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Carrelli troppo pieni di paura per anime troppo vuote di fede

WOMAN, FULL, SHOPPING CART
Lisa-S | Shutterstock
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La logica sfrenata dell’accaparramento dice molto di noi: ci spaventa il fatto che quando lo stomaco è un po’ più vuoto, a brontolare è l’anima.

L’assalto ai supermercati è uno dei filoni narrativi con cui archivieremo la cronaca di questa epidemia del Covid 19: scaffali vuoti, code davanti agli ingressi dei centri commerciali e troppe battute su cibo e panico sui social. Tra noi che, anche se non siamo nella zona rossa o gialla di quarantena, viviamo questa settimana senza scuole, senza messe e con un codice di comportamento in allerta circolano storie che hanno un sapore tra l’epico, il tragicomico e l’agrodolce. Sì, abbiamo visto gente uscire col carrello pieno di molte decine di litri di latte e altrettanti chili di zucchero; e non solo di generi di prima necessità, è stata fatta razzia di ogni accessorio bene commestibile e non. Ma perché? Questa bulimia assomiglia a uno spreco che potevamo evitare.

Sana imprudenza

La logica impanicata e sfrenata dell’accaparramento dice molto di noi. E non c’è da scandalizzarsene o da puntare il dito inquisitorio. C’è da osservarla e giudicarla, e credo che non ci sia niente di più puntuale della Provvidenza ad aiutarci, quella che ci dona il tempo della Quaresima proprio in mezzo a questo panico da quarantena. Si può salvare qualcosa anche di questa nostra paura irrazionale che ci spinge a gesti bulimici e scomposti: come il naso di Pinocchio, mette a nudo un nostro lato debolissimo. Noi vorremmo essere autosufficienti. Non ci fidiamo di Chi ha fatto cielo e terra: ha vestito i gigli del campo, ma nel frattempo alla mia dispensa ci penso io … che non si sa mai.

E non vorrei insinuare che bisogna essere del tutto imprudenti, ma in effetti  bisognerebbe esserlo almeno un po’. Lasciare un buco vuoto nella dispensa – anche con l’incognita che non venga affatto riempito – può essere la premessa per trovarsi un po’ tremanti a chiedere: di cosa ho bisogno? Cosa mi manca davvero quando ho paura?

Frédéric CAPPELLE/CIRIC

Se lo scopo apparente, e ingiustificato, di questa corsa ai supermercati è l’ipotesi che sia meglio stare per un po’ isolati dentro casa propria, perché svuotare lo scaffale delle caramelle? Il panico ha aperto le porte alla gola, uno dei peccati – certo non gravissimo – più caratteristici del nostro tempo. Affamati lo siamo, di cosa lo ignoriamo. Insomma, che cosa ci spaventa dell’ipotesi di stare anche solo a pane-stretto necessario-e-acqua? Ci spaventa il fatto che quando lo stomaco è un po’ più vuoto, a brontolare è l’anima. Non è in pericolo la nostra sopravvivenza, ma proprio l’idolo della nostra autosufficienza. Siamo testardi nel pensarci come farsi affermative, mentre l’uomo è davvero uomo quando sa di essere una domanda aperta: «C’è un vuoto che non riesco a colmare da solo, a chi chiedo aiuto?».

Nel deserto di un’anima affamata

Qualche settimana fa mi trovavo impegnata, per motivi indipendenti dal coronavirus, in un amarissimo esame di coscienza: guardavo senza pietà una certa mia cattiveria, nata nel momento in cui una forte stanchezza aveva rotto la diga interna dell’autocontrollo, liberando fiumi di rabbia contro tutto e tutti. Il senso di colpa a posteriori mi ha portato a sentire il bisogno di un aiuto per trovare degli argini alla mia istintività.

