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Giovannino, concepito con fecondazione assistita e abbandonato alla nascita perché malato

Main bébé
Jeerapong Tosa-ngad - shutterstock
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Ai suoi genitori diciamo: credevate di essere voi a “volere” un figlio, invece è Dio che ve lo ha dato proprio così. Vi voleva e vi vuole partecipi di un disegno di bene che va oltre la capacità di capire, date credito a Lui. Andate a riprendere vostro figlio!

Giovannino è nato ad agosto al Sant’Anna di Torino. Lui però a casa non ci è mai andato perché i genitori naturali, che lo hanno concepito con l’eterologa, lo hanno abbandonato: il motivo è legato alla malattia di Giovannino, l’Ittiosi Arlecchino. Una patologia rarissima che lo obbliga a stare lontano dalla luce solare oltre a gravi difficoltà respiratorie. Fra due mesi sarà obbligato a lasciare l’ospedale ma nessuno si è fatto avanti per accudirlo. (da TGcom24)

Poche righe che dicono tutto l’essenziale di questa storia. Ed è alto il rischio che l’unico commento possibile sia alzare minacciosamente il dito contro i genitori di questa creatura; sento un rimprovero viscerale salire anche nella mia gola. Lo trattengo. Perché questo Giovannino è una presenza che reclama uno spazio di lode un bel po’ più ampio di una misera reprimenda contro la fecondazione eterologa. Nei termini della riflessione entra in gioco anch’essa, ma il centro del discorso è la presenza sorprendente di una vita.

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Viviamo un tempo confuso: sfrenato nei desideri, e poi irrazionalmente emotivo. Ecco che, anche rispetto a questo triste fatto di cronaca, assistiamo alla schizofrenia testimoniata sulle pagine dei quotidiani nazionali: da una parte si promuove costantemente una genitorialità sempre più libera di essere schiava delle proprie ossessioni, dall’altra – facendo i conti con la nascita di Giovannino – si mette sul banco degli imputati una coppia di genitori che non ha saputo sostenere il peso di un bambino evidentemente desiderato ma nato molto malato. Ora si lanciano campagne mediatiche per adottarlo, proprio da quegli stessi che avrebbero ritenuto giusto abortirlo se la patologia si fosse manifestata durante la gravidanza. Si vuole regalare l’onnipotenza a priori, senza avere un briciolo di misericordia a posteriori. L’unico sentiero umano davvero percorribile è quello che salvando la fragilità del bambino può salvare anche la fragilità dei genitori.

La macchia, l’impronta

Giovannino è nato letteralmente con una macchia addosso. Certe culture lo riterrebbero un marchio di maledizione, il sigillo di una sfortuna scritta nel destino prima della nascita. Non si sente parlare spesso dell’Ittiosi Arlecchino, infatti è una disfunzione così rara che colpisce un bambino su un milione. La pelle, fragilissima, non può tollerare l’esposizione al sole: l’epidermide si spacca in grandi falde come i rombi del costume di Arlecchino, basta un respiro a causare una lesione. Il rischio di infezioni è molto elevato, l’aspettativa di vita è bassissima. Perciò:

Giovannino è un piccolo miracolo, visto che la disfunzione congenita di cui soffre, solitamente, prevede un tasso di mortalità molto alto; infatti, chi nasce con l’Ittiosi Arlecchino muore nelle prime settimane di vita, mentre il piccolo protagonista di questa storia ha superato brillantemente la fase acuta della patologia. Ciò nonostante le sue aspettative di vita rimangono basse. (da Il Giornale)

Condannato a rimanere all’oscuro – in senso letterale e simbolico-, questo bambino ci porta in un suo ritaglio di luce intensa. Concedetemi di partire da un racconto dell’americano Nathaniel Hawthrone che si intitola La voglia (ma l’originale inglese è The birkmark, il marchio alla nascita). Narra i tentativi di un marito-scienziato di estirpare una voglia dal volto di sua moglie: quel segno gli risulta così inquietante da essere insopportabile. Lei, Georgiana, è così devota al marito da essere disposta a tutto; prima dell’ennesimo esperimento, lo invita a non desistere con una frase assai profetica:

«Non avere alcuna pietà di me, qualora scoprissi che la voglia si è, infine, rifugiata nel mio cuore.»

Quella macchia, infatti, è tutt’uno col cuore e una volta tolta, anche la vita di Georgiana si spegne. La malattia è una grande obiezione, ci interpella su questioni che vorremmo schivare. Facciamo a gara a contenderci i dettagli dei nostri neonati (gli occhi li ha presi dal papà, il nasino è tutto della mamma). E da chi ha preso la “macchia” della malattia? Tremendo peso da sostenere, e profondamente ingiusto darsi delle colpe come genitori.

