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Lutto perinatale: le parole luminose di una “mammangela”

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Le chiamano “mammangele”, quelle madri che hanno perduto il figlio troppo presto (in utero o dopo qualche ora di vita). La testimonianza di una di loro, Isabelle Verney, mostra che a dispetto delle brevi esistenze dei loro figli quelle madri compiono pienamente la loro missione di madri. Parole confortanti che restituiscono un senso a delle maternità sconvolte.

«Ho fatto per Maëlis tutto quello che una madre potrebbe fare per la figlia», dichiara Isabelle Verney nel suo libro-testimonianza Ma main dans la tienne [La mia mano nella tua, N.d.T.], appena pubblicato per le edizioni Téqui. Dopo due maschietti – Mayeul e Maxence – Isabelle Verney perde una bambina, Maëlis, a qualche giorno dal termine, nell’ottobre 2015, per via di un problema al cordone ombelicale. In un libro molto intimo ella descrive tutto il cammino che ha percorso (umanamente, psicologicamente e spiritualmente) per elaborare il lutto di questa piccola andata via troppo presto. Un cammino in capo al quale avrebbe dato la luce, tre anni dopo, alla piccola Adélaïs.

L’autrice tratta senza infingimenti le ripercussioni che la perdita di un bebè comporta nella vita quotidiana, e riporta il suo profondo interrogarsi sulla salvezza dell’anima della figlia. Ne risultano magnifici messaggi di speranza distillati nel corso delle pagine. Ella raccoglie in questo libro tutte le parole, tutte le riflessioni che le hanno permesso non di dimenticare ma di andare avanti. Le sue amiche che hanno attraversato la medesima prova, alcuni sacerdoti, il marito François, sono altrettanti fari che la guidano nel suo doloroso lavorio di elaborazione del lutto – anche il lettore se ne scopre illuminato.

Una maternità differente ma comunque una maternità

In cosa consiste la maternità se non nell’amare e nell’accompagnare il proprio figlio? Una duplice missione che compete pienamente alle “mammangele”. Uno dei messaggi particolarmente confortanti del libro sta nella certezza che questa maternità contrariata, sconvolta, permette malgrado tutto di riempire dalla A alla Z la duplice missione affidata a ogni madre dal concepimento di un esserino: «Queste maternità differenti sono tanto compiute quanto le altre», sottolinea Isabelle Verney. Anche se è stato breve – troppo breve –, una madre non deve negare ciò che è per il figlio: una madre che l’ha accompagnato fino in fondo alla sua piccola vita, una madre che le ha prodigato amore fin dall’istante in cui ha appreso della sua esistenza.

Per noi che ne abbiamo persi, […], può essere confortante sapere che quando ciò è accaduto erano circondati di amore.

Isabelle Verney dà quindi la parola a una delle sue amiche, Catherine, che tenta di confortarla in tal senso:

Hai pienamente compiuto la tua missione con lei. È stato troppo veloce, certo, ma hai fatto tutto quello che una madre fa per la figlia: l’hai accompagnata in tutto. La tua bimba è in Cielo, è quello che ogni genitore sogna per il figlio: hai adempiuto pienamente un ruolo, per Maëlis. Quale genitore può dire lo stesso?

Un ruolo importante che fa di queste madri delle “vere” madri, la, grado l’inconsolabile assenza. Un’esperienza fondatrice, come scrive Blanche Stress nella Prefazione al libro di Catherine Radet Je n’ai pas dit au revoir à mon bébé [Non ho detto arrivederci al mio piccolo, N.d.T.]:

Oggi ho capito perché non ci sono nomi particolari per indicare l’uomo e la donna che perdono un figlio. Sono parole che esistono già, da tutta l’eternità: genitori, papà e mamma.

Un legame che resta per sempre, in particolare se si è cristiani, attraverso la comunione dei santi. Convinzione formulata nel libro di Isaia quando Dio, cercando di convincere Israele del suo amore prende proprio l’amore materno come esempio di attaccamento indefettibile:

Potrà una donna dimenticarsi del proprio figlio,
così da non avere più tenerezza per il frutto delle sue viscere?

Is 49,15

«No, una donna non dimentica» – è la risposta di Isabelle Verney: «Impara a convivere».

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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