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Giornata lutto perinatale, una testimonianza: amo mia figlia come merita, per sempre

CRYING
Di Dizfoto - Shutterstock
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Il 15 ottobre si celebra, in tutto il mondo, il “Baby Loss Awareness Day”. Questa giornata, dedicata alla consapevolezza del lutto perinatale, è stata fortemente voluta, negli anni ottanta, da centinaia di genitori in lutto, che hanno dovuto affrontare non soltanto la perdita di uno o più figli desiderati, ma anche l’indifferenza della società.

di Maria Dolores Agostini

Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più (Ger 31,15).

Dice il Signore – risponde a quel pianto:

Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza –  oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra (Ger 31,16-17).

“Una spada ha trafitto la mia anima. Per tutta la vita, ma non per sempre: la perdita è di un momento. E allora… sarà grande Luce.”

Il dolore incarnato, la tua mamma. Questo sarà l’epitaffio della tomba della mia bambina eterna ed eterea, Maria Luce, nata nel mondo per un istante, nata per sempre nella luce. La mia piccola è nata senza vita a causa di un nodo vero al cordone ombelicale: quello che per 37 settimane è stato mezzo indispensabile perché vivesse, si è trasformato in un istante in strumento di morte.

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Era una bambina vera, bellissima, perfetta: non era un edulcorato angioletto fantasioso, l’ho guardata, l’ho guardata troppo poco tempo durante quell’unico abbraccio tenero che abbiamo potuto vivere con lei. Vi può sembrare strano che, di fronte ad un dolore così enorme e ad un parto così inaccettabile, io abbia avuto il desiderio di abbracciarla; già durante il travaglio, mentre riflettevo con un amico ginecologo, lui mi aveva incoraggiata ad accarezzare con il mio sguardo amorevole il corpo esanime della mia bambina, una volta che fosse nata. Io non riuscivo minimamente a ragionare in tal senso, non riuscivo proprio a immaginarmi mentre partorivo in una tale circostanza di fatti, tantomeno a prendere una tale risoluzione precocemente.

“Vuoi vederla?” mi ha chiesto l’ostetrica che con tanta pazienza aveva dovuto guidarmi, io non ho esitato un attimo, anzi, non vedevo l’ora di dire sì! Sono consapevole del fatto che il lutto prenatale e perinatale non abbia il dovuto rispetto nella nostra modernità liquida, ma una tale tragedia, silenziosa, brucia vivi la mamma e i suoi cari nell’incomprensione generale che ne acuisce la disperazione.

Molti mi hanno chiesto dove io abbia trovato il coraggio di vedere il volto della mia piccola senza vita e la mia risposta è stata sempre la stessa: mi è venuto naturale e mi ha aiutato molto. Anzi: mi ha fatto molto male, ma non mi sono sottratta a questa parte di dolore perché ora porto per sempre nel cuore il suo visino e la rivedo in ogni espressione dei suoi fratelli e di sua sorella, e questo mi permette di sentirla più vicina, interiorizzata, ancor più parte della famiglia. Non trovo troppo corretto dire che sia meglio incontrare il proprio cucciolo deceduto per “elaborare il lutto”, questa espressione infatti ha suscitato in me avversione da subito, e ne ho indagato il motivo: mi faceva sentire una macchina, una calcolatrice, era una terminologia fredda e freudiana per descrivere una necessità che invece ha a che fare con il cuore.

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Il sentimento d’amore che mi legava con mia figlia nei nove mesi in cui mi sono fatta foto col pancione per mostrargliele un giorno quando fosse diventata grande, è incancellabile e ora è indelebilmente legato ad un volto, ad una persona. L’amore ha le sue esigenze e tentare di fuggire parte della sofferenza rischia di generarne molta di più. Non mi pento della mia scelta, anzi, ho il rimpianto di non essermi soffermata più a lungo in quell’ultimo saluto, perché lo stare insieme dopo il parto è per natura una necessità imprescindibile, e si deve forzare la situazione per creare una rottura: la lacerazione c’è stata comunque ma almeno ho una foto e una tomba per aiutarmi a vivere e sentirla vera. Sì, vera, perché come è stata vera la mia fatica di portarla avanti nella gravidanza, come è stato vero il mio parto massimamente doloroso, è stato vero che c’è stata e che l’ho amata come si ama una figlia.

 

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