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“La canzone delle canzoni”: una cover che a Benigni è riuscita meglio in passato

BENIGNI

RAI

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 07/02/20

Infuriano le polemiche contro la lectio che il noto attore toscano ha dedicato, ieri sera dal palco dell'Ariston, al Cantico dei Cantici. Attira l'attenzione il consueto dazio alla lobby lgbt, ma sul terreno della vastissima divulgazione ieri sera possibile il Piccolo Diavolo ha lasciato anche dell'altro. Al netto delle sue intenzioni (che non osiamo scandagliare), possiamo ricavare un ammonimento per l'evangelizzazione e ritenere comunque un importante punto per la nostra crescita umana ed ecclesiale.

Fioccano in mattinata le reazioni al contributo di Roberto Benigni al festival di Sanremo, ieri sera: l’attore toscano si è infatti prodotto in venti minuti di show sul Cantico dei Cantici, correttamente presentato come “la canzone delle canzoni” – il che doveva bastare, secondo il suo argomentare, per guadagnargli il diritto di essere declamato sul palco dell’Ariston.

Il balzello omosessualista

È tuttavia impazzata la polemica, soprattutto da parte degli osservatori cattolici, che hanno trovato inopportuna e strumentale – perché del tutto estranea al testo – l’equiparazione degli amanti del Cantico con

…tutte le coppie che si amano gli uomini con le donne, le donne con le donne, gli uomini con gli uomini…

Una banalità che è stata prontamente riconosciuta per quel balzello al mainstream dello showbiz che è, tanto che è facile sottoscrivere le osservazioni di un cattolico ben avvertito delle regole di quel mondo:

Prima di declamare il Cantico dei Cantici davanti all’immensa platea televisiva del festival di Sanremo, il colto e sensibile Roberto Benigni ha voluto definirlo come un poema dell’erotismo che accomuna anche «l’amore tra un uomo e un uomo, tra una donna e una donna», come fosse insomma un inno pansessualista utilizzabile ai gay pride. C’è chi ci ha scritto: «Quei due secondi di politicamente corretto non hanno rovinato la bellezza dei quindici minuti successivi». Rispettosamente dissentiamo e proviamo a spiegare il perché. Il politicamente corretto sciupa tutto, è come mettere pepe nel cappuccino, rovina con un pizzico di totalmente insensato qualcosa che è in sé perfetto e resiste da millenni proprio perché della moda corrente non solo ne fa a meno, ma la rifugge (quanto manca a Sanremo un Gaber che intoni “Quando è moda è moda”). Il Cantico dei Cantici è stato scritto tremila anni fa, se ci infili la tassa pagata al politically correct lo deturpi, cancelli il senso stesso per cui sei lì a declamarlo, lo vuoi piegare a canzone di Tiziano Ferro e invece è un’altra cosa. Quell’altra cosa è un patrimonio talmente splendente (e Benigni lo sa bene, per questo è grave la sua colpa, mica ce la siamo mai presa con Gabbani e gli altri che si mettevano i braccialetti arcobaleno a Sanremo sotto dibattito parlamentare sulla legge Cirinnà per apparire in linea con il pensiero dominante, quelli tengono famiglia, devono mettere in tavola la minestra e lo showbiz ti obbliga, ma Benigni no) che il bello è salvaguardarlo. Sarebbe come se qualcuno di noi avesse declamato il meraviglioso canto XV dell’Inferno dantesco dicendo che Dante ce l’aveva coi sodomiti e piegandolo al senso di una battaglia politica di parte legata magari a una campagna elettorale in corso. Quel meraviglioso affresco dantesco, l’immortale incontro con il maestro Brunetto Latini sotto la “pioggia di fuoco” che punisce chi è “contro natura”, sarebbe orrendamente deturpato dall’utilizzo piegato a battaglie dell’oggi.

La storpiatura più grave

Su questo ci sarebbe davvero poco da aggiungere, e se ora – come qualcuno mi ha suggerito di fare – ci mettessimo a elencare tutte le approssimazioni enfatiche di Benigni (addirittura «la prima canzone della storia dell’umanità!», «forse scritta da una donna!»…) faremmo notte, senza per questo riuscire più convincenti di lui, o anche solo un minimo ficcanti nell’analisi.