Ma i nostri figli non assomigliano mai solo a noi, somigliano innanzitutto a Chi li ha creati. Il peso di cui noi siamo incapaci, può portarlo Chi già portò la Croce. Il mistero della malattia probabilmente ha a che fare con la somiglianza radicale, originale a nostro Padre. Non è una macchia, ma è una sua impronta. È lì dove duole che la Sua mano abbraccia così forte da lasciare il segno. Ed è perciò tutt’uno col cuore, cioé: siamo liberi di stare di fronte all’azzardo che la menomazione e il patire non siano un errore corporeo “superficiale” ma siano parte di un disegno di vita innestato sull’anima, per quanto a noi incomprensibile.

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È solo sostenendo lo sguardo su questa vertiginosa ipotesi che si può provare a tendere la mano ai genitori di Giovannino, che è ancora vivo e che dunque ancora attende l’abbraccio di mamma e papà.

Voluto, dato

Sempre più spesso ci saranno genitori che non sapranno reggere il peso che è dire «ho voluto questo figlio». Non è una frase entusiasmante, perché lascia soli e disarmati di fronte all’eccedenza di bisogni e novità che è una creatura. «Ho voluto un figlio» chiude l’orizzonte in maniera claustrofobica, non lo spalanca: alcuni, ingenuamente e in buona fede, credono sia positivo usare il verbo volere per esprimere tutta l’intensità del bene che si rivolge all’ipotesi di avere un figlio. Davanti a una vetrina ci capita ancora di vedere bambini che stringono i pugni quando vogliono intensamente un giocattolo. “Volere un figlio” è stare a pugni stretti davanti al desiderio di lui, un irrigidimento che non lascia spazio alla vera accoglienza (la mano spalancata). Se siamo artefici solitari di questa volontà, a quali porte busseremo quando la nuova vita chiederà conto del fatto che le sue variabili sono immensamente debordanti rispetto ai nostri progetti?

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I genitori di Giovannino sono ricorsi alla fecondazione eterologa, altre notizie in più non ci sono. Ne deduciamo un desiderio di maternità e paternità che è stato catturato dall’appetibile trappola della “fabbricazione”. Lo hanno voluto, un figlio, al punto da sottoporsi a una procedura che sappiamo essere molto prostrante. E poi? Il loro esclusivo volere si è scontrato con una presenza “aliena” al territorio che avevano messo in conto. Potremmo mettere un punto qui al discorso e, semplicemente, ripetere perché, in quanto cristiani, ci opponiamo fermamente a ogni manipolazione sulla vita umana, a ogni tentativo che il mistero del concepimento entri nel recinto degli esperimenti da laboratorio.

Vorrei, potendo, rivolgermi alla mamma e al papà di Giovannino per proporre loro un salto di fronte a cui tremo io stessa, e che pure mi pare l’unica ferita degna di essere lasciata aperta per far sgorgare un po’ di speranza. Vorrei dire loro che il pugno stretto del loro grande desiderio si può ancora distendere, ed aprirsi. Arrivo alla domanda brutale: e se non fosse affatto un tradimento quel figlio così diverso dalle aspettative? Se fosse come un’ultima chiamata prima del decollo al vero volo che, senza saperlo, aspettavate? E se Qualcuno vi ha stimati degni di questa prova e vi ha dato proprio il figlio che aveva bisogno di voi?

Nessuno è all’altezza di saper stare, a priori, davanti al dramma di una malattia grave. Nessuno può “volere” questa prova per il proprio figlio. E finché si resta nel regno del volere non c’è soluzione alle dicotomie che salgono dallo stomaco e dal cuore. Solo facendo un passo coraggioso nel regno del dato c’è la possibilità di una riconciliazione feconda degli opposti; non è la pace e la tranquillità di un mare senza onde … è la forza del marinaio che sa tenersi al timone.

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Giovannino ha un enorme segno di riconoscimento che lo rende già parente stretto di Dio più che degli uomini, quel segno è come il timbro sulla busta: ci dice da dove arriva e che qualcuno ha voluto inviarcelo. Il messaggio scritto nella sua persona è la risposta che cercavate: credevate di volere un figlio, invece era Dio che voleva darvelo. Vuole ancora chiamarvi a nuotare in un mare che il vostro desiderio non poteva concepire, ma che ora è qui e può tirar fuori da voi risorse inimmaginabili di bene. Non sarà molto il tempo di questo dono, andatevelo a riprendere.

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