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«Fermati, voglio giocare con la neve!», ha 101 anni e si diverte come una bimba (VIDEO)

OLD WOMAN, PLAYING, SNOW
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La gioia di un figlio nel riprendere la madre anziana che gli ha chiesto di fermarsi in mezzo al niente per poter giocare a mani nude a palle di neve.

Il detto vuole che la vita cominci a 40 anni, ma cosa può succedere a 100? Il pensiero della vecchiaia non è confortante, ci sussurra un’immagine di noi in declino: un corpo che perde vigore, l’assalto delle malattie, magari la perdita di capacità di cui andavamo fieri. Abituati a catalogare e giudicare tutto in termini di efficienza, siamo indotti a pensare che l’anzianità sia un tempo inutile. (A proposito, quando è successo che ci hanno convinti che l’inutile non è ricco di potenzialità?)

Scriviamo qualche post zuccheroso sull’amore per i nonni, ma ci portiamo dentro un gran paura di diventare vuoti a perdere, una volta perse le energie migliori. Le ipotesi delineano uno scenario poco confortante. Vediamo le rughe altrui, conosciamo l’afflizione di certi parenti anziani che hanno sofferto molto, ma quanto accada dentro un’anima vecchia d’età ci è ignoto. Da vecchi ci si sente vecchi? Uno degli indizi che ho colto nell’osservare gli anziani a me vicini è una percezione del tempo che cambia, non corre più e si dilata: i vecchi perdono tempo proprio al modo dei bambini, a volte. Perdere tempo è un’espressione coniata dagli adulti; è aliena all’esperienza infantile e a quella della terza età.

In mezzo ai mille video in cui ogni giorno ci imbattiamo, mi sono incantata a guardarne uno che non è affatto recente – siamo nel novembre 2015 –  e per di più ha per protagonista una donna di 101 anni. Insomma, proprio l’antitesi di ciò che è trendy e nuovo. Il nadir della generazione Tik Tok. In una strada tra i boschi imbiancati e in mezzo a una fitta nevicata, un figlio già avanti con l’età ha dovuto fermare l’auto perché sua madre gli ha rivolto una richesta perentoria. All’inzio lui non ha capito di cosa si trattasse, probabilmente era anche giustamente desideroso di oltrepassare in fretta la zona boschiva e raggiungere un centro abitato. Qualcuno, la mamma centenaria seduta dal lato del passeggero, ha visto la scena da un’altra prospettiva.

E’ scesa, perfettamente imbacuccata, ma a mani nude e si è goduta la neve. Nessun’altra urgenza se non quella del gioco più semplice di tutti.

Quando hai una madre di 101 anni è meglio girare sempre con la macchina fotografica, per catturare momenti come questo.

Così, la voce del figlio in sottofondo, racconta una storia di trascurabilissima felicità.  Lei affonda le mani nude nella neve come un bambino le affonderebbe in un enorme contenitore di gelato. La risata non si ferma e neppure le mani, che vanno a compattare una perfetta sfera di neve; la schiena è curva, la bocca spalancata di gioia. Ecco che volto ha il perdere tempo.

Meraviglioso, nevica. Ma non ho freddo, non ho freddo.

Quante volte nella vita avrà detto a suo figlio: “Copriti!”? Adesso pare che in mezzo al freddo non abbia la stessa appresione. La palla di neve è pronta, prende di mira un enorme abete e via col lancio.

E’ una cosa da niente in fondo, ma perché ci è stata sottratta l’idea che la gioia abiti nel qui e ora, nello stare in mezzo a ciò a che facciamo? Fermarsi è un verbo bellissimo, ma non abbiamo il lusso di concedercelo – così diciamo. Il bello, il grande, l’entusiasmante è sempre oltre e mai a bordo strada.

Quest’anziana ha chiesto di fermarsi non per assenza di energie, bensì per un eccesso di energia vitale e voglia di stare dentro la realtà innevata. Ha molte meno energie l’anima il giovane che sfreccia da un posto all’altro col suo bolide nell’illusione di aggiungere divertimento a divertimento, successo a successo.

Fermarsi, toccare e stare sono verbi in controtendenza; non sono veloci e non hanno scopi utilitaristici: ci fanno sentire che siamo qui. Sono ancora qui, avrà pensato la signora. Occorre una vita intera, probabilmente, per imparare questa resa semplice all’essere che smette di classificare il valore dei gesti in base al profitto, all’utilità, al vantaggio e alla visibilità. Il tempo del gioco non conosce scadenze, loda la ripetitività, e quando è davvero bello non ha nessuno scopo. Al bambino questo è evidente senza bisogno di spiegazioni, poi col passare degli anni ce lo si dimentica lungo una strada lastricata di fatica per portare a casa risultati e blandire le proprie ambizioni. Le privazioni della terza età ci cambieranno e debiliteranno, ma forse nell’anima ci riporteranno indietro a quando eravamo piccoli e non del tutto autosufficienti; sapevamo di non essere capaci di tutto e il presente era pieno di occasioni.

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