È per me deprimente constatare che una forzatura eclatante – come è appunto ripassare il Cantico in salsa tizianoferro – risulta sempre capace di distogliere l’attenzione da tutto il resto, come se Benigni non avesse detto ieri qualcosa di perfino più grave. Non mi riferisco agli errorini dovuti alla diretta (ma c’era poca improvvisazione: Benigni guardava continuamente il gobbo) o alle necessarie approssimazioni da divulgazione, bensì ad alcune trite insinuazioni. Le sintetizzo così:

  1. il Cantico sarebbe finito nella Bibbia per sbaglio («in un momento in cui i teologi e i rabbini s’erano distratti»);
  2. ci sarebbero state lotte per estrometterne il testo dal Canone;
  3. per superarle e «tenere il Cantico nella Bibbia», è stata inventata l’esegesi allegorica, che serve «per tenere nascosto il messaggio d’amore».

A parte che se dovessimo attenerci a un’esegesi strettamente letteralista del Cantico, anche l’allargamento del suo contenuto a qualunque coppia diversa da quella “uomo-donna” sarebbe impensabile in partenza (e del resto è abusivo, in punta di termini, parlare di sesso all’interno di relazioni omoerotiche…): su questo punto però Benigni dice una mezza verità: lo stesso Origene (campione della critica testuale e dell’allegoria) diceva che il senso letterale del Cantico va ravvisato nel livello grammaticale e non nel contenuto erotico, ma il contesto alessandrino del III sarebbe lungo da spiegare qui… e di certo non sarà il pur dotato Roberto Benigni a migliorare Origene. Su questo torneremo però a dire una cosa in fondo.

La cover di sé stesso

Quel che mi colpiva, invece, è che Benigni banalizzasse nella sua divulgazione tematiche delicatissime e della massima importanza in tutta l’arte della narrazione (ancor prima che in teologia) – appunto gli ingranaggi dell’allegoria –: sarebbe anzi strano, per non dire scandaloso, che un attore con la carriera del Toscanaccio dovesse venire a ripetizioni da noi. E difatti non deve – per questo trovo oziosi i lunghi spiegoni che in queste ore si stanno approntando, come se via social potessero rivolgersi alla stessa irripetibile platea di ieri sera – perché tutto quel che possiamo spiegare Roberto Benigni lo sa già benissimo.




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Basti tornare al teatro di Terni nella sera del 13 febbraio 2006, ossia in una delle prime circostanze in cui Benigni declamò pubblicamente il Cantico. Mi piace ricordare le parole che Benigni disse quella sera:

Sono dialoghi e monologhi, pieni di invocazioni e di descrizioni: straordinari e, naturalmente, anche simbolici. Come tutti i libri sapienziali… il saggio sa che bisogna leggere tenendo l’occhio anche su altri significati! Ma poi, facendo tutta la strada, si ritorna alla semplicità del primo significato: però bisogna fare tutta la strada! Non subito all’inizio! E quindi, come dice Dante nella Commedia: «O voi ch’avete gli intelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / dietro al velame de li versi strani». C’è sempre de’ significati: allora all’inizio pensavano che fosse il ritratto di Dio con Israele, una storia piena di tradimenti e di nuovi inizi; poi c’è stata l’interpretazione di san Paolo, l’amore di Dio, di Cristo, per la Chiesa, ma quella più bella (e anche cristiana) è l’amore di Gesù per l’umanità. […]

Insomma, la notizia non è tanto che Benigni sa benissimo tutto quel che oggi in molti si affannano a spiegargli, ma che pur avendo portato a Sanremo una canzone inedita all’Ariston quella di ieri è stata anche per lui la serata delle cover. Viene il sospetto, certo, che altre volte questa “canzone delle canzoni” l’abbia cantata meglio.

Il rischio di evangelizzazioni low cost

Sarebbe interessante chiedersi perché l’abbia fatto: l’ipotesi “cattiva” (che cioè pensa male ma spesso coglie nel segno) l’abbiamo già esposta; l’ipotesi “buona” è che Benigni abbia voluto tentare un’acrobazia di evangelizzazione, e che sapendo di non avere più davanti un teatro pieno di fidanzati riuniti per la giornata diocesana degli innamorati (tale era l’occasione che ricorreva nel 2006), bensì l’Ariston pieno di pressappoco tutti gli italiani, abbia tentato di superare l’ostilità preconcetta al messaggio religioso – ottenendo però l’esito di snaturarlo completamente (perché a fare “tutta la strada” ha rinunciato del tutto).




