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Il clandestino del cielo: è morto congelato il bimbo ivoriano nascosto sull’aereo per Parigi

PLANE, CHILD, HAND
Dedi Grigoroiu | Shutterstock
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Aveva solo 10 anni ed eludendo la sicurezza dell’aeroporto della Costa D’Avorio si è nascosto nel carrello di atterraggio di un Boeing. Lo hanno definito clandestino del cielo, ma il Cielo senz’altro gli ha spalancato le braccia.

La notizia non l’ho appresa dai telegiornali, ma letta nelle parole di una delle scrittrici che ammiro di più, Marina Corradi: dalle colonne di Avvenire s’immedesimava nella tragedia del bambino di appena dieci anni morto congelato su un aereo che dalla Costa D’Avorio era diretto a Parigi, mentre il resto dell’informazione relegava questa storia a brevi cenni o trafiletti perché la crisi internazionale legata all’Iran reclama il massimo di attenzione. Non è una critica, ma una constatazione: è sempre così, dentro le grandi sorti del mondo c’è anche il destino irripetibile di ogni singolo uomo. Forse il giorno in cui l’uomo mise piede sulla Luna una madre perse suo figlio, e pianse amaramente mentre il mondo intero esultava. Da che parte, dunque, volgere l’occhio? Lo zoom su un’anima o il grandangolo sull’umanità? Entrambe le cose. Rimanere strabici, guardare in entrambe queste direzioni divergenti, offre alla nostra coscienza l’unica posizione sensata, quella che fa sgorgare la domanda delle domande: “Ma se il mondo intero esplode, chi si cura di me o di te?“.

Clandestino del cielo

Mentre tremiamo – e preghiamo – per le sorti internazionali, prendiamoci anche il tempo di lasciare che il nostro occhio indugi su un piccolo, la cui storia terrena si è tragicamente compiuta nella notte tra martedì e mercoledì scorso:

Il cadavere di un bambino «di una decina d’anni» è stato ritrovato stamattina nel carrello di un aereo di Air France atterrato all’aeroporto parigino di Roissy Charles de Gaulle in provenienza da Abidjan, in Costa d’Avorio. Lo si apprende da fonti della polizia. L’aereo, un Boeing 777, era decollato da Abidjan ieri sera, atterrando poi poco dopo le 6 di questa mattina a Parigi. In un comunicato, Air France, che conferma la morte di un «passeggero clandestino» senza precisarne l’età, si rammarica per il «dramma umano». (da La Stampa)

Le ricostruzioni sono tutte ipotetiche e si basano su altri simili casi; lo scorso anno a Bruxelles, Londra e in Germania sono stati trovati nei carrelli degli aerei altri ragazzi assiderati. Mai così piccoli. Forse su suggerimento di amici più grandi, o di storie ascoltate, il piccolo che ancora non ha un nome – emblematico! – ha eluso i sistemi di sicurezza dell’aeroporto ivoriano e dalla pista di decollo è riuscito a infilarsi nello spazio del carrello del grande aereo. Ignorava, molto probabilmente, che quell’ambiente non è pressurizzato e ad alta quota diventa invivibile (la temperatura scende a -50° e l’ossigeno è rarefatto). È morto stroncato dal freddo e dalla mancanza di ossigeno, mentre altri passeggeri ignari della sua presenza venivano coccolati dalle hostess; nessuna colpa, anzi immagino quanta amarezza in loro nell’apprendere la notizia e il desiderio ferito di non aver potuto far nulla. Una presenza invisibile in volo verso l’Europa, oggi per molti questo bambino è la bandiera insanguinata da sventolare nel dibattito sull’immigrazione – come fu per il piccolo Aylan.

Scopro che esiste una definizione, coniata per questi immigrati che tentano la fuga nascondendosi sugli aerei: clandestini del cielo. Mi pare che, a prenderla senza etichette sociali e politiche, sia un’espressione con un riverbero che ci riguarda tutti. C’è qualcosa che ci lacera a sentire la storia di questa vittima innocente, innanzitutto perché è un bambino ed è morto di freddo. Ma è qualcosa di più che un sentimentalismo motivato da grande emotività o passione per le cause umanitarie. C’è una immedesimazione di base, forse inconscia. Fino a qualche settimana fa cantavamo …e vieni in una grotta al freddo e al gelo. Gesù già pativa anche per questo bambino, era pura compassione per lui. E ognuno di noi può scampare al gelo del nulla solo grazie a quel bambino infreddolito nella grotta.

