiana, e questa mi sembra una ragione in più per consigliarla in sede di “comunione spirituale”. Invece il Papa ha proposto un altro testo, riesumandolo dalla polvere di frusti testi d’annata. Perché?

Forse l’analisi della composizione di quella preghiera può darci qualche dritta:

  • anzitutto c’è una prostrazione interiore, che include un atto penitenziale (sa di spiritualità domenicana l’abbinamento del nulla creaturale alla presenza divina);
  • segue un atto di adorazione, che implica ma trascende una mera confessione dottrinale: anche il demonio crede che Cristo è presente nell’Eucaristia, ed evidentemente questo non gli basta a salvarsi;
  • l’accostamento tra “povera dimora” e “cuore” rimanda insieme al passo evangelico del servo del centurione e alla formula liturgica “Domine non sum dignus”, e ha il pregio di far porre “spiritualmente” al fedele non fisicamente presente un atto personale inerente alla celebrazione che si svolge;
  • la distinzione tra comunione sacramentale e spirituale è indicata nei termini di un’eccellenza della prima, più che di un suo surrogato nella seconda;
  • in “che io venga da Te” anche il Papa ha citato l’Anima Christiiube me venire ad te»), dischiudendo l’atto immanente sul panorama escatologico;
  • donde lo sguardo ricade sulla prospettiva della vita e della morte, e si conclude con un atto di fede, di speranza e di amore.

C’è di che riflettere lungamente su questa preghiera, che il Vescovo di Roma ha inteso (ri-)proporre all’attenzione di tutte le Chiese che egli presiede nella carità. Non abbiamo bisogno di stilare classifiche (vera casa delle Muse, la Chiesa ha sempre incoraggiato e prodotto letteratura, ma non si è mai ridotta a un concorso di poesia): se però in questo periodo di digiuno eucaristico coatto cerchiamo strumenti per mettere a frutto il desiderio di Gesù, da oggi ne abbiamo ritrovato uno nella panoplia.

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