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Scandagliare nelle convinzioni personali e nelle motivazioni professionali di Roberto Benigni è compito che supera, qui, la nostra capacità esegetica: proviamo pertanto a parlare in generale di quando si cerca di evangelizzare “in partibus infidelium”, cioè in un contesto che se pur non esplicitamente ostile non è quello precipuamente deputato al servizio della Parola. Immaginatevi il vostro parroco a parlare del Cantico o di qualunque altro libro biblico dall’ambone o sul palco della festa parrocchiale: lo spostamento è di qualche decina di metri al più, eppure già il discorso cambia notevolmente, in forza del contesto – facilmente cercherà la levità (e rischierà di scadere nella leggerezza), la battutina ammiccante per farsi vedere “uno di loro”. Ora proiettatelo addirittura sul palco dell’Ariston, accanto agli achillelauro che non si vergognano di tirare in ballo a casaccio san Francesco mentre indossano una tutina ridicola da 7.500 euro: in un istante sarà lui a sentirsi ridicolo, perché fuori posto, e facilmente si rifugerà o nel ruolo del predicatore o nella sua caricatura istrionica. Benigni, come è noto, è più incline alla seconda, ma se qualcuno al suo posto avesse optato per la prima non avrebbe ottenuto risultati migliori.




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«Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina»: ecco che ci sovviene severa l’ingiunzione rivolta dall’Apostolo a Timoteo (2Tim 4,2). Dunque non bisogna provarci anche dal palco di Sanremo, a maggior ragione perché forse non esistono altri pulpiti che parlino a tanti italiani tutti insieme? Ma certo, in linea di principio lo si può fare: con le canzoni, con le testimonianze, con il portamento, con il com-portamento e, secondo il magistero sapienziale del già ricordato Poverello, «se necessario, perfino con le parole». Il punto è che tutto ciò richiede discernimento, prudenza e carità – e a giudicare dal risultato è lecito dubitare che tutto ciò abbia presieduto alla serata.

Trattenendo il buono

La seconda lettera a Timoteo è così tarda da essere spesso definita “tritopaolina”, in buona sostanza non sarebbe stata scritta da Paolo in persona: nel primo testo autentico pervenutoci di Paolo, però, troviamo un altro suggerimento saggio – «esaminate ogni cosa e trattenete ciò che è buono» (1Ts 5,21) – e sarebbe sciocco perderci nella predica piagnona su Benigni senza seguire la dritta dell’Apostolo.


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Accennavo sopra che – sebbene i compositori dei canoni giudaico e cristiano non fossero affatto distratti, mentre vi inserivano il Cantico (il cui problema semmai sarebbe che non nomina Dio, non che parla di sesso) – un certo imbarazzo dei cristiani con quel libro, come di chi non sa esattamente cosa farne, esiste, ed è sempre esistito. Teresa d’Avila, ad esempio, voleva sentirselo leggere in punto di morte, mentre alcune consorelle (troppo devote) erano restie per timore che quelle letture sconce perdessero l’anima della Santa Madre!


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Esiste: malgrado il grande sforzo di molti santi e di grandi dottori (buon ultimo Giovanni Paolo II con la sua Teologia del Corpo), esiste l’imbarazzo dei cristiani con la sessualità. La Chiesa ne risulta imbarazzata di riflesso e secondariamente, ché di per sé è depositaria della rivelazione e sa bene come stiano le cose, ma essendo piena di cristiani riverbera del loro vissuto (e del loro non-vissuto!). Una cosa saggia che ha detto Benigni ieri è stata: «Si parla tanto di sesso, adesso coi filmini e tutto il resto… ma ho l’impressione che se ne faccia veramente poco». Se questo è un problema generalizzato, esso ha pure una dimensione specificamente cristiana, che a distanza di quasi tre anni non riesco a esprimere con parole migliori di quelle che usò Thérèse Hargot, quando le chiesi che problema ci fosse nella dottrina che la Chiesa ha elaborato per la morale sessuale:

In realtà non è certo la Teologia del corpo ad essere problematica: è l’insegnamento della Teologia del corpo, semmai, ed è tale perché per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…

Ecco, ripartire dall’esperienza nuda e cruda sarà un passaggio indispensabile, e se una traduzione meno edulcorata del Cantico può aiutare – dopo aver criticato e lodato tutto quel che andava criticato e lodato – ben venga.

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