Che ci sia impedita la via al cielo, immagine che custodisce il nostro bisogno di una felicità interae infinita, è un dramma vivo nella coscienza di ciascuno. La via al Cielo ci è stata aperta dal Dio fatto Uomo, altrimenti saremmo tutti esuli soli e congelati. Questo bambino ci ricorda che la parola di Salvezza che è stata donata a noi è, di conseguenza, lo sguardo che dobbiamo riservare a tutti senza remore; perché ogni essere umano è diventato passeggero di prima classe nel progetto di Dio. Ogni considerazione sull’immigrazione, ogni impresa umana che si adoperi per curare le molte piaghe dell’Africa (così spesso generate dai paesi del cosiddetto Primo Mondo), ha come fondamentale premessa la dignità celeste di ogni persona. La voce di questo bambino ci ricorda cosa ci accomuna tutti, mette a fuoco ogni discorso allontanandolo dal pantano di fazioni inconcludenti su “porti aperti” – “porti chiusi”.

MIGRANT
FADEL SENNA | AFP

Il cacao non soffre il freddo

Di fronte a una presenza crollano i pregiudizi, lo dico a me stessa. Roberto Saviano ha scritto un lungo articolo sulla vicenda e ha portato la mia attenzione su un aspetto emblematico. Per quanto sia lontana mille miglia da molte delle sue posizioni, condivido questo passaggio:

Questo bambino che deve nascondersi in un carrello aereo per raggiungere l’Europa mentre il caffè e il cacao della Costa D’Avorio viaggiano senza trovare nessun muro, nessun confine, persino spesso nessuna ispezione é il simbolo terribile dell’ignoranza del dibattito politico. (da Repubblica)

Ha ragione. Ma occorre intenderci sul termine “politico”; e poi nella frase citata aggiungerei anche “economico”. Non si tratta di buttare questa notizia nel calderone delle discussioni da talk show per mettersi avanti con le campagne elettorali di ogni fronte.

Politica, di fronte a questo bambino, si deve togliere ogni belletto: c’è ancora una comunità umana prima che degli Stati? E questa domanda è legata a doppia mandata proprio col termine economia, quella cosa che oggi sembra riguardi cose come il cacao e non si curi di umano. Ci siamo abituati ad associare l’economia agli affari, allo spread, ad altri miraggi o incubi, dimenticando che l’etimologia del termine riporta la parola nell’ambito semantico della famiglia. Economia sono i rapporti tra persone che hanno legami, che mirano al benessere di uno perché tutt’uno con gli altri. Siamo ancora all’altezza di questa vertiginosa prospettiva? In un momento storico in cui tutti vogliono risposte facili e istantanee sulle catastrofi umanitarie, la morte di un bambino grida il bisogno di un coraggio più forte, quello di porsi delle domande molto essenziali, ontologiche anche spirituali … per essere pragmatici davvero.

L’inizio del cammino coraggioso su questa strada me lo offrono proprio le parole di Marina Corradi che, con quel gesto profondamente politico che è l’immedesimazione, si tuffa nel mistero del bambino congelato:

Ecco, forse a dieci anni il coraggio di nascondersi sotto il pauroso ventre di un aereo, di tenersi stretti nel rombo del decollo, e chiudere gli occhi per non guardare giù, lo si trova solo per andare a ritrovare la carezza perduta di una madre. (da Avvenire)

Non sappiamo se in Europa il bimbo avrebbe voluto ricongiungersi con sua madre, di certo nel momento di massima sofferenza terrena ha incontrato la Madre. Non saremo all’altezza della carezza di Maria, ma possiamo copiare la sua economia domestica: a Cana insistette perché fosse servito il vino, quando era finito. Perché lei era già Madre di tutti gli uomini e si preoccupava per loro in virtù di questo legame parentale. Infilava lo sguardo su cose che altri non notavano, presenze invisibili e bisogni non detti; seguiamola.

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