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Madre di un prete martire: Marianna Popiełuskzo ha generato un grande santo

MARIANNA POPIEŁUSZKO
Paweł Skraba/REPORTER
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Martire assassinato il 19 ottobre 1984, 35 anni fa, il beato Jerzy Popiełuszko è una delle grandi figure della Polonia degli anni di ferro. Probabilmente non sarebbe diventato santo senza la trasmissione della fede e della fiducia in Dio che ha ricevuto da Marianna Popiełuskzo, sua madre, una donna che incarna in modo eminente quel tipo di donna in cui la gioia della maternità si mescola talvolta alle lacrime. Testimonianza toccante di una donna che ha tirato su un santo.

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«Il mio più grande dolore è stato la morte di Jerzy», diceva ancora il giorno della beatificazione di suo figlio, il 6 giugno 2010 a Varsavia. Un quarto di secolo dopo l’assassinio del figlio 37enne, manifestava così il proprio sentire intriso di virtù teologali: «Non giudico nessuno. Dio solo è il giudice. La mia gioia sarà grande quando gli assassini si convertiranno. Prego Dio per questo tutti i giorni». E aggiungeva:

Tante volte ho pregato per intercessione di padre Jerzy, mio figlio, e sono stata esaudita. Egli sapeva che nella vita non c’è qualcosa di più importante della presenza di Dio.

Un viso segnato dalla sofferenza e, lì in mezzo, due occhi che sprigionavano pace interiore: Marianne è morta nel 2013. Poco prima della sua morte si raccontava in un libro autobiografico – Matka swietego, poruszajace swiadectwo Marianny Popiełuszko (Madre di un santo. La toccante testimonianza di Marianna Popiełuszko, N.d.R.) – raccontando come amasse essere circondata da altri, parlare, raccontare storie divertenti, anche se di per sé non rideva molto. Teneva però soprattutto a confidare agli altri quel che per lei era l’essenza della vita, il suo senso:

Credere in Dio in primo luogo. Senza Dio, la vita non ha senso. Bisogna vegliare a che Egli sia sempre presente in noi perché con la fede c’è sempre vittoria.

Marianna, madre di un santo

La vita di Marianna Popiełuszko segue il ritmo delle stagioni. La sua fattoria – una dozzina di ettari, situata nei pressi di Bialystok, nel Nord della Polonia – esige un lavoro incessante per suo marito come per lei. La quotidianità è costellata di compiti pesanti: lavorare una terra poco fertile, nutrire le mucche, cucinare… Anche quando era in stato avanzato di gravidanza, Marianna non può fermarsi.

Domenica 14 settembre 1947, la madre del futuro santo va a foraggiare il bestiame come ogni sera. Di colpo, le arriva una scarica di contrazioni al ventre, e comprende che il piccolo sta per venire al mondo. Appena rientrata in casa, la nascita del figlio è stata questione di pochi minuti – era il suo terzo. Per tutto il corso della gravidanza, Marianna ha pregato Dio perché il figlio ricevesse la grazia della vocazione sacerdotale. Non è quindi per caso che scelse per lui sant’Alfonso Maria de’ Liguori come patrono (prete brillante, dottore della Chiesa, il napoletano fu il fondatore dei Redentoristi). Solo più tardi avrebbe accettato la decisione del figlio – al momento in cui questi era al suo quinto anno di seminario – di cambiare il suo nome in quello di Jerzy (Giorgio, N.d.R.).

Qualche anno dopo la nascita di Jerzy, un dramma colpisce la famiglia: la figlia Jadwiga (Edvige, N.d.R.), di due anni appena, le muore improvvisamente tra le braccia. Per tutta la famiglia, la morte di questa gioiosissima bambina, quarta di cinque figli, è un terribile dolore. Ma la vita deve continuare… Come ogni giorno, Marianna si alza presto, prima di tutti, per accendere il fuoco nel camino. Lava i bambini prima di andare a lavorare nei campi. Ogni domenica accompagna tutti quanti (a piedi) per andare a messa in una chiesa situata a 5 chilometri da casa. Lungo la strada, recita il rosario con i figli. La preghiera sta al cuore della sua vita. Molto presto, insegna così ai suoi figli a mettersi in ginocchio appena svegli, e a fare lo stesso ogni sera prima di dormire. Racconta così:

Volevo che i miei figli fossero retti e generosi. Dicevo loro che non bisogna mai parlare male di nessuno, e che con tutti bisogna essere buoni.

Ho dato mio figlio alla Chiesa

Dopo il diploma, il figlio annuncia alla famiglia che sarebbe entrato nel seminario di Varsavia. Come tutte le madri, Marianna è interiormente combattuta da sentimenti contraddittori: sente la gioia e la fierezza di vedere il figlio diventare sacerdote, pur essendo sommersa da un’immensa tristezza – «Ho dato mio figlio alla Chiesa», dice di quel momento. E comprende subito che cosa ciò significhi: l’allontanamento per sempre, incontri rari e sempre in toccata e fuga, la paura per lui nel contesto politico dell’epoca, in cui spesso i preti rischiavano la vita.

Qualche anno più tardi, padre Jerzy venne a visitare i suoi genitori. Alle sue parole “Mi raccomando, se muoio non piangete per me” Marianna fu assalita dalla paura. Più tardi si ricordò dell’intuizione che aveva avuto in quel momento, quando sentì che quelle parole del figlio potevano essere profetiche. Un mese più tardi, il 30 ottobre 1984, seppe della morte del figlio e andò a identificarne il corpo… Per tutto il corso del tragitto, il marito piangeva disperato mentre Marianna taceva. Come folgorata, immobile, non piange. È soltanto vedendo il corpo torturato di padre Jerzy che le scorrono lacrime dal viso. Di quel momento disse: «Ho pensato al dolore di Maria ai piedi della Croce».

A partire da quel giorno, Marianna non avrebbe più recitato il rosario se non contemplando i misteri dolorosi: incessantemente supplicò Cristo di perdonare gli assassini del figlio. E avrebbe ripetuto:

Li ho perdonati, e sarei felice se si convertissero. Prego per questo.

© DR

La vita è bella

Dopo la morte di Jerzy, la sua vita cambia radicalmente: non aveva mai lasciato il paesello del Nord della Polonia, e prende a recarsi frequentemente a Varsavia, sulla tomba del figlio sepolto vicino alla chiesa di cui era stato parroco. Deve rispondere a quanti le chiedono di testimoniare della fede del figlio: dai più umili parrocchiani (fra cui molte madri di famiglia) fino ai grandi di questo mondo (Margaret Thatcher, George Bush, Giovanni Paolo II vanno a incontrarla. Quest’ultimo un giorno le disse: «Madre, hai donato al mondo un grand’uomo». E lei di rimando: «Santo Padre, non io l’ho donato, ma Dio l’ha dato al mondo attraverso di me»).

Il 6 giugno 2010 assiste a una celebrazione straordinaria: su Piazza delle Vittorie, a Varsavia, capoluogo simbolico storico della resistenza polacca, Marianna recita il rosari con decine di migliaia di persone, prima della cerimonia di beatificazione del figlio. «La vita è bella», disse quel giorno. Anche se la sua era stata segnata dalla morte di due dei suoi figli, uno dei quali martirizzato cruentemente, dichiarò «che non si può toccare il Cielo senza la croce». Forse la Chiesa non la eleverà mai agli onori degli altari, però Marianna Popiełuskzo è diventata – e non c’è ragione di dubitarne – discreta patrona di tutte le madri che nella loro vita conoscono grandi gioie cosparse delle più aspre fra le prove.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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