E ho trovato un testo scritto da un padre del deserto nel 300 (senza il mille davanti); il titolo secco ed eloquente mi ha attirata: Contro i pensieri malvagi. Fu scritto dal monaco cristiano e asceta Evagrio Pontico e per dovere di onestà va detto che alcuni suoi scritti furono condannati dal concilio di Costantinopoli nel 553 come origenisti (filosofia eretica perché sosteneva che le anime dei viventi preesistessero alla propria nascita carnale); con il giusto discernimento, credo che la voce di questo asceta del deserto possa offrire degli spunti buoni. Quanto a me, stare a tu per tu con le sue parole, ha innescato una serie positiva di riflessioni che poi ho messo in mano e vagliato insieme al mio confessore.

Il primo pensiero malvagio su cui Evagrio medita è quello della gola. Mi è venuto da sorridere, amaramente, pensando a quante volte ho cercato lumi nelle teorie dietetiche di molti nutriziositi, ma non mi sono mai seriamente confrontata con la proposta cristiana della temperanza:

Colui che ha il potere sulla mascella sbaraglia gli stranieri e scioglie facilmente i vincoli delle proprie mani.

È un modo di esprimersi lontano dalla nostra sensibilità, ma mi pare efficace. La mascella che divora senza freno è l’opposto di un’immagine di forza. La mascella ferma e la bocca chiusa sono segno di un’anima robusta. Allo stesso modo, tutte quelle code fuori dai supermercati sono un grido di grande fragilità: mostrano tutta la debolezza intima di chi è a digiuno di un autentico cibo di vita, qualcosa che ci dia una forza (e una speranza) non misurata in calorie. Il panico del contagio ci ha trovati nudi di fronte al nemico (che non è il coronavirus ma l’idolo della nostra onnipotenza) e vestirci con chili di scorte superflue non ci coprirà sul serio. Le mani si sono aggrappate ai carrelli – ecco i vincoli, cioé le catene! – perché il dio consumo regnava già, almeno un po’, nel nostro cuore.

Pulcini che sconfiggono le tenebre

Se ti concedi al desiderio dei cibi nulla più ti basterà per soddisfare il tuo piacere: il desiderio dei cibi, infatti, è come il fuoco che sempre accoglie e sempre avvampa. Una misura sufficiente riempie il vaso mentre un ventre sfondato non dirà mai : “Basta!”.

FASTING
Shutterstock | lesya89

Curioso che la logica del contagio sia perfetta per descrivere anche il contraccolpo emotivo generato dall’epidemia del nuovo coronavirus: non abbiamo messo l’anima in quarantena, abbiamo lasciato dilagare l’istinto che si è messo a fare razzia sugli scaffali. I bollettini dicevano 10 poi 50 poi 200 pazienti contagiati e intanto c’era chi metteva 10 e poi 20 e poi 30 pacchi di pasta nei carrelli. Da dove nasce la continenza che fa dire «basta, non esagerare!» con serenità e fiducia? Cosa ci fortifica quando le difficoltà pungono le zone più delicate del nostro essere?

La preghiera del digiunatore è come il pulcino che vola più in alto dell’aquila mentre quella del crapulone è avvolta nelle tenebre.

Anche questa è un’immagine che parla. Il digiuno è una vera botta di umiltà, ci rimette nel recinto dei pulcini, vale a dire delle creature più indifese. E diciamolo: un pulcino non può volare, pigola e saltella. Solo Chi sente e ascolta quel pigolio può donarci ali d’aquila: la preghiera pronunciata con un filo di voce sincero capovolge lo sguardo degli eventi. E non è neppure detto che possa farla solo chi crede, nel raccoglimento intimo in cui ciascuno squaderna tutto il subbuglio di sé inizia sempre un dialogo, Dio c’è anche se chi medita lo vuole ignorare. E dentro quel colloquio interiore c’è un cibo che gusta meglio chi sta a digiuno. Perché fare il vuoto nel corpo può essere la premessa per fare spazio ad altri generi di prima necessità: ho bisogno di protezione, ho bisogno di non essere spaventato della mia piccolezza, ho bisogno di vincere la paura del male, ho bisogno di qualcuno a cui tenere la mano, sempre, anche se sono adulto. Quando questa fame si fa sentire, il peggio è passato. Perché il peggio è il buio della sonnolenza post abbuffata o il buio degli struzzi che piantano la testa dentro chili di sacchetti di biscotti.

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